sabato 19 maggio 2012

Aristotele contro Hobbes

La dipendenza naturale nella Politica di Aristotele

La teoria dell’indipendenza naturale su cui insiste Rousseau si contrappone alla tradizione aristotelico-patriarcalistica, che presenta l’idea di una continuità tra il potere che i padri hanno sui figli e il potere politico.
Il patriarcalismo aristotelico poggia su tre basi:
·        La polis trae origine dalla famiglia;
·        La polis e la famiglia sono inserite all’interno dello stesso ordine finalistico;
·        Esiste una differenza qualitativa tra potere politico e potere paterno, basata sul fatto che il potere politico si esercita su liberi ed uguali mentre il potere paterno è di carattere regio, cioè basato sulla superiorità del padre nei confronti dei figli.
Aristotele pertanto vede una continuità finalistica tra famiglia e polis, ma una differenza qualitativa che i patriarcalisti non accettano: le teorie patriarcaliste si basano su una identità integrale fra potere paterno e potere politico esercitato su piccoli stati, sostenendo così una fondazione naturalistica del potere politico.
Per il filosofo di Stagira e per i patriarcalisti c’è una disuguaglianza naturale tra uomini, secondo la
quale alcuni sono più adatti ad obbedire, altri a comandare: in modo particolare ‹‹il maschio è per natura migliore, la femmina peggiore›› e c’è chi ‹‹partecipa alla ragione soltanto per quel che può coglierla, senza possederla interamente››. E’ quindi giusto per questi ultimi essere schiavi e porsi sotto il controllo di uomini per natura superiori.
Inoltre Aristotele ci fornisce anche la spiegazione della superiorità che i greci hanno sui barbari: i barbari non pongono differenze di posizione tra donne e schiavi perché non hanno il principio del comando; la rigida struttura gerarchica della natura umana si viene così delineando: l’uomo libero al vertice, esercita sulla donna un potere simile a quello politico e al gradino più basso gli schiavi, sui quali gli uomini liberi governano secondo un potere patriarcale. 

L’antropologia competitiva nel De Cive e negli Elements di Hobbes

Con Grozio, Hobbes è il filosofo più citato nel Contratto sociale: infatti Rousseau in numerosi capitoli della sua opera fa riferimento al pensatore inglese, con vena apertamente polemica; le tesi di Hobbes vengono presentate in modo anche non totalmente corretto da parte del filosofo ginevrino, che legge il De Cive in modo funzionale al perseguimento del suo scopo, quindi estremizzandone alcuni aspetti.
Nonostante questa premessa, fondamentale per non accomunare l’autore del De Cive con Grozio in modo troppo affrettato, bisogna tuttavia sottolineare la distanza tra le tesi di Hobbes e di Rousseau, a partire dalla base delle loro teorie, ovvero la considerazione della natura umana. Ho sostenuto precedentemente come, secondo Rousseau, gli uomini siano nello stato di natura in una condizione di indipendenza ma anche di purezza ed innocenza; la posizione hobbesiana risulta completamente opposta non sul tema della libertà naturale, che è senza dubbio uno dei punti in comune tra i due pensatori, ma sulla tesi dell’innocenza naturale.
L’idea di Hobbes si basa su un’antropologia fortemente pessimistica e competitiva: non è un caso che negli Elements la vita umana sia paragonata ad una corsa, quindi ad una gara, una competizione dove ‹‹Essere superato continuamente è infelicità; superare continuamente quelli che stanno davanti è felicità››. La volontà di nuocere all’altro è presente in ogni uomo nello stato di natura ed è la caratteristica fondamentale della natura umana, gli uomini sono inclini ‹‹a provocarsi a vicenda››. Se queste sono le basi, Hobbes non può non giungere alla conclusione che lo stato degli uomini, prima che si organizzassero in una società, era ‹‹la guerra di tutti contro tutti››, e per di più una guerra perpetua, dato che gli uomini sono uguali per natura e quindi nessuno può riuscire a prevalere sull’altro in modo definitivo. Va infatti ricordato che il filosofo inglese spiega l’uguaglianza naturale in termini di possibilità di uccidere l’altro: in questo senso quindi gli uomini sono uguali perché anche il più debole può facilmente uccidere il più forte.
Essendo lo stato di natura definito come lo stato di guerra perpetua, la pace non può che essere definita in termini negativi, cioè come ‹‹il tempo restante››, in cui è assente la volontà di contendere con la forza.
‘L’offensività reciproca della natura umana e le conseguenze che Hobbes trae da essa, porteranno Rousseau, più di un secolo dopo la stesura del De Cive, ad accusare il pensatore inglese di fondare, come Grozio, il diritto sul fatto e di non riuscire ad arrivare alla formulazione di una teoria normativa. 

>>FEDE 

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