sabato 17 dicembre 2011

Il Moral Judgement

L’influsso emozionale nella sfera della razionalità: il moral judgement

“La ragione è completamente strumentale. Essa non può dirci dove andare; tutt’al più può dirci come arrivarci. È un’arma da utilizzare che può essere impiegata per ottenere un qualche scopo, buono o cattivo che sia” sostenne Simon (1983) volgendosi verso il grande problema della razionalità dei comportamenti.
È possibile determinare un ventaglio di regole normative pratiche che indirizzino l’individuo verso un comportamento razionale che assicuri il miglior grado di soddisfazione soggettiva?
Siamo in grado di costruire modelli predittivi del comportamento?
Riusciremo ad avere un coscienziometro?
Tutte domande che hanno dato impulso alla nascita della Neurotica, disciplina che si destreggia nel campo d’indagine dei processi decisionali riguardanti valutazioni e azioni morali.
Simon coniando la nozione di razionalità limitata ha messo in luce quanto sia restrittivo circoscrivere il comportamento umano all’assunzione di modelli puramente razionali. Chiaro imput dell’inadeguatezza nel basarsi solo su coerenti e stabili regole logiche viene dai risultati ottenuti nelle ricerche degli ultimi 35 anni, le quali hanno documentato come molte decisioni vengono prese non in base a teorie standard decisionali, ma seguendo fattori giudicati dall’approccio normativo classico “irrilevanti”. Spesso l’individuo, seguendo la scia dell’istintività, piuttosto che eseguire un’azione che gli assicurerebbe razionalmente un esito migliore, utilizza strategie intuitive e semplici euristiche efficaci il più delle volte ma nello stesso tempo rischiose perché produttrici di distorsioni o errori sistematici.
Da non sottovalutare quindi è l’influsso che l’ambito emozionale può avere nella sfera decisionale, entrando a volte in conflitto con la razionalità soprattutto nella sfera del giudizio morale, il quale implica scelte di tipo etico. La Neurotica, come l’ etica filosofica, infatti si propone di comprendere il relativo ruolo di ragione ed emozione nel processo della presa di una decisione morale, anche se continua a risultare difficile fornire fin da principio una definizione formale del giudizio morale.
Da un punto di vista pratico il moral judgement è una valutazione di comportamenti e azioni di una persona definite in base ad una serie di virtù rese obbligatorie da una cultura o da una comunità.
La storia del pensiero occidentale mostra come questo sia stato generalmente sbilanciato in favore della ragione contro l’emozione; non così però all’inizio del Novecento, quando Freud e la psicologia comportamentista suggerirono che il giudizio morale fosse prodotto da fattori emotivi non-razionali. Con la rivoluzione cognitiva e i lavori di Lawrence Kohlberg (che riprende quelli di Jean Piaget), il giudizio morale torna ad essere prodotto del ragionamento e della cognizione superiore. Tuttavia, negli anni ’80, a seguito della cosiddetta “rivoluzione emotiva”, rinforzata negli anni ’90 dall’attenzione crescente ai processi mentali automatici, si assiste al ritorno della considerazione del ruolo dell’emozione nel processo di presa di decisione morale; e qui s’inserisce lo sviluppo degli studi neuroetici.
Per molto tempo quindi è stato enfatizzato il ruolo della razionalità nella formulazione del moral judgement creando una forte analogia con la descrizione di massime ed imperativi nella Critica della Ragion Pratica kantiana.
Sulla cresta dell’onda razionalista, Kohlberg (1987) sottolinea come i giudizi morali prescrivano ciò che si dovrebbe fare nelle situazioni in cui varie richieste entrino in conflitto tra loro. In quest’ottica le emozioni morali non sono la diretta causa dei giudizi morali anche se possono fungere per queste ultime da stimolo. Risulta chiaro quanto la teoria dello sviluppo morale di Kohlberg sia strettamente influenzata dalla filosofia kantiana.
Il filosofo di Königsberg sottolinea come la legge morale sia un imperativo categorico che obbliga le azioni particolari dei singoli a sottomettersi all’incondizionata legge della ragione.
Distaccandosi invece dal modello razionalista-kantiano altri studiosi come Damasio (1994) pongono come perno per la formulazione del giudizio morale l’emozione, l’affettività e l’intuizione, rifacendosi al modello intuizionista.
Ma è con Greene e colleghi (2001 - 2004) che, dopo un’attenta analisi delle aree cerebrali interessate nella gestione delle emozioni e delle valutazioni morali attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), viene messa a punto l’innovativa Dual-process Theory, in grado di spiegare la differenza comportamentale delle persone davanti a due situazioni di dilemma morale apparentemente simili (il Trolley Dilemma e il Footbridge Dilemma). Proprio il conflitto tra razionalità ed emotività è in grado di denotare le difficoltà nel fornire risposte a questioni che implicano un dilemma morale. Non esisterebbe in sostanza un modulo o centro morale, piuttosto una continua interazione (e lotta) tra processi emotivi e cognitivi realizzati da sistemi cerebrali dissociabili. Greene et al. ripropongono i dilemmi morali di Thomson (1986) sottolineando come i giudizi morali variano in base alla situazione che può essere personale o impersonale.
La prima è quella in cui la violazione del principio morale causa un danno grave diretto a una o più persone che non deve risultare da una deviazione di una minaccia esistente, mentre la seconda è il venir meno di uno di questi aspetti.

1. DILEMMA MORALE IMPERSONALE. DILEMMA DEL TROLLEY.

Una locomotiva senza controllo si sta dirigendo verso 5 operai che stanno lavorando sui binari. Il percorso dei binari presenta un binario secondario a sinistra verso cui si può far deviare il percorso della locomotiva. Tuttavia nel tracciato di sinistra c’è un altro operaio che lavora. È appropriato azionare il cambio il modo da deviare il trolley sul binario secondario e salvare così 5 operai? La risposta della maggior parte delle persone affermativa. L’impersonalità della situazione e l’azione mediata che comporta l’azionare la leva del cambio sprona la maggior parte degli uomini ad optare per una soluzione razionale ed utilitaristica: salvare 5 vite piuttosto che una sola. L’azione infatti comporta la deviazione di una minaccia. L’obiettivo non risulta essere uccidere l’operaio che lavora sul binario secondario (questa è solo una conseguenza anticipata e/o prevista).


2. DILEMMA MORALE PERSONALE. DILEMMA DEL FOOTBRIDGE.

Una locomotiva senza controllo si sta dirigendo verso 5 operai che stanno lavorando sui binari. Ti trovi proprio su un ponte sopra ai binari assistendo alla scena e capendo che l’unico modo per fermare il trolley è gettare un peso molto grosso che lo blocchi. Lì vicino c’è uno sconosciuto molto grasso. È appropriato spingere giù dal ponte lo sconosciuto in modo da fermare il treno e salvare le vite dei 5 operai? La maggior parte delle persone ha risposto che questo atto risulterebbe inappropriato. Si tratterebbe di una azione diretta che colpirebbe profondamente il soggetto nella sua emotività, in quanto è più cosciente che mai di star compiendo un omicidio (a livello giuridico) fisicamente con le sue mani. Una persona innocente danneggiata in modo diretto verrebbe usata come mezzo per un fine, violando così l’imperativo categorico kantiano.




Secondo Greene e colleghi i dilemmi morali personali suscitano risposte emotive negative che portano l’individuo a considerare l’azione come non appropriata. Nel cercare di superare la distinzione tra personale e impersonale ci si dovrà focalizzare sul ruolo dell’intenzionalità, aspetto alla base del Principio del Doppio Effetto (Moore, Clark e Kane 2008). Questa teoria etica sancisce la liceità di danneggiamento di un individuo se la sua conseguenza comporta un bene maggiore, mentre danneggiare qualcun altro come mezzo deliberato per un bene maggiore non risulta essere appropriato. Sempre nel loro studio del 2001, Greene et al. hanno identificato un decisore che dovrebbe andare oltre la reazione emotiva utilizzando una sorta di “controllo cognitivo”. Questo è capace di giudicare un dilemma morale personale come appropriato, permettendo così all’individuo di trovare una giustificazione razionale all’azione e, con un’ottica utilitaristica, considerare la violazione morale come accettabile se al servizio di un bene maggiore.
Anche nell’ambito della Teoria dei Giochi si rivelano aspetti indubbiamente interessanti riguardo la scelta tra diverse opzioni.


1. DILEMMA DEL PRIGIONIERO. GIOCO NON COOPERATIVO.

Due criminali vengono catturati ma non ci sono prove a loro carico. Vengono messi in due celle diverse e a ciascuno singolarmente senza che l’altro possa ascoltare viene detto: “Se tu confessi e il tuo complice no, tu sei libero e il tuo complice si prende 7 anni; se confessa anche lui però, vi prendete 6 anni a testa; d’altra parte, se non confessi e il tuo complice confessa, lui è libero e tu vai in prigione per 7 anni; infine, se non confessate nessuno dei due, siccome non abbiamo prove, possiamo tenervi dentro solo per 1 anno”. La Teoria prevede che la strategia ottimale di questo gioco non cooperativo sia la confessione, perché chi confessa ha un range di condanne da 0 a 6 anni, mentre chi non confessa da 1 a 7, la condanna media è superiore nel secondo caso rispetto al primo. L’azione del confessare, in questo esempio, è strettamente funzionale a minimizzare la pena per ogni singolo giocatore, sperando che l’altro non faccia altrettanto. Se però l’altro adotta la stessa strategia, rischieremmo comunque meno che evitando di far condannare l’altro confessando. Il rischio però è alto. In questi giochi si suppone che non vi sia collaborazione e che nessuno dei due giocatori conosca la scelta dell’altro.

2. GIOCO DELL’ULTIMATUM. GIOCO COOPERATIVO.

Vi sono due giocatori e una certa quantità di danaro, di cibo, di qualsiasi cosa si voglia dividere. Il primo giocatore sceglie come suddividere (per esempio, 50 e 50) e il secondo sceglie se gli sta bene la divisione. Se approva si procede alla scissione altrimenti nessuno prende niente. Molti ritengono che questo gioco sia un ottimo simulatore delle interazioni all’interno di una società umana e un indicatore dell’avversione della gente per le ingiustizie. Infatti, un’azione ingiusta del primo giocatore, quello che deve dividere la quantità, porta ad una reazione del secondo giocatore tale per cui la strategia ingiusta si rivela poi fallimentare. Il secondo giocatore infatti reagisce alle offerte del primo a livello emotivo non accettando a volte una divisione giusta come se volesse far valere qualche sorta di ricatto, essendo lui, in definitiva, a scegliere se concedere il premio a entrambi; ma un’azione del genere sarebbe dannosa in parti uguali, e quindi la leva ricattatoria decadrebbe. Logicamente a livello d’insiemistica 1 è meglio di 0 e quindi è razionalmente lecito accettare qualsiasi offerta avanzata dal primo giocatore perché risulterebbe in ogni caso un guadagno.



Mariangela Lentini e Maria Corinna Traversa

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