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giovedì 28 marzo 2013

VisioniAlternative: Le nevi del Kilimangiaro (2011)





Michel e la moglie Marie – Claire sono una felice coppia di mezz’età che conduce una vita tranquilla in un quartiere popolare di Marsiglia. Sposati da trent’anni, innamorati profondamente e circondati dall’affetto di figli e nipotini, non hanno mai avuto ragione per non essere soddisfatti di quello che la vita ha offerto loro. Fino a che il nome di Michel, insieme a quello di diciannove compagni che lavorano con lui nel porto cittadino, viene estratto dall’urna che deciderà chi di loro dovrà andare in cassa integrazione. In realtà, come non perde occasione di ricordargli il cognato Raoul, suo collega e grande amico, il nome di Michel non avrebbe dovuto affatto essere nell’urna, in qualità di rappresentante sindacale. Ma Michel, uomo mosso da un’incrollabile fede nei principi di giustizia sociale, non ha voluto concedersi privilegi.


La vita di marito e moglie continua senza scossoni, con grande semplicità e umiltà che è sinonimo di felicità. I due festeggiano trent’anni di matrimonio circondati dai loro cari, e il regalo dei figli è un viaggio “nella terra dei Masai, ai piedi del Kilimangiaro” (da qui viene il titolo, ispirato alla canzone omonima che ritorna continuamente nella colonna sonora del film). Il mondo semplice e perfetto di Michel e Marie – Claire è però destinato a crollare quando i due vengono aggrediti in casa da degli sconosciuti durante una serata in compagnia della sorella di lei e del marito Raoul, e derubati di tutti i loro soldi e degli agognati biglietti del viaggio …




Le nevi del Kilimangiaro (titolo originale: Les neiges du Kilimandjaro) di Robert Guédiguian sembra affrontare di petto il tema caldissimo della crisi del lavoro nei primi minuti per poi virare abilmente sul progressivo disfacimento del piccolo mondo privato dei due protagonisti e sulla perdita delle certezze. Alla preoccupazione, tutto sommato di poco conto, del lavoro che non c’è si sostituisce presto la perdita di ogni certezza e ogni punto di riferimento nella vita, che segue l’esperienza traumatica della rapina. (ATTENZIONE SEGUE PICCOLO SPOILER!!!) A questo si aggiunge la terribile scoperta del male che si manifesta nella forma di una faccia familiare: l’autore della rapina non è un delinquente qualunque, ma un bravo ragazzo, operaio, ex-collega di Michel licenziato insieme a lui, che si prende cura dei fratelli più piccoli senza l’aiuto di nessuno. Il passo successivo per Michel e Marie – Claire è dunque la crisi d’identità: chi siamo noi? Che senso hanno le lotte portate avanti per anni al sindacato e i valori e i principi su cui abbiamo fondato la nostra esistenza e che abbiamo trasmesso ai nostri figli?

Allo spaesamento segue però la riscossa: l’unico modo per ripartire dal nulla è mettere in secondo piano sé stessi e dedicarsi completamente agli altri, rivalutando le proprie priorità. Dalla crisi più profonda possono quindi nascere delle nuove possibilità. Basta sapersi mettere in discussione e riscoprire la bellezza e il valore dei rapporti tra le persone e dei piccoli gesti che si davano per scontati, e che invece sono belli e veri proprio perché devono continuamente essere riaffermati con convinzione giorno dopo giorno. 




Robert Guédiguian è definito da molti il “Ken Loach francese”. Il suo cinema affronta temi sociali di una certa rilevanza e attualità senza mai perdere di vista e mettendo in primo piano innanzitutto l’essere umano, le sue debolezze e le sue virtù. I suoi personaggi appartengono a un mondo, quello della classe operaia di Marsiglia, al quale lui stesso è molto legato, e che riesce a rappresentare abilmente nella sua evoluzione storica e sociale. Emergono allora nel film le distanze tra due generazioni: quella dei “genitori”, che possiamo immaginare incarni il punto di vista dello stesso regista, che hanno vissuto il periodo delle lotte sociali e delle rivendicazioni sindacali e conservano una profonda coscienza del proprio ruolo e della propria dignità di uomini e lavoratori, e quella dei figli, che non hanno condiviso tutto ciò e paiono frastornati, incapaci di comprendere e reagire di fronte a situazioni che avvertono profondamente ingiuste. È incredibile come di fronte a quello che è facile interpretare come l’accanimento di un destino avverso, marito e moglie non perdano mai la consapevolezza di possedere molto, anche quando sembrano aver perso tutto. I rapporti famigliari e di amicizia vengono in aiuto proprio nelle circostanze più difficili a ricordarci che la felicità si può raggiungere dimenticandosi dei propri rancori e recriminazioni personali e ricordandosi di essere parte di una collettività solida e affiatata. 


Guédiguian usa comunque uno stile molto asciutto e per nulla accondiscendente verso lo spettatore. Il suo è un approccio rigoroso e realista nei confronti dei personaggi e dei fatti narrati, che lascia aperto uno spiraglio di speranza senza mai cadere nella retorica di un ottimismo fine a sé stesso. “Le nevi del Kilimangiaro” ci presenta in fondo personaggi che avvertiamo così vicini a noi, piccoli uomini e donne divisi tra slanci di egoismo e di apertura verso i propri simili, tra la consapevolezza dei propri limiti e il desiderio di uscire da sé e avvicinare modelli ideali e molto spesso irraggiungibili, come quelli di Michel: Jean Jaurès, mito del socialismo francese, e Spiderman.

Una pellicola che riesce a coniugare piacevolmente impegno sociale e leggerezza, autorialità e intrattenimento, realismo e lirismo senza eccessive pretese, e conferma senza dubbio l’ottimo stato di forma del cinema francese.


/Fabio/










lunedì 4 febbraio 2013

VisioniAlternative: Io sono Li (2011)




È la prima volta che parlo di un film italiano su questo blog. Inutile nascondere che il nostro cinema non se la passa molto bene negli ultimi tempi, anche se ultimamente qualche bella sorpresa è venuta fuori. Il problema dell’Italia di oggi a mio parere è uno, applicabile in tutti i settori: per trovare idee fresche, originali bisogna dare spazio ai giovani e scovare i talenti, quelli veri. E l’Italia sembra essere un paese di vecchi e per i vecchi. Ed è un peccato, perché le idee e anche le persone per realizzare qualcosa di innovativo e produrre film di qualità ci sarebbero anche. Ma sono per lo più oscurati, boicottati e penalizzati da un sistema produttivo e peggio ancora distributivo a dir poco scandaloso, che punta solo ai soldi facili e concede spazio e pubblicità a un cinema leggermente più “impegnato” solo quando ci sono di mezzo i soliti nomi noti. Mentre invece si potrebbe e dovrebbe investire su nomi nuovi e emergenti. Comunque, come dicevo, non tutto è da buttare: in Italia di film belli se ne fanno ancora. Bisogna solo impegnarsi un po’ di più per scovarli.
Questo in particolare l’ho trovato di una sensibilità e una delicatezza eccezionali, davvero poco “italiche”, oltre che di pregevole fattura. Da sottolineare che questa pellicola ha vinto a fine 2012 il Premio Lux assegnato dall’Unione Europea ogni anno al film europeo che meglio di tutti incarna gli ideali di solidarietà, incontro e cooperazione tra culture diverse che sono alla base dell’Unione.

Io sono Li di Andrea Segre è il film che segna l’esordio del 36enne regista veneto alla regia di un lungometraggio di fiction, dopo una lunga esperienza come documentarista. E soprattutto è un film davvero splendido, un’opera ricca di poesia e sentimenti genuini. La storia della profonda e tenera amicizia tra la cinese Shun Li, immigrata clandestina in Italia, e Bepi, pescatore slavo, sullo sfondo della laguna di Chioggia è raccontata con mano ferma e senza retorica. Ogni sguardo e silenzio dei personaggi è in grado di trasmettere emozioni pure e autentiche allo spettatore. Il regista sceglie di adottare uno stile sobrio, dosando i dialoghi al minimo e lasciando spazio ai non detti, alle emozioni discrete e mai esasperate che traspaiono dai volti dei protagonisti e agli scenari che fanno da contorno alla vicenda. Le splendide e prolungate inquadrature della laguna veneta, che testimoniano la grande esperienza del regista come documentarista, non sono mai fini a sé stesse ma rispecchiano sempre gli stati interiori dei personaggi.





Sorprende in un regista giovane, anche se non certo alle prime armi, la grande cura dell’immagine e la capacità di fondere insieme toni lirici e simbolismo con un rigoroso realismo. Particolarmente felice  in questo senso la scelta di usare il dialetto veneto insieme al cinese entrambi accompagnati dai sottotitoli, che accentuano l’impostazione quasi documentaristica della vicenda. La rappresentazione della provincia lagunare e dei “tipi” umani che la popolano non scade mai negli stereotipi e nella resa macchiettistica dei personaggi, tutti profondamente veri e sinceri. Emergono così in modo molto veritiero pregi e difetti del popolo chioggese (che si erge a simbolo di una precisa realtà provinciale tipicamente italiana) caratterizzato da una grande laboriosità e una spontanea generosità e apertura al prossimo, eppure in qualche modo frenato da certi pregiudizi duri a morire. Dall’altra parte troviamo invece una donna orientale dal carattere forte che tira avanti con grande fermezza per la sua strada, pur aggirandosi spaesata e malinconica in un paesaggio che conosce bene, venendo da una zona di mare, eppure così “straniero” e ostile.


“Io sono Li” è un film intriso di poesia e di delicati simbolismi (l’opposizione costante mare/laguna ritorna lungo tutto il film a rappresentare la “prigione” della quotidianità dalla quale Shun Li aspira al mare sconfinato, alla libertà). L’unica via d’uscita concessa alla donna dal grigiore del bar dove lavora è la poesia, che irrompe nel film attraverso la festa tradizionale cinese del Poeta con le sue luci, e attraverso la figura di Bepi, che è conosciuto da tutti come “Il poeta” per la sua abilità con le rime. Il vecchio pescatore si dimostrerà davvero poeta nell’animo, accogliendo Shun Li nella sua vita e trovando a sua volta nella donna un punto di appoggio. Il film in fondo non racconta altro che l’incontro tra due solitudini che finirà per influenzare drasticamente non solo la vita dei due protagonisti, ma anche di tutti coloro che sono intorno a loro, al punto da essere portatore di rottura all’interno di un mondo che sembra perfetto proprio in quanto immutabile.


Da applausi l’interpretazione di tutto il cast (su tutti la splendida Zhao Tao premiata con il David di Donatello e il croato Rade Serbedzija nel ruolo dei due protagonisti) per un piccolo gioiello del cinema italiano che porta la firma di un giovane autore assolutamente da tenere d’occhio.





/Fabio/

giovedì 1 novembre 2012

VisioniAlternative: Una separazione (2011)




Nader e Simin, dopo anni di matrimonio, sono davanti al giudice per presentare domanda di divorzio. In realtà Nader non vorrebbe affatto divorziare. È la moglie Simin a chiedere la separazione per poter espatriare con la figlia Termeh di undici anni, dato che il marito non è d’accordo con l’idea di lasciare il Paese. Deve prendersi cura del padre, malato di Alzheimer, e non può assolutamente abbandonarlo. Il giudice non concede alla coppia di separarsi, né a Simin di andare all’estero, e la donna torna a vivere dai genitori, sancendo di fatto una rottura definitiva col marito. Nader è costretto quindi a cercare un’infermiera che si prenda cura del padre mentre lui è al lavoro. Per il posto si presenta Razieh, una donna che ha bisogno di lavorare per pagare i debiti del marito, ma che accetta l’impiego offerto da Nader all’insaputa dell’irascibile marito…

Una separazione (titolo originale: Jodái-e Náder az Simin) di Asghar Farhadi è il film iraniano che ha fatto incetta di premi nell’ultima stagione cinematografica: premiato con l’Orso d’oro e l’Orso d’argento per il miglior attore e miglior attrice (assegnato all’intero cast maschile e femminile) al Festival di Berlino 2011, ha ricevuto innumerevoli premi come miglior film straniero tra cui il David di Donatello e all’inizio del 2012 ha concluso una trionfale cavalcata conquistando il Golden Globe come miglior film in lingua straniera e diventando poi il primo film iraniano a vincere l’Oscar nella stessa categoria. Un vero e proprio plebiscito per un film che è stato indicato da gran parte della critica internazionale come il miglior film dell’anno.

La pellicola comincia con un lungo piano-sequenza che consente di inquadrare subito la vicenda, e ci catapulta poi direttamente nella vita di una comune famiglia del ceto medio nell’Iran contemporaneo. Il film rientra appieno nei canoni di quel cinema di stampo neorealista che ha reso la scuola iraniana una delle più importanti e acclamate al mondo. Si potrebbe dire che, esaurita la fase del neorealismo che ha reso grande il cinema Italiano, questo modo di fare cinema si è trasferito idealmente in Iran e, a partire dalla fine degli anni ’60, questo paese ha sfornato un gran numero di film e maestri della macchina da presa tutti caratterizzati appunto da un approccio “neorealista”. Per neorealismo in questo caso intendo la capacità di raccontare storie semplici di gente comune, ma sincere e autentiche, capaci con la loro semplicità e il loro realismo di rappresentare fedelmente i caratteri di una società in un determinato periodo storico, e al tempo stesso di appassionare e far emozionare lo spettatore.

Proprio questo è il punto forte di “Una separazione”: le vicende raccontate sono di una semplicità estrema, scene di vita quotidiana, i personaggi sono persone qualunque ma cariche di umanità, oneste e vere fino in fondo. L’impianto narrativo e la scrittura perfette catturano l’attenzione dello spettatore, il ritmo crescente della narrazione crea una tensione costante che inchioda alla poltrona. È impossibile non appassionarsi alla sorte dei vari personaggi e farsi trascinare dalla vicenda che si fa sempre più tesa e coinvolgente. Ecco perché il film parte come una pellicola neorealista e assume poi sempre di più i caratteri di un thriller dai ritmi serrati, che non lascia scampo. Non succede niente di straordinario, i fatti che si susseguono non sono molto distanti da quelli che potrebbero essere le tensioni e i problemi della quotidianità di ogni famiglia, ma proprio per questo vogliamo sapere come andrà a finire ed  empatizziamo con i protagonisti provando la loro stessa angoscia e il loro stesso smarrimento.

Il film ha l’incredibile merito di rappresentare fedelmente le mille contraddizioni della moderna società iraniana: un paese stritolato tra una tensione naturale verso la modernità rappresentata da uno stile di vita “occidentale” e più aperto alle novità da un lato, e i soffocanti e costrittivi lacci della tradizione dall’altro. Un conflitto ben rappresentato dalle due famiglie protagoniste. Da un lato abbiamo una famiglia benestante e “moderna”, dove c’è una sostanziale parità tra uomo e donna, dove la moglie è istruita, lavora, guida la macchina, è indipendente … Dall’altro una famiglia, quella della badante, più povera, molto credente, più conservatrice, che conserva ancora un legame forte con la religione e con i vincoli imposti da una società tradizionalista e fortemente discriminatoria, soprattutto verso le donne. C’è da dire che il regista Farhadi è molto abile nel mettere in luce i nervi scoperti del suo Paese evitando riferimenti politici diretti (Farhadi è a oggi l’unico regista iraniano di statura internazionale che riesce a lavorare liberamente in patria, aggirando le pesanti catene della censura).




Ma il pregio più grande di questo capolavoro, come già accennato, sta nella sceneggiatura e nella sapiente struttura narrativa costruita dal regista. Le battute e i dialoghi sono di un realismo e di un’autenticità impressionante, così come la resa sullo schermo degli attori, tutti perfetti. La narrazione è costruita in modo tale che in ogni singola scena, anche quelle più semplici e apparentemente “inutili” che sembrano limitarsi a descrivere azioni quotidiane, sono disseminati degli indizi della cui importanza lo spettatore si accorge solo alla fine, e che si rivelano decisivi per la comprensione della vicenda. Tutto si tiene alla perfezione, quindi in questa pellicola, in un impianto narrativo di superba fattura. A ciò si aggiunge un montaggio che elimina completamente i tempi morti tra una sequenza e l’altra, conferendo al tutto un ritmo e una tensione crescente che, come già detto, dà al film la consistenza di un thriller in piena regola, malgrado l’apparente “normalità” delle vicende raccontate. “Una separazione” è molto di più di un semplice dramma famigliare e sociale.

L’altro aspetto stupefacente è la capacità del film di mostrarci una pluralità di punti di vista, mostrandoci i fatti attraverso gli occhi dei vari personaggi, per dimostrare come la verità sia un concetto inesistente nella realtà: in questa vicenda tutti i personaggi sono colpevoli e al tempo stesso vittime degli eventi e di un ingranaggio che li sovrasta e stritola, tutti hanno torto e ragione, tutti sono sinceri e al tempo stesso mentono a sé stessi e agli altri. Ognuno racconta e sostiene la propria “verità” e la propria visione dei fatti, senza che nessuna versione prevalga sulle altre. E alla fine tutti escono irrimediabilmente sconfitti, specie i più piccoli. O in ogni caso, di sicuro la giustizia iraniana non è il mezzo adeguato per fare chiarezza nella vicenda (significativo il continuo appellarsi a Dio e al Corano da parte di Razieh e del marito, anche di fronte al giudice: “Dio mi è testimone”). Il risultato è che è impossibile per lo spettatore scegliere da che parte stare: ogni singolo personaggio attira la simpatia e la comprensione del pubblico per le sue  debolezze e le sue rivendicazioni, per l’onestà che li caratterizza anche nei loro comportamenti e reazioni più “accesi”.

“Una separazione” è una visione imprescindibile per chi ama il cinema d’autore e il cinema capace di dare forti emozioni. Una visione utile e importante per capire qualcosa di più di quell’enorme rompicapo che è il nuovo Iran del XXI secolo. Un film da vedere senza il minimo dubbio, sperando che questa grande scuola cinematografica possa continuare a regalarci altri capolavori in futuro anche in un contesto politico sempre più complicato.


/Fabio/








lunedì 19 dicembre 2011

VisioniAlternative: Harold & Maude (1971)



 20 dicembre 1971- 20 dicembre 2011

Esattamente quarant’anni fa usciva nei cinema americani “Harold and Maude” di Hal Ashby. Se non ne avete mai sentito parlare, non dovete chiedere al pubblico di allora, perché il film fu un flop e probabilmente nessuno o quasi ne parlò. La consacrazione di quest’opera straordinariamente audace e moderna è giunta solo negli anni, nel corso dei quali ha guadagnato un folto pubblico di estimatori che ne hanno fatto un vero e proprio “cult” underground. Una piccola perla cinematografica che aspetta solo di essere riscoperta, anche e soprattutto dal pubblico italiano.

Stiamo parlando semplicemente di una delle più belle commedie di sempre, una delle storie più strambe, surreali, poetiche, commoventi e divertenti mai raccontate. La storia dello stravagante rapporto di amicizia-amore tra il ventenne Harold, giovane ricco e stralunato e l’ottantenne Maude, arzilla vecchietta piena di risorse ed entusiasmo. Lui è un ragazzo complessato, oppresso da una madre invadente e rigidamente ingessata, con una patologica attrazione-ossessione per la morte. Trascorre tutto il suo tempo a inscenare finti suicidi per impressionare (invano) la madre, recandosi ai funerali di sconosciuti e guida un carro funebre accuratamente scelto e recuperato da una vecchia rimessa. È proprio ad un funerale che Harold incontra per la prima volta Maude. Anche lei ama assistere ai funerali per “celebrare la morte come parte dell’infinito ciclo della vita”. Maude ama profondamente la vita in tutti i suoi aspetti e vive al massimo ogni momento all’insegna di un gioioso e spregiudicato anticonformismo. Guida auto che ruba per la strada senza patente, trascorre il tempo contemplando lo spettacolo della natura o di un palazzo che viene demolito, canta e balla senza inibizioni. Con lei Harold imparerà a vivere per la prima volta e in lei troverà la sua “anima gemella”.

L’amicizia tra i due si può meglio definire un rapporto di profonda intesa tra spiriti affini che sfocia alla fine in un amore che rappresenta una sfida deliberata a ogni convenzione e regola sociale. Ed  è proprio qui che sta il messaggio di “Harold e Maude”: il film ci invita a liberarci a poco a poco delle stupide e noiose regole, convenzioni e principi imposti dalla società e dal mondo “normale” per vivere pienamente all’insegna della propria creatività e delle proprie eccentricità. E pian pano l’atmosfera stralunata e surreale nella quale ci immergiamo con i due protagonisti diventa consueta, accettabile e desiderabile in confronto alla piattezza, alla banalità e alla grigia apparenza del mondo “normale”, incarnato dalla madre di Harold, perfetto stereotipo di una società benestante e benpensante che si trastulla in occupazioni mondane costruendosi attorno una tomba di finta rispettabilità. Harold e Maude sono veramente vivi e liberi e per questo così lontani e incomprensibili per il mondo istituzionale. In questo senso resta nella storia la scena in cui si susseguono uno dopo l’altro la madre, lo psichiatra di Harold, lo zio Victor ufficiale dell’esercito e il prete nell’esprimere in maniera ripetitiva e stereotipata il proprio disgusto e la propria disapprovazione all’annuncio di Harold di voler sposare Maude, con la quale il regista rivolge compiutamente il suo sberleffo ad ogni forma di autorità, ai quattro pilastri della società borghese (la famiglia, la scienza/psichiatria, l’esercito e la religione). E poco importa se alla fine i piani del giovane non troveranno d’accordo Maude, quel che conta è che l’Harold che esce da questa esperienza è uomo e non ha più bisogno di morire (per finta) per sentirsi vivo …

Il film rivela chiaramente la vicinanza (più ideologica che non anagrafica) del regista ai movimenti di controcultura e contestazione degli anni ‘60- ’70 (molto attuale per l’epoca la critica al militarismo americano attraverso la grottesca caricatura di Zio Victor), ma esprime anche una critica tagliente nei confronti delle nuove generazioni, rappresentate in una condizione di “Impasse esistenziale”, incapaci di dare una forma compiuta alla loro vita, a differenza di Maude che ha vissuto gli orrori della guerra e che si gode ogni momento di felicità che la vita offre. Anche in questo caso, una tematica più che attuale.

“Harold e Maude” è molto più di una commedia e di una storia d’amore, è un’opera che colpisce e fa innamorare per la sua spiazzante modernità, per le battute fulminanti, perché è un film che sprizza anticonformismo da tutti i pori e riesce a commuovere e a far riflettere ma al tempo stesso fa venire le lacrime agli occhi dalle risate (esilaranti il dialogo tra Maude e il poliziotto in motocicletta e le varie messinscene orchestrate da Harold per dissuadere le malcapitate pretendenti scelte dalla madre). In breve non c’è una scena che non si distingua per originalità e arguzia. Aggiungeteci una regia impeccabile e una serie di inquadrature innovative che accentuano l’atmosfera straniante della pellicola (d’altronde il buon Ashby, pur avendo avuto la sua parte di successo, rimane uno dei talenti più sottovalutati espressi da Hollywood). E ancora un’interpretazione straordinaria dei due protagonisti (Ruth Gordon, Premio Oscar come miglior attrice non protagonista per “Rosemary’s baby” di Polanski, qui nella sua ultima interpretazione, e il quasi esordiente Bud Cort, che nonostante abbia avuto una discreta carriera rimarrà sempre il pallido Harold dallo sguardo allucinato) che danno vita a due tra i personaggi più teneri e buffi di sempre. E infine una strepitosa colonna sonora firmata da Cat Stevens (con due brani inediti composti per il film, “Don’t be shy” e “If you want to sing out, sing out”). Non vi ho ancora convinto che questo è un “cult movie” con la C maiuscola assolutamente da non perdere?

Di solito si dice che un capolavoro è tale perché rimane attuale a distanza di tanti anni. Per me questo film è ancora oggi troppo avanti nonostante i 40 anni suonati …


/Fabio/


Qui trovate alcune immagini del film (alcune inedite e mai inserite nella versione finale) con il sottofondo del brano "If you want to sing out, sing out" richiamato più volte nel corso del film : http://www.youtube.com/watch?v=5mz3TkxJhPc
 e qui due scene tra le più famose e significative: http://www.youtube.com/watch?v=gDdjI1-x1l4            
 E infine i due brani di Cat Stevens che racchiudono il significato del film: 

 

domenica 27 novembre 2011

VisioniAlternative: Garage (2007)




Questa nuova puntata di VisioniAlternative è dedicata all’Irlanda: l’isola di smeraldo può vantare alcuni registi di fama internazionale come il premio Oscar Neil Jordan e Jim Sheridan. Oggi però voglio parlarvi di un piccolo film che porta una firma semisconosciuta ascrivibile a una nuova generazione di cineasti irlandesi.

GARAGE di Lenny Abrahamson. Questa pellicola, presentata a Cannes nel 2007, ha ricevuto lo stesso anno il premio per il Miglior Film alla 25. ema edizione del Torino Film Festival (a proposito, l’edizione 2011 della manifestazione ha preso il via nel capoluogo piemontese venerdì e continuerà fino al 3 dicembre). Stiamo parlando di un film che fa della  semplicità e dei toni lievi e dimessi il suo punto di forza.

Il protagonista Josie, un uomo grande e grosso e “buono come il pane”, conduce una vita solitaria alla periferia di una cittadina immersa nella verde campagna irlandese, gestendo quotidianamente una piccola stazione di servizio con annessa pompa di benzina. Josie è orgoglioso del proprio umile lavoro e ostenta una moderata soddisfazione anche riguardo a una quotidianità che riserva ben poche emozioni, fatta di passeggiate solitarie per le stradine dei dintorni, che tanto bene fanno alla sua anca malandata, e poche parole scambiate con gli sporadici clienti della sua pompa di benzina. Purtroppo però la sua testa non ragiona alla stessa velocità delle altre persone: Josie infatti è mentalmente ritardato e le sue difficoltà nel rapportarsi con gli altri sono evidenti. Un disagio questo che lo porta ad assecondare sempre il suo interlocutore e gli impedisce di esprimere compiutamente i propri sentimenti, condannandolo a relazioni sporadiche e superficiali e a una condizione di generale isolamento. Le cose per lui cambiano quando alla sua rimessa arriva David, un quindicenne figlio dell’attuale compagna di Gallagher, il proprietario della stazione di servizio e capo di Josie, per aiutarlo nel lavoro durante i week-end. Josie prende molto sul serio la situazione e incomincia a insegnare il mestiere al suo aiutante il quale a poco poco ,dall’iniziale diffidenza nei suoi confronti, instaurerà con Josie una timida amicizia. Questo nuovo rapporto sconvolgerà la vita ripetitiva e abitudinaria del benzinaio, con conseguenze drastiche, e non solo positive.

“Garage” è un film molto triste, velato di un costante senso di malinconia. A colpire è la crudeltà della vicenda, che si svela solo nel finale e sembra dirci che non esiste possibilità di riscatto per chi porta su di sé l’etichetta di “diverso” e per questo è emarginato dalla comunità. Josie incarna il prototipo dello “stupido” del villaggio, che tutti trattano con condiscendenza  e compassione ostentando gentilezza e buone maniere, ma che in realtà è irrimediabilmente escluso dalla vita del paese. Se tutti si comportano  bene con il buon Josie e si mostrano suoi amici è più per una questione di “etichetta” e di un ipocrita senso di pietà verso i più deboli che appartiene alla morale comune, che non per reale interesse e disponibilità nei suoi confronti. Tutto ciò si rivela chiaramente nel momento in cui il “diverso”, tollerato finché riveste un ruolo “utile” alla collettività e non invade la vita altrui, si macchia di una colpa, seppur lieve, e subito viene additato e condannato proprio in virtù del suo essere diverso, anormale, e quindi meritevole di biasimo e rifiuto da parte della gente “normale”.

In realtà nel rappresentare una realtà dei fatti dura e senza appello, il regista sembra volerci comunicare qualcos’altro. La diversità di Josie infatti non consiste tanto nel suo ritardo mentale. Questa convinzione si fa largo man mano che il film procede osservando i personaggi che ruotano attorno al protagonista. Josie, con la sua ingenuità e bontà tipicamente infantile, quasi primigenia (molto significative sono ad esempio le scene in cui il protagonista va a trovare un cavallo legato nelle vicinanze del luogo dove lavora e si intrattiene con lui accarezzandolo e dandogli da mangiare) dimostra, anche se talvolta in modo maldestro, molta più umanità, altruismo e apertura al prossimo della maggior parte delle persone con le quali entra in contatto. Ognuna di esse porta infatti con sé le proprie  meschinità e perversioni (dagli uomini del paese alcolizzati e violenti alla giovane e “arrabbiata” ragazza madre della quale Josie è segretamente innamorato, agli adolescenti del luogo costretti a crescere in un contesto di generale degrado e anaffettività). Josie sembra quindi pagare e rivestire il ruolo di vittima per la sua condizione di “diverso”, ovvero migliore degli altri piuttosto che inferiore. Migliore perché capace di trovare una sua serenità e pace interiore nello stile di vita semplice che conduce, la stessa vita che per gli altri è solo squallida e fonte di frustrazione e che a lui invece ispira una “ingenua” felicità.

“Garage è un film molto particolare per lo stile di regia minimalista, le inquadrature fisse e i tempi dilatati, i dialoghi semplici e ridotti all’osso e i lunghi silenzi che però non annoiano e sono sempre funzionali alla rappresentazione del personaggio e dell’ambientazione. I luoghi in cui è ambientata la vicenda rendono onore alla fama della “verde” Irlanda, e impreziosiscono ulteriormente la pellicola, così come l’interpretazione degli attori. Ottima la prova offerta dal protagonista, il semisconosciuto Pat Shortt, che dà vita a un personaggio memorabile nella sua goffaggine e insicurezza, che nella sua semplicità e umiltà arriva ad essere una presenza scomoda per chi gli sta attorno.


La frase da ricordare:

(Josie a chi gli chiede a che cosa sta pensando):

 A niente … Pensavo a quello che ho nella testa: niente.


/Fabio/ 



Trailer italiano di "Garage": http://www.youtube.com/watch?v=d-JrX31li_Q

giovedì 3 novembre 2011

VisioniAlternative: In un mondo migliore (2010)



Questa recensione, secondo appuntamento di VisioniAlternative,è la prima dedicata a un Paese che negli ultimi tempi ho imparato ad amare e che vi invito a scoprire, cinematograficamente parlando si intende (non ho ancora avuto la fortuna di visitarlo personalmente): sto parlando della Danimarca. Paese che ha saputo esprimere negli ultimi anni una serie di autori e film degni di nota. Se gran parte del merito della rinascita e dell’affermazione del cinema danese a livello internazionale è sicuramente attribuibile a Lars Von Trier, che rimane ancora oggi il cineasta più conosciuto e acclamato del suo paese ( è lui il fondatore del celebre Dogma95, movimento che ha influenzato molti “autori” non solo in Danimarca nella seconda metà degli anni 90, e della casa di produzione Zentropa che è oggi la più importante della regione scandinava), è vero anche che sulla scia del suo genio sono emersi tanti altri “nomi” a cui il talento non manca di certo.

Premettendo che ritornerò a parlare del Dogma95 e altre realtà del cinema nordico recente, mi è sembrato giusto iniziare l’esplorazione di questo “mondo” parlando del film che ha vinto l’Oscar per il miglior film in lingua straniera quest’anno, chiudendo idealmente il circolo di notorietà e riconoscimento che la Danimarca ha meritatamente acquisito.

IN UN MONDO MIGLIORE (titolo originale: Hævnen “Vendetta”) di Susanne Bier. La firma su questa pellicola è di sicuro prestigiosa: La Bier ha diretto film che hanno avuto  numerosi riconoscimenti ( “Non desiderare la donna d’altri” del 2004, del quale è stato fatto il remake Usa “Brothers” e “Dopo il matrimonio” già nominato agli Oscar nel 2006). Inoltre la sceneggiatura è ancora una volta scritta a quattro mani con il fido Anders Thomas Jensen (il vero “genio” del moderno cinema danese, Von Trier a parte: quasi tutti i film più importanti e acclamati degli ultimi dieci anni portano, direttamente o indirettamente, la sua firma).

In questo film l’azione si svolge parallelamente in due ambienti molto diversi tra loro: una tranquilla cittadina danese e le sterminate praterie africane. Anton è un medico che presta servizio volontario in un campo profughi in Africa. È un uomo forte, dotato di un grande spirito di solidarietà e un solido senso etico. Si divide periodicamente tra il lavoro in Africa e la sua famiglia in Danimarca. Una famiglia che però sta andando a rotoli. Anton e la moglie Marianne si stanno per separare e a soffrirne è soprattutto il figlio Elias, un ragazzino timido e insicuro, facile preda dei bulli a scuola. Un aiuto provvidenziale al  povero Elias viene da Christian, un ragazzo giunto da poco nella sua classe, che ha recentemente perso la madre e si è appena trasferito con il padre da Londra. I due ragazzi stringono subito una forte amicizia, uniti anche dalle difficili situazioni familiari, ma c’è una grossa differenza nel loro carattere: tanto è debole e impaurito Elias, quanto sicuro di sé, imperturbabile e vendicativo Christian. Sarà lui a trascinare Elias in una spirale crescente di vendetta e violenza che finirà per coinvolgere e mettere in pericolo anche le rispettive famiglie …

L’idea di “In un mondo migliore” nasce, a detta della stessa regista, dalla volontà di dimostrare come l’immagine idilliaca e perfetta dei paesi e delle società nordiche che risiede nell’immaginario comune sia inesatta e fuorviante. Anche la Danimarca soffre di quella crisi profonda che investe la moderna società occidentale. E guardando questo film non può non tornare in mente la celebre frase del principe Amleto “C’è del marcio in Danimarca”. C’è davvero del marcio in Danimarca, quel marcio che si annida un po’ dentro ognuno di noi uomini occidentali e che non risparmia nessuno, neanche i più piccoli. Allora forse l’unico posto dove è possibile trovare un po’ di purezza e “redenzione” è quell’Africa dove lavora il dott. Anton, negli occhi incontaminati di quei bambini che affollano numerosi il suo ospedale da campo? O forse anche questo mondo “primitivo” ha le sue brutture, la sua parte di “marcio” ben più evidente e superficiale di quello che cova sotto l’apparenza della “civile” Europa . Ma allora, da che parte dobbiamo guardare per trovare quel mondo migliore del titolo?

Sono questi gli interrogativi, anche scomodi, che ci pone la visione di un film che è però soprattutto, e prima di tutto, una coinvolgente e intensa storia di formazione, la storia di due ragazzi e della loro amicizia, un rapporto forte dai risvolti “distruttivi”, del loro percorso di iniziazione verso il Male che è però anche un percorso di iniziazione alla Vita, e delle rispettive famiglie che sole possono interrompere l’oscuro processo intrapreso dai loro figli.

I punti a favore del film sono sicuramente uno stile asciutto e diretto, in pieno stile nordico, che non lascia spazio a facili sentimentalismi, e il parallelo tra i due “mondi”, continuamente richiamato, che è la vera originalità della pellicola. A sfavore c’è forse un finale che può sembrare troppo buonista, per come si era svolta la storia, ma che in fondo non stona con quello che è il messaggio che la regista vuole lanciare,  che è un messaggio di moderato pessimismo che lascia però aperto uno spiraglio di speranza. E forse è proprio questo, che a prima vista può sembrare un punto dolente, il pregio del film: La Bier usa sapientemente le armi del cinismo e dell’angoscia che coglie lo spettatore senza però arrivare a dare il colpo di grazia, offrendo un’immagine non forzatamente consolatoria e neanche irrimediabilmente disperata, ma sempre in divenire, della realtà.

In conclusione, “In un mondo migliore” non sarà forse il miglior film danese degli ultimi anni (a detta di molti non sarebbe neanche il miglior film della regista) ma resta un ottimo film, consigliato a chi vuole immergersi per la prima volta nel ricco e complesso mondo del cinema nordico ( senza scomodare i “mostri sacri”, beninteso).


La frase da tenere a mente:


(il padre di Christian): Non lo capisci? Se tu lo picchi, lui ti picchia, poi tu lo picchi … e va avanti all’infinito, come una guerra.


(Christian): Non se colpisci duro la prima volta …


/Fabio/ 


Clicca qui per vedere il trailer italiano di "In un mondo migliore": http://www.youtube.com/watch?v=57iYOig0_N0

venerdì 28 ottobre 2011

IL CINEMA DI ANDREW NICCOL

Forse il suo nome non vi dirà niente, perché non ha raggiunto certo la fama di altri colleghi suoi coetanei, forse non andrete mai al cinema appositamente per vedere una sua opera, forse non lo vedrete mai subissato di statuette alla cerimonia degli Oscar, ma Andrew Niccol è uno dei più grandi geni della storia del cinema.

Nato nel 1964 in Nuova Zelanda, ha iniziato a lavorare negli spot pubblicitari giovanissimo a Londra, prima di passare al grande schermo.

Nel 1997 scrive e dirige lo stupendo Gattaca, una meravigliosa opera che parla dell’uomo, e di come i nostri stessi geni, che in fin dei conti rappresentano la base di ciò che siamo, finiscano per diventare una limitazione. Nei geni di Vincent, il protagonista, sembra scritto il suo destino: non valido, ovvero non adatto a svolgere incarichi di una certa importanza, come l’astronauta, il suo sogno fin da bambino, a causa di una malformazione cardiaca. Un’idea piuttosto semplice, quella del mondo diviso nelle classi sociali dei sani e dei non-sani, ma trasportata in un misterioso futuro prossimo (tecnologie all’avanguardia, ma architettura e moda che ricordano gli Anni Sessanta) dove la perfezione è tutto. Cosa non molto lontana dalla realtà odierna, e Niccol lo sa bene.

Ma Vincent riuscirà nel suo sogno, riuscirà a dimostrare di essere come gli altri, superando le sue debolezze fisiche tramite l’astuzia, l’applicazione e la perseveranza. Non per niente, il suo cognome è Freeman, “uomo libero”, solo uno dei tanti tocchi di stile coi quali l’autore neozelandese delinea i suoi personaggi.

Ci vogliono cinque anni, però, prima di vederlo tornare dietro la macchina da presa, durante i quali si impegna nella realizzazione della sceneggiatura di The Truman Show, film diretto poi dal veterano australiano Peter Weir nel 1998, progetto che gli varrà diversi premi e una nomination agli Oscar come miglior sceneggiatura originale.

Un film che rappresenta un’epoca, un vero e proprio cult, nel quale Niccol si getta ancora una volta contro la cultura dell’apparenza, lanciando l’ignaro Truman Burbank (altro nome accuratamente scelto, in quanto l’unico “vero uomo” della città, mentre Burbank viene dall’omonima cittadina della California, sede di molti studios) in un reality show che occupa l’intera sua vita. Riferendosi abbastanza esplicitamente alla religione, Andrew Niccol parla sempre del suo tema preferito: la libertà dell’uomo.

La libertà di scegliere e, in definitiva, di vivere, quella negata prima a Vincent e ora a Truman, prigioniero fin dalla nascita (altro parallelo con Vincent) di qualcosa che non dipende da lui, ovvero un sadico show nel quale un individuo viene privato della sua umanità per diventare una cavia da laboratorio, sotto gli occhi attenti di un regista-dio e di un pubblico ipnotizzato, tutti colpevoli di una presupposta superiorità nei confronti del loro stesso strumento di divertimento.

A Niccol il pubblico piace davvero poco, vuoi per la sua assuefazione passiva, vuoi per quella sua malsana tendenza a glorificare ogni cosa entri in casa sua da quello schermo del salotto.

Non a caso, nel 2002 scrive e dirige S1m0ne, film arricchito dalla superba interpretazione di Al Pacino, regista in crisi che decide di creare al computer la sua nuova attrice perfetta, che finisce col diventare un’icona.

Ancora un regista-creatore, un regista-dio, a testimonianza di una critica che non manca di colpire il suo stesso mestiere; ancora una volta un’illusione, un inganno, quello della stupenda Simone (ovviamente un nome non a caso, ma frutto dell’unione delle prime lettere delle parole “simulation” e “one”), scambiata per un essere umano tanto che, quando il regista Viktor (come il professor Frankenstein) decide di porre fine alla sua esistenza, viene accusato di averla ucciso e per questo incarcerato.

Sebbene i temi siano puramente niccoliani, il finale ci presenta qualcosa di diverso: un finto lieto fine (mentre veri e propri happy ending erano quelli dei due precedenti film), dove Viktor viene scagionato, Simone ritorna in vita, ma, per mantenere l’illusione (illusione che frutta al regista e alla sua ex-moglie, nonché sua produttrice, un sacco di soldi), essa spiega la sua assenza con il parto di un figlio (anch’esso artificiale), avuto proprio da Viktor. Il protagonista, quindi, non ottiene alcun libertà nel finale, ma anzi si ritrova prigioniero ancor più di prima: rinchiuso dentro una menzogna che lui stesso ha creato e dalla quale non può più sfuggire.

Infondo, è una sorta di menzogna anche l’aeroporto nel quale resta rinchiuso il protagonista di The Terminal, scritto da Niccol e diretto nel 2004 da Steven Spielberg, un altro Viktor che si arriva negli Usa proprio mentre nel suo paese scoppia un colpo di stato, che toglie validità al suo passaporto e gli rende impossibile ottenere il visto d’entrata negli Usa. Una menzogna perché l’aeroporto è fisicamente un luogo, ma di fatto non lo è: è un non-luogo, attraversato da molti, ma abitato e vissuto da nessuno, Eccetto lui.

Lord of War, del 2005, è un’altra feroce critica alla società occidentale, che passa dagli occhi e dalle parole di un trafficante d’armi internazionale che, nonostante sia disposto ad ammettere le proprie colpe, le trova infinitamente insignificanti di fronte a quelle dei grandi trafficanti d’armi, ovvero le potenze mondiali come gli Stati Uniti, che in un anno solo trattano dieci volte tanto quello che lui riesce a fare.

Un’altra menzogna, quella di cui ci rende partecipi Andrew Niccol, la menzogna della democrazia che vende armi in tutto il mondo, ma si lamenta per le guerre e criminalizza il singolo trafficante.

E anche stavolta, il regista non risparmia di accusare noi, il pubblico, rivolgendoci direttamente la parola tramite il suo protagonista: noi che chiudiamo gli occhi e ci rifiutiamo di credere che il nostro (o i nostri) paese faccia parte di quel male che dice di combattere. Noi, infondo, siamo lo stesso pubblico che guarda che disprezza l’imperfezione, che guarda i reality show e che prega gli dèi dello spettacolo.

Valerio Moggia