giovedì 5 gennaio 2017

Tatuaggi, Eros e Thanatos: cronache del mio viaggio in una Parigi di carta e sogni nel cassetto. Le cabinet Masson

Con l'anno nuovo ho deciso di spiegare perché da poco meno di 48 ore questa foto troneggia sul salvaschermo del mio cellulare.


A voi di certo non interessa perché fino a dieci secondi fa non avevate nemmeno idea che io esistessi, che questa foto esistesse e che fosse sullo sfondo del mio telefono. Ma oramai non riesco più a trattenere la voglia di scriverne, tanto più che l'ho (quasi) promesso a una persona. Eppure, più che un dovere, per me è un piacere parlare del libro Le cabinet Masson di Cristian Borghetti.

La foto incriminata richiama l'accattivante copertina di questo romanzo, che appassiona dalla prima all'ultima pagina. Forse perché ambientato in quella Francia che da quando avevo 11 anni mi ha sedotto completamente. Forse perché parla di tatuaggi, un mondo a me interamente estraneo. O forse perché Cristian è un vero talento della scrittura, nonostante lavori in tutt'altro settore. Non so dirvi perché è successo; fatto sta che io, che ormai da diverso tempo non riuscivo più a leggere libri che non fossero testi scolastici, ho letto il bellissimo romanzo di Cristian in un battibaleno.

Quel titolo in francese aveva già catturato la mia attenzione la scorsa estate, quando l'in gambissima Assessora alla cultura aveva organizzato un evento a base di arte, visite culturali e presentazioni di libri di autori locali. Io ho seguito per lavoro quella di una raccolta di poesie, mentre dall'altra parte del paese si discuteva di Le cabinet Masson. Con rammarico ho dovuto sceglierne una escludendo l'altra, poi il tran tran quotidiano ha preso il sopravvento e non ci ho più pensato. Quel dommage... Ma non sapevo che circa due mesi dopo avrei finalmente avuto modo di recuperare l'occasione perduta.

L'autore del romanzo era tra i relatori di una serata in biblioteca e moderava la presentazione dell'ultimo libro di un suo amico. Io ero stata incaricata dalla mia redazione di stendere un articolo sull'iniziativa. E anche se il mio pezzo non lo riguardava direttamente, circa una settimana dopo l'incontro Cristian mi ha voluto fare omaggio di una copia di Le cabinet Masson. Non ci credevo! Proprio quel romanzo che tanto mi aveva incuriosita pochi mesi prima! Senza saperlo mi aveva fatto un regalo graditissimo. E poi non è da tutti un gesto così generoso.

Lo scrittore lecchese Cristian Borghetti
Così in men che non si dica ho divorato il suo libro. Non mi ha deluso neanche per un attimo, benché non sia come lo avevo immaginato la scorsa estate. E di certo ha soltanto aumentato in me l'ardente voglia di andare a Paris, scrigno di tutti i miei desideri. Di pagina in pagina mi sono follemente aggrappata alla vita di Delacroix, il tatuatore protagonista del romanzo, e ho sognato a occhi aperti di essere anche solo per un istante Iman, bellissima modella su cui l'artista si accinge a creare il capolavoro che di certo lo consacrerà nell'olimpo dell'arte del tatuaggio. Se solo non fosse per un piccolo imprevisto che rovescia completamente le aspettative di Bastien: Iman perde la vita prima che lui possa completare l'opera. E da quel momento inizia una parabola discendente che si risolve nel peggiore dei modi per Delacroix.

Un vortice di emozioni vi catapulterà nel pericoloso, sensuale e artistico mondo di Bastien, pardon, Cristian Borghetti se anche voi, come me, avrete la fortuna di leggere Le cabinet Masson. E dire che avevo deciso di andare alla presentazione del libro di poesie...

 Roby <^>

sabato 30 maggio 2015

L'isola che non c'è più. Cronaca di un sogno musicale infranto

L'Isola di Wight, eterno amore di generazioni di spiriti liberi respiranti musica, ci lascia dopo anni di successi. Tutte le novità dal luogo del decesso.

Notizia sensazionale: l'Isola di Wight è stata sommersa. Se siete convinti che esista ancora, vi consiglio di non leggere questo articolo. Oppure di leggerlo, se preferite rendervi conto della triste realtà dei fatti. A voi la scelta, testa o croce.

Come dimenticare quella canzone, che ha un sapore tutto italiano pur avendo cercato l'Inghilterra con tutta la sua forza? “Sai cos'è l'Isola di Wight? È per noi l'isola di chi ha negli occhi il blu della gioventù, di chi canta: “hippy, hippy, hip, hip!”. Per chi ama quello spirito un po' flower power che in realtà non gli appartiene per niente, perché nasconde il fuoco della sua passione in un involucro di marmo, l'idea di visitare la famosissima Isola di Wight non può che essere fonte di immenso giubilo. E con quello spirito di 24enne che non ha vissuto i favolosi anni '60 e '70 e proprio per questo li ama, mi avviavo quasi un anno fa a calpestare quell'erba profumata coi miei piedi vibranti di musica, che calzavano sandali marroni con le frange tipo squaw indiana, perché anche in quelli ci vedevo (e ci vedo tuttora) un non so che di figlia dei fiori.
Ci sono andata per lavoro, all'Isola di Wight: accompagnavo con dei colleghi 34 ragazzini tra i dieci e i 14 anni che non avevano la più pallida idea di dove fossero e di cosa significasse l'Isola di Wight. A parte una, la più piccola, di neanche undici anni: una frignona che non faceva che piangere perché voleva la sua mamma; esattamente colei che le cantava spesso L'Isola di Wight dei Dik Dik.
Non avresti dato un soldo a quella ragazzina viziata che voleva essere ovunque tranne che lì; eppure, lei sapeva quella canzone, cosa rara a dieci anni. E poi, vorrei vedere me e voi a dieci anni da soli senza genitori in Inghilterra, in mezzo a sconosciuti tutti più grandi di noi, per due lunghe, lunghissime settimane.
Tante le mie aspettative nei confronti di quel paradiso verde speranza, dopo anni di acculturamento musicale su un passato ormai troppo lontano, su una cultura disperatamente cercata che forse non esiste e non esisterà mai più. Insomma, ancronistica ormai.

Il verde, l'azzurro e il bianco ci sono ancora all'Isola di Wight, e ci sono per davvero: splendidi, soprattutto per chi frequenta spesso la piatta, monotona Milano.
I ragazzi fanno un bagno freddissimo nelle acque blu del canale della Manica (almeno i più coraggiosi); gli adulti giocano con i ciottoli bianchi e grigi della spiaggia. Io sono tra questi; e intanto, mi guardo in giro per cercare di avvertire nell'aria quegli anni di musica: le vibrazioni dei Jefferson Airplane, dell'immenso Bob Dylan, del mitico Jimi Hendrix, degli immortali Doors, delle grandi Joan Baez e Joni Mitchell.
They paved paradise, put up a parking lot”. Nulla di tutto questo esiste più. Poco importa che dal 2012 il Festival dell'Isola di Wight sia stato ripristinato e vi abbiano partecipato i Red Hot Chili Peppers, i Coldplay, perfino l'eterno Paul Mc Cartney. I ciottoli dell'Isola di Wight non vibrano affatto di quella musica, ma delle corse forsennate dei bambini che cercano di divertirsi più che possono mentre sono via dai genitori (di cui però hanno una disperata nostalgia).
Molly, gruppo degli adulti, vent'anni, inglese, tudia italiano all'università. Mi chiede se la sento ancora quell'aria di ribellione e di buona musica che la canzone dei Dik Dik mi ricorda.
No, l'Isola di Wight non esiste più: è diventata un resort turistico estremamente bello, ma completamente immobile. Inerte a ogni vera vibrazione musicale. Condoglianze vivissime, Isola di Wight. Rest in peace.

sabato 15 febbraio 2014

UN PICCOLO OMAGGIO A UNO STRAORDINARIO RAGAZZO NORMALE: PIERO GOBETTI (19/06/1901-15/02/1926) 


Come fa notare Marco Gervasoni nel suo studio L'intellettuale come eroe (2000),[1] la figura di Piero Gobetti non smette mai di incuriosire, di suscitare interesse e ammirazione in chi, di volta in volta, si accinge a studiarla in occasione di corsi universitari, o semplicemente a ricordarla «ogni qual volta nella società italiana si presentano trasformazioni di un qualche rilievo».[2]

In particolare, data la natura essenzialmente sociale e politica della maggior parte delle riflessioni che Gobetti fece durante la sua instancabile attività pubblicistica, è proprio quest'ultimo aspetto a destare spesso un risveglio nelle coscienze degli italiani: anche grazie al Centro Studi Piero Gobetti, inaugurato a Torino nel 1961 in quella che fu la casa di Gobetti e della moglie Ada Prospero, è possibile rimanere costantemente in contatto con l'operato di questo giovanissimo antifascista, la cui acutezza d'ingegno e lungimiranza politica non smettono mai di stupire.
Proprio pochi mesi fa, il quotidiano «La Repubblica» ha segnalato un interessantissimo convegno, che il Centro Studi ha promosso a Parigi assieme alla Maison d'Italie, sugli ultimi giorni di Piero Gobetti, vissuti nella capitale francese durante quello che Gobetti non definì mai un esilio, ma che al contrario visse come opportunità di far sentire la propria voce dall'estero e continuare ciò che aveva intrapreso in Italia, per poi ritornare quando lo avesse ritenuto opportuno.[3] È grazie a simili iniziative, tra cui il progetto di fondare una casa editrice di respiro europeo proprio a Parigi, le cui propaggini si sarebbero sparse in tutta Europa secondo i progetti del torinese, che la figura di Gobetti affascina e al contempo stordisce, data la grandezza dei suoi piani e la forza morale non comune, da cui si lasciava guidare in ogni sua iniziativa. E forse era destino che il giovane terminasse i suoi giorni a Parigi, centro culturale e politico di grande influenza, allora come nel passato: emblema di quell'europeismo di cui Gobetti fece costantemente il proprio punto fermo e la propria meta.
Al di là di tutto ciò che egli fece per la politica italiana (conosceva approfonditamente sia la storia politica del passato, sia quella a lui contemporanea, e possedeva una lucidità d'analisi e un bagaglio di conoscenze che potrebbero mettere tuttora in imbarazzo perfino i politologi più qualificati), al di là del suo importantissimo contributo per la comprensione e la modernizzazione della società, seppur con le inevitabili sconfitte e delusioni, ciò che più ha suscitato il mio interesse è stato il suo impegno culturale, in particolar modo quello relativo alla traduzione di opere in lingue straniere.
Avendo una passione viscerale per le lingue, che mi sono sempre sembrate specchio di una forma d'arte, la musica, che ritengo il più immediato ed espressivo mezzo di comunicazione, e provenendo da un liceo linguistico, in cui ho imparato a leggere i testi in lingua originale, a tradurli più fedelmente possibile e a considerare la comunicazione interlinguistica come qualcosa di naturale, non avevo alcuna idea di quanto la traduzione fosse stata osteggiata in diversi periodi della storia culturale italiana, tra cui proprio quello fascista, né di come venissero selezionati e tradotti i testi stranieri importati in Italia.
Sono stati illuminanti in proposito due laboratori e due corsi frequentati durante questi anni universitari. I primi due, l'uno dedicato alla traduzione letteraria, l'altro ai classici del teatro antico portati sulle scene contemporanee, sono stati utilissimi per conoscere gli aspetti pratici della traduzione; i corsi di Storia della cultura contemporanea e di Letterature comparate, invece, mi hanno permesso di conoscere in modo più diretto il ruolo di Gobetti come mediatore, traduttore e teorico della traduzione nell'Italia fascista. Le riflessioni emerse durante le lezioni di Storia della cultura contemporanea mi hanno subito fatto ammirare l'operato gobettiano riguardo alla traduzione: la giovane età e l'impegno morale che Gobetti metteva nel tradurre, come in qualsiasi aspetto della sua attività culturale, mi hanno fatto sentire molto vicina alle sue idee e mi hanno subito incuriosita. In particolare, dopo averne sentito parlare nuovamente al corso di Letterature comparate, ho deciso di approfondire le mie conoscenze riguardo a questo giovane sostenitore delle letterature straniere, fautore in prima persona di traduzioni dirette, integrali e fedeli.
Lungi dal voler sostenere che l'unica modalità corretta di tradurre un testo straniero sia rispettarlo fedelmente,[4] è però evidente che Gobetti, con le sue riflessioni teoriche, basate sull'onestà dell'impegno traduttivo, e con il suo modo di concepire la traduzione come un'attività pionieristica, che andasse sempre alla ricerca del nuovo, sia dal punto di vista delle opere da tradurre, sia dal punto di vista delle interpretazioni testuali, abbia dato un contributo significativo per smuovere le coscienze dei traduttori di allora e abbia messo in evidenza, come pochi avevano fatto prima, la natura artistica e le responsabilità della traduzione, fino ad allora concepita per lo più come una pratica temporanea, che servisse ad aspiranti letterati unicamente per fare gavetta, poiché ritenuta priva di qualsiasi dignità, sia economica,[5] sia letteraria.
Nonostante, con mio grande rammarico, non mi sia potuta concentrare sugli aspetti pratici dell'esperienza traduttiva gobettiana, dato che non ho mai avuto l'occasione di studiare la lingua russa, che egli prediligeva tra tutte in quanto, a suo parere, proprio dalla Russia l'Italia avrebbe potuto imparare a modernizzarsi, le sue riflessioni mi hanno avvinta a tal punto da volerle approfondire, per comprenderne tutti gli aspetti e contestualizzarle.
Ma questa è un'altra storia...
Grazie Piero per tutto quello che ancora significhi per noi giovani italiani.

Roby <^>



[1]    M. Gervasoni, Introduzione a L'intellettuale come eroe: Piero Gobetti e le culture del Novecento, La Nuova Italia, Scandicci, 2000, pp. 5-16.
[2]    Ivi, p. 5.
[3]    Cfr. M. Novelli, Gli ultimi giorni di Gobetti, in «La Repubblica», 38, 94, 23 aprile 2013, p. 38.
[4]    Si pensi, ad esempio, alle traduzioni infedeli e non integrali di diverse opere dello scrittore americano Hemingway realizzate da Vittorini: molte volte il romanziere siciliano eliminò intere parti presenti nei testi originali, in particolare quelle che rendevano conto dei pensieri dei personaggi, poiché le riteneva troppo cerebrali e pensava che appesantissero il testo. Altre volte, invece, ritenne necessario aggiungere parole o modificare del tutto la costruzione di alcune frasi, che però in questo modo persero la loro immediatezza e la loro pregnanza, nonché l'ironia che Hemingway era riuscito a ricavarne. Infine, non mancarono da parte di Vittorini interventi tipicamente naturalizzanti, atti a familiarizzare realtà, luoghi, usanze sconosciuti ai lettori italiani. Un approccio completamente diverso, quindi, rispetto a quello di Gobetti, sostenitore di un costante impegno di fedeltà nella resa dello stile dell'autore.
[5]    Questo aspetto, purtroppo, è ancora presente nella nostra editoria: i traduttori sono certo più tutelati rispetto al passato, ma non sono ancora adeguatamente ricompensati per il loro lavoro. 

mercoledì 15 gennaio 2014

COMPRENDERE, RICREARE, SPERIMENTARE: PIERO GOBETTI E LE RESPONSABILITA'  MORALI DELLA TRADUZIONE LETTERARIA - episodio II: LE TRADUZIONI

La prima apparve sul numero di febbraio: si tratta dell'Abisso di Leonid Andreev, autore contemporaneo molto amato da Gobetti poiché lo considerava il rappresentate ultimo del “classicismo russo”, che oramai non poteva far altro che riconoscere la liberalità della Rivoluzione e mettere da parte il proprio sentimentalismo e la propria incapacità di accettare la realtà. Per quanto opinabili possano essere le sue idee circa l'evoluzione del pensiero e della letteratura russa, espresse in quella che tuttora viene considerata da alcuni studiosi una delle più interessanti e originali opere di critica letteraria italiana, il Paradosso dello spirito russo, è estremamente interessante notare come Gobetti accompagnasse sempre il suo impegno traduttivo a una necessità culturale concreta: nel caso specifico di Andreev, questa necessità consisteva nel proporre ai lettori un autore ancora poco noto in Italia poiché, nonostante sin dai primi anni del Novecento fossero state pubblicate traduzioni di sue opere, non erano stati forniti al pubblico gli strumenti necessari a conoscerlo più approfonditamente e a penetrare più a fondo anche la realtà socio-politica di cui faceva parte e che gli aveva ispirato la composizione delle sue opere. Per ovviare a questa situazione, Gobetti si propose di individuare e dichiarare la superficialità e l'inesattezza della maggioranza di traduzioni e opere critiche riguardanti Andreev, come del resto numerosi altri autori russi conosciuti in Italia.
Torniamo ad esempio alla traduzione dell'Abisso: essa è anticipata da una breve introduzione in cui Gobetti affermava con orgoglio di aver inaugurato nella sua rivista uno spazio in cui pubblicare traduzioni finalmente dirette, integrali e, per quanto possibile, letterali e fedeli di opere di autori russi cui in Italia non era ancora stata resa giustizia. Ciò che lo aveva spinto a un simile impegno fu una forte richiesta proprio da parte del pubblico, nell'interesse del quale andava intrapresa ogni attività degna di essere definita culturale. Gobetti e Prospero proposero dunque ai loro lettori una traduzione la cui fedeltà e correttezza venne elogiata da molti esperti, tra cui Ettore Lo Gatto, che anche successivamente si sarebbe pronunciato a favore dell'impegno traduttivo dei due giovani, da lui considerati tra i primi esponenti di una nuova generazione di ottimi traduttori dal russo.
Altre grandi qualità di questa traduzione sono, inoltre, la presenza della firma dei traduttori, cosa per nulla scontata al tempo, accompagnata dalla dicitura «traduzione dal russo» per mettere ben in evidenza il lavoro svolto direttamente sul testo originale, e di note ai piedi del testo per spiegare le scelte traduttive impiegate, così da dare utili informazioni sull'opera e permettere ai lettori di comprenderne ogni minimo particolare. Vediamone un esempio: « [Sinuccia, ndr] Diminutivo (in russo Sinocka) da Sina, diminutivo alla sua volta di Sinaida.». Gobetti ha voluto in questo caso spiegare ai lettori i passaggi che lo avevano portato a tradurre con «Sinuccia» il nome russo impiegato dall'autore: mediante l'uso del suffisso diminutivo-vezzeggiativo “-uccia”, il giovane è riuscito, da un lato, a rispettare la volontà dell'autore, mantenendo la sfumatura affettiva del testo originale; dall'altro, anche a venire incontro alle esigenze dei lettori, che probabilmente, non conoscendo il russo, non avrebbero colto questo piccolo particolare se il nome fosse stato mantenuto in lingua originale. Nonostante questa scelta sia naturalizzante, prassi molto rara nelle altre traduzioni dei due giovani torinesi, essi dimostrarono, impiegandola, di aver rispettato l'impegno di fedeltà al testo preso all'inizio ma anche di aver considerato la fedeltà non come una forma di sottomissione pedissequa all'originale, ma piuttosto come sforzo di renderne tutti i motivi presenti.
Passiamo ora alla seconda traduzione di Andreev, la novella Pace, pubblicata nel maggio 1919: anch'essa è anticipata da un cappello introduttivo che, seppur breve, dovendosi adeguare al poco spazio offerto dalla rivista, racchiude interessanti informazioni circa il modo in cui Gobetti lavorava alle proprie traduzioni:

Dopo aver presentato ai lettori nostri una novella di potenza e calore passionale e lirico-descrittivo, offriamo la garbata ironia di questa «Pace». È un aspetto nuovo dell'anima di Leonida Andreiev, che le cose vede piuttosto nell'intensità della tragedia e dello sconforto, oppure, quando si erige a giudice con la ferocia del sarcasmo.
Ma una specie di umorismo, d'ironia particolare c'è in tutti i russi, […]. Ironia antiburocratica come nel Revisore di Gogol.
Chi vuol vedere di Andreiev le migliori traduzioni italiane veda negli Antichi e Moderni del Carabba: La vita dell'uomo, tra «gli scrittori stranieri»; Re, Leggi e Libertà. Le traduzioni sono del Campa. Gli altri traduttori italiani sono orribilmente infedeli falsari e si fanno buona compagnia coi francesi. Vallecchi ha due volumi di Andreiev in preparazione.

Per prima cosa, è fondamentale notare come Gobetti abbia voluto giustificare ai lettori la scelta di tradurre e pubblicare questa seconda opera: dopo aver letto la produzione di Andreev, operazione necessaria per conoscerne l'evoluzione stilistica e poterne tradurre ogni opera nel miglior modo possibile, ha ritenuto opportuno fornire ai lettori una novella che mostra un aspetto poco noto della sua scrittura, l'ironia. Secondo Gobetti, inoltre, questa scelta stava anche a dimostrare come Andreev si inserisse perfettamente all'interno della tradizione letteraria russa: appartiene a tutti i russi un'insofferenza velata di ironia nei confronti della burocrazia e delle formalità, motivo per cui Andreev potrebbe benissimo essere affiancato a un grande classico come Gogol'. Con tali affermazioni, Gobetti dimostrò di aver studiato con attenzione la produzione letteraria di diversi autori russi e di aver cercato di stabilire delle relazioni tra loro al fine di delinearne il percorso evolutivo. Nessun autore andrebbe infatti considerato come una monade, come un individuo a se stante senza alcuna relazione col resto del mondo e degli esseri umani; è inevitabile che il singolo si inserisca all'interno di una dimensione collettiva, ovvero l'intera tradizione letteraria del proprio paese, la quale a sua volta fa parte di una dimensione culturale universale, composta di culture letterarie diverse ma aperte alla reciproca accoglienza, grazie a una traduzione cosciente e consapevole delle proprie responsabilità.

Nella breve introduzione a «Pace», inoltre, non mancano notizie relative alle migliori traduzioni di Andreev già presenti sul mercato letterario, vagliate con attenzione in base alla serietà del lavoro svolto dai traduttori e dai curatori, e addirittura anticipazioni circa le traduzioni in preparazione. Ciò dimostra ancora una volta come Gobetti non svincolò mai le proprie riflessioni sulla traduzione e lo studio delle opere e degli autori da un contesto culturale concreto e costantemente aggiornato; era sempre questo il punto di partenza per svolgere una mediazione culturale completa e realmente utile al proprio scopo.
L'analisi dell'ultima traduzione proposta al pubblico di «Energie Nove», quella della novella andreeviana L'angioletto, ribadisce quanto affermato circa l'importanza di fornire ai lettori tutti gli strumenti per comprendere la singola opera e considerarla alla luce dell'evoluzione letteraria dell'autore. Questa novella giovanile, infatti, fu scelta da Gobetti poiché, a suo avviso, faceva già intravedere ciò che sarebbe stato l'Andreev dell'Abisso, chiudendo in questo modo il cerchio iniziato con la prima traduzione e dimostrando la coerenza delle scelte effettuate.
Se andiamo ad analizzarne le pagine, possiamo fare alcune osservazioni che dimostrano la flessibilità di Gobetti traduttore, sempre fedele ai propri principi di fedeltà e integralità della traduzione, ma anche consapevole che ogni testo avesse un'identità propria e delle esigenze cui la traduzione doveva far fronte concretamente. Ad esempio, in una nota viene spiegato il motivo che ha portato a tradurre la parola russa «statistichi» con l'italiano «Letterati»: dopo un'attenta ricerca, Gobetti decise di impiegare un termine che sapesse riportare nel testo tradotto la sfumatura di disprezzo espressa dalla parola in lingua originale. Se però ciò non fosse stato possibile, allora sarebbe stato opportuno, secondo Gobetti, mantenere la parola usata dall'autore e segnalarne in nota il significato e il contesto d'impiego nella lingua originale: è il caso, ad esempio, della parola «lejanca», lasciata in lingua originale poiché denota un oggetto che in Italia tuttora non esiste, ovvero una stufa usata in Russia dalle classi meno abbienti che, all'occorrenza, era anche impiegata per bagni a vapore e per ogni tipo di rimedi contro il freddo. Inoltre, nella nota viene anche segnalata la pronuncia della parola, informazione utile ai lettori per imparare una regola della lingua russa e accrescere così le proprie conoscenze.




Roby <^>

giovedì 19 dicembre 2013

COMPRENDERE,RICREARE,SPERIMENTARE:PIERO GOBETTI E LE RESPONSABILITÀ MORALI DELLA TRADUZIONE LETTERARIA

La traduzione di opere letterarie russe in Italia ha una storia tanto particolare quanto affascinante, anche agli occhi di chi non ha alcuna dimestichezza con la lingua e la storia letteraria di questo paese. Senza la pretesa di ricostruirla nel suo complesso, impresa che, per quanto interessante, esula dallo scopo di questo articolo, è opportuno farvi qualche accenno, al fine di comprendere le motivazioni e gli scopi che, tra la fine degli anni Dieci e la prima metà degli anni Venti del Novecento, guidarono le interessanti riflessioni sulla traduzione del giovanissimo torinese Piero Gobetti.
Tra il Diciannovesimo e i primi anni del Ventesimo secolo numerose riviste e case editrici si prodigarono, come altre volte era successo in Italia per opere in lingue straniere, nella pubblicazione di traduzioni di racconti, romanzi, drammi o, molto più spesso, semplici estratti delle opere dei più grandi autori della letteratura russa ottocentesca, oltre che, soprattutto dall'inizio del Novecento, di autori contemporanei. L'attenzione fu tale che nel 1869 la torinese «Rivista contemporanea» pubblicò, addirittura in anteprima mondiale, alcuni estratti del romanzo tolstojano Guerra e pace, ancora incompiuto allora e tradotto direttamente dal russo dalla cugina di Bakunin, Sof'ja Bezobrazova. Fu uno dei rari casi di traduzione condotta direttamente sul testo originale, probabilmente perché realizzata da una madrelingua. Non avvenne lo stesso, invece, in occasione della prima traduzione italiana di Anna Karenina (1877) sulla «Gazzetta di Torino» nel 1885: completamente ignaro del testo originale, il traduttore aveva infatti preso spunto da una precedente versione francese, anonima e piena di tagli e rivisitazioni culturali. Sulla scia di simili interventi, anche gli italiani si resero protagonisti di numerosi casi di riadattamento e amputazione di diverse parti dei testi: ne è un esempio la traduzione, anonima e probabilmente non diretta, di Memorie da una casa dei morti (1862) di Fëdor Dostoevskij, pubblicata da Treves tra il 1887 e il 1891 con un titolo che intendeva inserire l'opera nella tradizione letteraria italiana, attraverso una citazione dalla Gerusalemme Liberata di Tasso: Dal sepolcro dei vivi. Inoltre, ricordiamo che nel 1901 la stessa casa editrice diede alle stampe una traduzione de I fratelli Karamazov (1880) dopo aver espunto un intero episodio, che comparve poi come racconto autonomo presso un altro editore (F. Dostoevskij, I precoci, Sonzogno, Milano, 1914). Esattamente come era successo in Francia nel 1888, quando la traduzione del romanzo e quella dell'episodio espunto furono pubblicate quasi contemporaneamente da due case editrici diverse.
Simili interventi naturalizzanti furono ispirati, in molti casi, da un saggio realizzato nel 1886 dal diplomatico francese De Vogüé, intitolato Le roman russe. Conoscitore diretto della cultura e della lingua russa, grazie a un viaggio condotto nel 1877 in qualità di terzo segretario dell'ambasciata francese, De Vogüé fu a sua volta traduttore di romanzi russi (ricordiamo Delitto e castigo (1866), Treves, Milano, 1891, tradotto per la prima volta in lingua italiana) e, anche grazie al suo saggio, contribuì in maniera decisiva a far conoscere Turgenev, Tolstoj e Dostoevskij in Italia. Tuttavia, fu proprio a causa della sua mediazione che si diffuse in Italia il pregiudizio che la lingua e la letteratura russa, e in particolar modo quelle del “pensatore” Dostoevskij, fossero troppo prolisse e primitive, motivo per cui andavano addomesticate tramite la lingua francese, che rappresentava i canoni della cultura occidentale, cui ogni lingua e letteratura avrebbero dovuto adeguarsi per migliorare. Partendo da questo presupposto, senza alcuna cura per i testi originali, i letterati, i traduttori e gli editori italiani, in particolar modo le maggiori case editrici del tempo, Treves e Sonzogno, mosse dal desiderio di attirare una fascia cospicua di lettori appena affacciatisi al mondo della lettura e di vendere quante più copie possibili, continuarono a pubblicare traduzioni perlopiù “indirette” delle opere russe, amputandole di diverse parti, italianizzandole il più possibile e non curandosi, in molti casi, di segnalare né il nome del traduttore, per risparmiare sui diritti d'autore, né i vari interventi apportati al testo, spacciando per integrali e “dirette” le loro traduzioni.
Consapevole di questo modo di procedere, il giovane Gobetti, che sin dai tempi della Rivoluzione d'Ottobre aveva cominciato a interessarsi alla cultura e alla realtà politica russa, si propose di operare una vera e propria revisione dell'utilità e delle modalità del tradurre a partire dall'analisi di questi prodotti culturali, mettendone fortemente in discussione la qualità. Dal 1918 aveva infatti intrapreso lo studio della lingua russa sotto la guida della moglie di Alfredo Polledro, la profuga russa di origine polacca Rachele Gutman; essendo inoltre convinto della capacità e del dovere per la letteratura di partecipare e rappresentare la realtà politica, sociale e culturale di un paese, Gobetti studiò con passione le opere della letteratura russa in lingua originale, al fine di comprendere le ragioni storiche che avevano portato alla Rivoluzione bolscevica. Vista come un atto squisitamente liberale, poiché aveva causato la nascita di un nuovo stato dopo lo zarismo, Gobetti desiderava capirla e importarne almeno gli aspetti positivi in Italia, così da poter sperare di ottenere un domani lo stesso risultato e contribuire al rinnovamento politico, economico e culturale della nuova Italia.
Rivestendo il ruolo dell'intellettuale di responsabilità ormai trascurate, tra cui proprio quella di partecipare attivamente alla realtà del proprio tempo e contribuire a migliorarla, attraverso un'opera divulgativa con cui combattere ogni forma di individualismo estetizzante, di ignoranza e di superficialità, Gobetti si sentì chiamato in prima persona a questo compito di revisione morale dell'attività letteraria e culturale, che per lui riguardava anche e primariamente la traduzione, per quanto non fosse affatto considerata un'attività degna di attenzione dai più. Secondo l'esempio di Giuseppe Prezzolini, che sulla «Voce» fu tra i primi a mostrare sdegno nei confronti della superficialità con cui si traduceva dal russo, dal 1919 Gobetti iniziò quindi a pubblicare sulla sua prima rivista, «Energie Nove», articoli e traduzioni realizzate con la futura moglie Ada Prospero.







Roby <^>

giovedì 28 marzo 2013

VisioniAlternative: Le nevi del Kilimangiaro (2011)





Michel e la moglie Marie – Claire sono una felice coppia di mezz’età che conduce una vita tranquilla in un quartiere popolare di Marsiglia. Sposati da trent’anni, innamorati profondamente e circondati dall’affetto di figli e nipotini, non hanno mai avuto ragione per non essere soddisfatti di quello che la vita ha offerto loro. Fino a che il nome di Michel, insieme a quello di diciannove compagni che lavorano con lui nel porto cittadino, viene estratto dall’urna che deciderà chi di loro dovrà andare in cassa integrazione. In realtà, come non perde occasione di ricordargli il cognato Raoul, suo collega e grande amico, il nome di Michel non avrebbe dovuto affatto essere nell’urna, in qualità di rappresentante sindacale. Ma Michel, uomo mosso da un’incrollabile fede nei principi di giustizia sociale, non ha voluto concedersi privilegi.


La vita di marito e moglie continua senza scossoni, con grande semplicità e umiltà che è sinonimo di felicità. I due festeggiano trent’anni di matrimonio circondati dai loro cari, e il regalo dei figli è un viaggio “nella terra dei Masai, ai piedi del Kilimangiaro” (da qui viene il titolo, ispirato alla canzone omonima che ritorna continuamente nella colonna sonora del film). Il mondo semplice e perfetto di Michel e Marie – Claire è però destinato a crollare quando i due vengono aggrediti in casa da degli sconosciuti durante una serata in compagnia della sorella di lei e del marito Raoul, e derubati di tutti i loro soldi e degli agognati biglietti del viaggio …




Le nevi del Kilimangiaro (titolo originale: Les neiges du Kilimandjaro) di Robert Guédiguian sembra affrontare di petto il tema caldissimo della crisi del lavoro nei primi minuti per poi virare abilmente sul progressivo disfacimento del piccolo mondo privato dei due protagonisti e sulla perdita delle certezze. Alla preoccupazione, tutto sommato di poco conto, del lavoro che non c’è si sostituisce presto la perdita di ogni certezza e ogni punto di riferimento nella vita, che segue l’esperienza traumatica della rapina. (ATTENZIONE SEGUE PICCOLO SPOILER!!!) A questo si aggiunge la terribile scoperta del male che si manifesta nella forma di una faccia familiare: l’autore della rapina non è un delinquente qualunque, ma un bravo ragazzo, operaio, ex-collega di Michel licenziato insieme a lui, che si prende cura dei fratelli più piccoli senza l’aiuto di nessuno. Il passo successivo per Michel e Marie – Claire è dunque la crisi d’identità: chi siamo noi? Che senso hanno le lotte portate avanti per anni al sindacato e i valori e i principi su cui abbiamo fondato la nostra esistenza e che abbiamo trasmesso ai nostri figli?

Allo spaesamento segue però la riscossa: l’unico modo per ripartire dal nulla è mettere in secondo piano sé stessi e dedicarsi completamente agli altri, rivalutando le proprie priorità. Dalla crisi più profonda possono quindi nascere delle nuove possibilità. Basta sapersi mettere in discussione e riscoprire la bellezza e il valore dei rapporti tra le persone e dei piccoli gesti che si davano per scontati, e che invece sono belli e veri proprio perché devono continuamente essere riaffermati con convinzione giorno dopo giorno. 




Robert Guédiguian è definito da molti il “Ken Loach francese”. Il suo cinema affronta temi sociali di una certa rilevanza e attualità senza mai perdere di vista e mettendo in primo piano innanzitutto l’essere umano, le sue debolezze e le sue virtù. I suoi personaggi appartengono a un mondo, quello della classe operaia di Marsiglia, al quale lui stesso è molto legato, e che riesce a rappresentare abilmente nella sua evoluzione storica e sociale. Emergono allora nel film le distanze tra due generazioni: quella dei “genitori”, che possiamo immaginare incarni il punto di vista dello stesso regista, che hanno vissuto il periodo delle lotte sociali e delle rivendicazioni sindacali e conservano una profonda coscienza del proprio ruolo e della propria dignità di uomini e lavoratori, e quella dei figli, che non hanno condiviso tutto ciò e paiono frastornati, incapaci di comprendere e reagire di fronte a situazioni che avvertono profondamente ingiuste. È incredibile come di fronte a quello che è facile interpretare come l’accanimento di un destino avverso, marito e moglie non perdano mai la consapevolezza di possedere molto, anche quando sembrano aver perso tutto. I rapporti famigliari e di amicizia vengono in aiuto proprio nelle circostanze più difficili a ricordarci che la felicità si può raggiungere dimenticandosi dei propri rancori e recriminazioni personali e ricordandosi di essere parte di una collettività solida e affiatata. 


Guédiguian usa comunque uno stile molto asciutto e per nulla accondiscendente verso lo spettatore. Il suo è un approccio rigoroso e realista nei confronti dei personaggi e dei fatti narrati, che lascia aperto uno spiraglio di speranza senza mai cadere nella retorica di un ottimismo fine a sé stesso. “Le nevi del Kilimangiaro” ci presenta in fondo personaggi che avvertiamo così vicini a noi, piccoli uomini e donne divisi tra slanci di egoismo e di apertura verso i propri simili, tra la consapevolezza dei propri limiti e il desiderio di uscire da sé e avvicinare modelli ideali e molto spesso irraggiungibili, come quelli di Michel: Jean Jaurès, mito del socialismo francese, e Spiderman.

Una pellicola che riesce a coniugare piacevolmente impegno sociale e leggerezza, autorialità e intrattenimento, realismo e lirismo senza eccessive pretese, e conferma senza dubbio l’ottimo stato di forma del cinema francese.


/Fabio/










lunedì 18 marzo 2013

Axel Honneth: lotta per il riconoscimento. Proposte per un'etica del conflitto


Obiettivo: sviluppare una teoria sociale normativa a partire dalla

teoria hegeliana della lotta per il riconoscimento.



Sviluppo argomentazione:

- presentazione delle tre forme di

riconoscimento (amore, riconoscimento

giuridico, solidarietà) attraverso le opere

di Hegel e Mead;

- trattazione delle corrispettive tre forme di

misconoscimento (integrità fisica,

privazione dei diritti, umiliazione sociale);

- esperienze storiche di misconoscimento

e lotte sociali;

- elaborazione di un nuovo concetto di eticità

formale.







Parte I
Ricostruzione storica: l’idea originaria di Hegel



  • Premesse della filosofia moderna: lotta per l’autoconservazione in Machiavelli e Hobbes basata

su un’antropologia pessimistica, il timore e la sottomissione al

sovrano.





  • Hegel:

- critica Hobbes e Machiavelli per le loro considerazioni “atomistiche” e per la necessità di

porre l’unità etica dall’esterno, tramite una costruzione artificiosa come il Contratto

Sociale;

- recupera l’ideale della polis e dell’ethos pubblico: la comunità realizza il singolo;

- dinamizza il modello fichtiano di riconoscimento secondo un processo in cui a fasi

positive si alternano fasi negative;

- “Sistema dell’eticità” (1802) presenta l’eticità in tre momenti, accogliendo positivamente la

teoria del riconoscimento: 1. ETICITà NATURALE = amore familiare e rapporti contrattuali

2. DELITTO = uno dei due partner non si sente completamente

riconosciuto e cerca di farsi riconoscere come

morale ingaggiando una lotta per la vita e per la

morte;

3. PURA ETICITà = riconosciutisi come esseri morali si crea

tra i partner una base comunicativa di valori

intersoggettivi, nasce la comunità.



- “Frammenti” (1803/04) si concentrano sulla filosofia della conoscenza, incentrando l’analisi

sullo sviluppo dello spirito e abbandonando l’intersoggettività in senso forte. Lo spirito si

sviluppa in tre fasi in cui prende consapevolezza di sé essendo altro da sé.

«L’uomo è riconosciuto ed è riconoscente, è il riconoscere»

1. SPIRITO SOGGETTIVO = dimensione concettuale per comprendersi come forza

negativa che oggettiva + dimensione pratica (volontà) che

si manifesta nell’attività lavorativa e nel rapporto con altro

sesso: si riconosce concettualmente e praticamente un

obbligo alla reciprocità;

2. SPIRITO REALE = si passa alla generalizzazione del rapporto, la società, dove si

realizzano I diritti con un accordo comunicativo che esprime la

volontà universale; il non rispetto implica la colpa: l’individuo

incolpato non si sente riconosciuto e si ribella. E’ un caso di

misconoscimento e pena, indicando con quest’ultima la comunanza

normativa e la partecipazione affettiva della comunità nel fermare il delinquente;

3. SPIRITO ASSOLUTO = autoriflessione sullo stato, dove la volontà universale si

unifica attraverso pochi uomini carismatici, che mantengono

l’obbedienza sociale. Il cittadino è il bourgeois.






Parte II
Attualizzazione sistematica: la struttura dei rapporti sociali di riconoscimento



  • Errore di Hegel: convinzione metafisica sulla vicenda globale della ragione, con il 900 lo spirito è

stato demetafisicizzato e la ragione secolarizzata.



  • Della proposta di Hegel dobbiamo conservare:


- l’idea del rapporto intersoggettivo come evento

empirico del mondo sociale tramite una nuova

PSICOLOGIA SOCIALE EMPIRICA;

- le tre modalità del riconoscimento attraverso una

FENOMENOLOGIA EMPIRICA;

- la lotta morale per una conferma sociale

costruendo una LOGICA MORALE

DEI CONFLITTI.





  • Mead: - CONCEZIONE PRAGMATICA = soggetto si imbatte in difficoltà, riflette su propria

condotta e comprende il significato delle sue azioni e degli effetti che hanno sugli altri.









Nascita di una nuova comunicazione umana in una prospettiva ECCENTRICA, dove l’individuo è

consapevole di sé solo oggettivandosi= carattere dialogico dell’esperienza interiore: l’ IO è il soggetto,

ME è l’oggetto.

Progressivamente si ha la generalizzazione del me: da immagine pratica dell’io come concreto

riferimento comportamentale alle attese normative di carattere generale fino alla concezione dei diritti

come pretese individuali che l’altro generalizzato rispetterà.

Se il me diventa quindi l’altro generalizzato, stabilendo un controllo normativo, l’io continua la sua

spinta verso impulsi individualistici limitati da rigide norme: si evita il conflitto morale perché l’io si

realizza in una dimensione futura idealizzata in cui verrà esteso il suo diritto. Ciò porta ad uno sviluppo

della società che lentamente si adegua a sempre nuove pretese normative: la comunità si estende

perché aumenta gli spazi per l’individuo e il numero di soggetti che possono accedere ai diritti.

Elemento centrale è la divisione del lavoro, dove l’individuo si apprezza personalmente e come

socialmente utile; ma la divisione del lavoro non può essere il punto di partenza perché presuppone la

condivisione intersoggettiva di etiche vincolanti.





  • Le tre forme del riconoscimento:

- AMORE nel senso più neutrale del termine: il soggetto amando

ed essendo amato conquista gradatamente l’autonomia

e la consapevolezza dell’interdipendenza (Winnicott presenta in

questo senso il rapporto madre-bambino);

- RICONOSCIMENTO GIURIDICO va garantito a prescindere

dalla stima sociale, è un rispetto universalizzato per cui ognuno

viene riconosciuto come persona giuridica, che ha dei diritti. Dal

punto di vista storico Marshall divide i diritti in tre tipi: liberali,

conquistati nel XVIII sec. = proprietà, libertà morali, religiose;

relativi alla partecipazione politica, raggiunti nel XIX sec; sociali

conquistati nel XX sec = diritti positivi in ambito sociale;

- SOLIDARIETà = stima simmetrica tra soggetti con

partecipazione affettiva; non connessa a nessun privilegio

(Weber descrive lo sviluppo progressivo della solidarietà basata

sulla dignità umana e la capacità autorealizzativa del singolo

possibile nella società moderna, non più gerarchica ma

orizzontale e aperta).





  • Le tre forme di misconoscimento:

- INTEGRITà FISICA se violata genera non solo dolore fisico

ma anche l’impossibilità del controllo del corpo e di imporre la

propria volontà; le conseguenze sono la perdita di fiducia in sé

e la difficoltà nell’interazione con gli altri.

- PRIVAZIONE DEI DIRITTI che implica anche la negazione

della capacità morale di intendere e volere generando la

perdita del rispetto di sé.

- PRIVAZIONE DEL VALORE SOCIALE cioè offesa e pubblica

umiliazione, la cui conseguenza è il non potersi riferire al

proprio ideale di vita come qualcosa di positivo.







Con la sua PSICOLOGIA PRAGMATICA Dewey spiega come i sentimenti non siano qualcosa di

interiore ma espressione del successo o del fallimento delle nostre azioni nel confronto con gli altri.

L’insuccesso genera sensi di colpa e/o indignazione morale che sono le principali forze motivazionali

per la lotta al riconoscimento.





Parte III
Prospettiva di filosofia sociale: morale e sviluppo sociale



  • Marx: RICONOSCIMENTO E UTILITARISMO = l’uomo trova la sua realizzazione nel lavoro non

alienato ma ciò genera conflitti per gli interessi

del singolo seguiti da una lotta per l’auto-

affermazione.

Il lavoro è quindi un medium importante per la

lotta per il riconoscimento.

  • Sorel: SOCIALISMO ETICO = inserisce le norme etiche non solo nella dimensione affettiva ma

anche nell’ambito pubblico, specialmente politico.

Il misconoscimento è in questo senso una reazione emotiva ad un

ordinamento giuridico che dà spazio solo al potere, tralasciando le

minoranze, è una questione assiologica.

  • Sartre: NEVROSI = distorsione unilaterale del rapporto di interazione tra soggetti. Inserita in una

cornice esistenziale, la lotta per il riconoscimento è fondamentale per lo

sviluppo dell’autocoscienza. Finisce per con-fondere riconoscimento e

misconoscimento.



Tutte e tre le analisi si concentrano su un solo aspetto della lotta per il riconoscimento



  • Una logica morale dei conflitti sociali: - Punto di partenza = riconoscimento come esperienza

morale interattiva del torto subito secondo un modello

morale-utilitaristico;

- Thompson: la protesta sociale è data dall’aspettativa

morale estensione dei rapporti di riconoscimento nella

storia + concezione del misconoscimento come elemento

ritardante o accelerante delle lotte + criterio normativo di

uno sviluppo sociale + situazione intersoggettivamente

comunicativa.

  • Un nuovo concetto di eticità formale: - base da garantire = rispetto per tutti

- via di mezzo tra etica kantiana ed etiche comunitaristiche:

morale = norme generali (Kant) + autorealizzazione singolo

senza inibizione o coazione ed inserimento punti dello

sviluppo storico (etiche comunitaristiche);

- eticità post-tradizionale in cui amore è il presupposto, il

riconoscimento giuridico è universale, la stima aperta e

pluralista che implica l’integrazione di valori etico-solidali.


lunedì 4 febbraio 2013

VisioniAlternative: Io sono Li (2011)




È la prima volta che parlo di un film italiano su questo blog. Inutile nascondere che il nostro cinema non se la passa molto bene negli ultimi tempi, anche se ultimamente qualche bella sorpresa è venuta fuori. Il problema dell’Italia di oggi a mio parere è uno, applicabile in tutti i settori: per trovare idee fresche, originali bisogna dare spazio ai giovani e scovare i talenti, quelli veri. E l’Italia sembra essere un paese di vecchi e per i vecchi. Ed è un peccato, perché le idee e anche le persone per realizzare qualcosa di innovativo e produrre film di qualità ci sarebbero anche. Ma sono per lo più oscurati, boicottati e penalizzati da un sistema produttivo e peggio ancora distributivo a dir poco scandaloso, che punta solo ai soldi facili e concede spazio e pubblicità a un cinema leggermente più “impegnato” solo quando ci sono di mezzo i soliti nomi noti. Mentre invece si potrebbe e dovrebbe investire su nomi nuovi e emergenti. Comunque, come dicevo, non tutto è da buttare: in Italia di film belli se ne fanno ancora. Bisogna solo impegnarsi un po’ di più per scovarli.
Questo in particolare l’ho trovato di una sensibilità e una delicatezza eccezionali, davvero poco “italiche”, oltre che di pregevole fattura. Da sottolineare che questa pellicola ha vinto a fine 2012 il Premio Lux assegnato dall’Unione Europea ogni anno al film europeo che meglio di tutti incarna gli ideali di solidarietà, incontro e cooperazione tra culture diverse che sono alla base dell’Unione.

Io sono Li di Andrea Segre è il film che segna l’esordio del 36enne regista veneto alla regia di un lungometraggio di fiction, dopo una lunga esperienza come documentarista. E soprattutto è un film davvero splendido, un’opera ricca di poesia e sentimenti genuini. La storia della profonda e tenera amicizia tra la cinese Shun Li, immigrata clandestina in Italia, e Bepi, pescatore slavo, sullo sfondo della laguna di Chioggia è raccontata con mano ferma e senza retorica. Ogni sguardo e silenzio dei personaggi è in grado di trasmettere emozioni pure e autentiche allo spettatore. Il regista sceglie di adottare uno stile sobrio, dosando i dialoghi al minimo e lasciando spazio ai non detti, alle emozioni discrete e mai esasperate che traspaiono dai volti dei protagonisti e agli scenari che fanno da contorno alla vicenda. Le splendide e prolungate inquadrature della laguna veneta, che testimoniano la grande esperienza del regista come documentarista, non sono mai fini a sé stesse ma rispecchiano sempre gli stati interiori dei personaggi.





Sorprende in un regista giovane, anche se non certo alle prime armi, la grande cura dell’immagine e la capacità di fondere insieme toni lirici e simbolismo con un rigoroso realismo. Particolarmente felice  in questo senso la scelta di usare il dialetto veneto insieme al cinese entrambi accompagnati dai sottotitoli, che accentuano l’impostazione quasi documentaristica della vicenda. La rappresentazione della provincia lagunare e dei “tipi” umani che la popolano non scade mai negli stereotipi e nella resa macchiettistica dei personaggi, tutti profondamente veri e sinceri. Emergono così in modo molto veritiero pregi e difetti del popolo chioggese (che si erge a simbolo di una precisa realtà provinciale tipicamente italiana) caratterizzato da una grande laboriosità e una spontanea generosità e apertura al prossimo, eppure in qualche modo frenato da certi pregiudizi duri a morire. Dall’altra parte troviamo invece una donna orientale dal carattere forte che tira avanti con grande fermezza per la sua strada, pur aggirandosi spaesata e malinconica in un paesaggio che conosce bene, venendo da una zona di mare, eppure così “straniero” e ostile.


“Io sono Li” è un film intriso di poesia e di delicati simbolismi (l’opposizione costante mare/laguna ritorna lungo tutto il film a rappresentare la “prigione” della quotidianità dalla quale Shun Li aspira al mare sconfinato, alla libertà). L’unica via d’uscita concessa alla donna dal grigiore del bar dove lavora è la poesia, che irrompe nel film attraverso la festa tradizionale cinese del Poeta con le sue luci, e attraverso la figura di Bepi, che è conosciuto da tutti come “Il poeta” per la sua abilità con le rime. Il vecchio pescatore si dimostrerà davvero poeta nell’animo, accogliendo Shun Li nella sua vita e trovando a sua volta nella donna un punto di appoggio. Il film in fondo non racconta altro che l’incontro tra due solitudini che finirà per influenzare drasticamente non solo la vita dei due protagonisti, ma anche di tutti coloro che sono intorno a loro, al punto da essere portatore di rottura all’interno di un mondo che sembra perfetto proprio in quanto immutabile.


Da applausi l’interpretazione di tutto il cast (su tutti la splendida Zhao Tao premiata con il David di Donatello e il croato Rade Serbedzija nel ruolo dei due protagonisti) per un piccolo gioiello del cinema italiano che porta la firma di un giovane autore assolutamente da tenere d’occhio.





/Fabio/

domenica 13 gennaio 2013

RADIO ARGO

Vorrei rendervi partecipi di una straordinaria esperienza culturale che ho vissuto grazie a uno spettacolo teatrale veramente eccezionale, a cui ho avuto la fortuna di assistere il 21 ottobre scorso al Teatro Parenti di Milano. L'attore e regista ha fatto già diversi lavori, tra cui "Carabinieri" per la tv, ma è molto più di questo...leggete e capirete.


Radio Argo: un titolo che unisce il moderno con l’antico. Radio Argo, per la regia di Peppino Mazzotta, unico attore in scena, e basata su una riscrittura dell’Orestea firmata Igor Esposito, eclettico docente di Storia dell’arte napoletano.

Il sacrificio della dolce, piccola, innocente Ifigenia per propiziare le divinità e consentire ad Agamennone di conquistare la gloria a Troia; l’ira e la vendetta di una madre e di una donna abbandonata; l’assassinio di un re vittorioso ma padre egoista e la vendetta di un figlio che si trova tra due fuochi ma alla fine sceglie il dovere e per questo viene assolto: ci sono tutti, ad esclusione di Elettra, gli ingredienti di una trilogia che dimostra come il desiderio di potere e gli affetti, soprattutto quelli familiari, siano spesso in contraddizione.

Recuperando una prassi del teatro antico, che non prevedeva donne in scena e si limitava a evocare gli eventi senza inscenarli, Mazzotta interpreta con maestria sia personaggi maschili sia personaggi femminili: con un trucco pesante, che richiama l’antinaturalismo delle maschere, si muove con una sedia a rotelle da una parte all’altra di un palco che, con pochi elementi scenici, riesce a evocare spazi aperti come stanze chiuse.

La vicenda prende avvio con l’esasperante cantilena di Ifigenia, innamorata alla follia del padre e vestita di un impermeabile rosso sangue che preannuncia il suo destino di morte. Segue lo straordinario sdoppiamento tra Clitemnestra ed Egisto, la cui parlata marcatamente siciliana è un utile e divertente strumento per veicolarne le qualità negative. Ma questa scelta risulta poco coerente con il codice linguistico prevalente: un italiano medio della conversazione che contribuisce a rendere comprensibile e attuale il mito anche per chi non lo conosce. Eccezionale invece l’invasamento di Cassandra, che col volto coperto interamente da un velo e una voce artificiale, accompagnata da movimenti quasi epilettici, si fa medium di una realtà ultraterrena ed è senz’altro il personaggio più riuscito.

Il tutto è intervallato dai continui aggiornamenti di un radiocronista, che funge da coro e nel contempo ci riporta ai nostri giorni, ai tempi dei mass media e dei comizi politici. E una conferenza sembra anche il discorso di Agamennone tornato vittorioso da Troia per ingraziarsi il popolo e giustificare l’assassinio della figlia: un santone in giacca e occhiali scuri, che con atto benedicente predica la logica del potere.
Chiude il cerchio un inedito Oreste, incerto sul da farsi come non è mai stato per Eschilo e, diversamente da tutti gli altri, non toccato dalla sete di potere: non a caso è l’unico personaggio che per muoversi non ha bisogno della sedia a rotelle, eloquente emblema di malattia.

La sala A come A del Teatro Parenti di Milano si è dimostrata perfetta per questa “Orestea pop”, come è stata definita: le dimensioni ridotte e il buio hanno contribuito a far sentire coinvolto un pubblico non molto numeroso ma molto caloroso, tanto che non riusciva più a smettere di applaudire.


Eccovi un assaggio di ciò che è statao lo spettacolo:


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