sabato 3 dicembre 2011

SISTEMA DI CRISI (Parte II)

Premessa: sono da sempre convinto che il lettore vada stimolato a cercare notizie, ad informarsi. Ecco perché ogni link che ho inserito a questo articolo non è una semplice nota in fondo alla pagina, una fonte di cui fa bene conoscere l’esistenza e basta. Tutti i link contengono informazioni aggiuntive agli argomenti trattati, leggerli ed approfondire è vostro diritto e vostro dovere.

La crisi odierna è frutto delle politiche di quegli anni, della cessione a privati di aziende pubbliche, che garantivano allo Stato grosse entrate. Dalla situazione del 1995, quando il debito pubblico raggiunse il suo apice[1], ma in cui il 90% di quel debito era, appunto, interno (posseduto, cioè, da investitori italiani), siamo passati ad una situazione in cui il 44% del nostro debito è estero (detenuto, cioè, da stranieri).[2]

Infatti, il debito pubblico in sé è un falso problema, dipende da chi possiede il debito: il Giappone ha un debito molto più alto di quello italiano, ma detenuto quasi esclusivamente da investitori residenti, l’esatto opposto della situazione europea.[3]

E tra questi investitori, ovviamente, non mancano i grandi istituti di credito e le banche d’affari (come Goldman Sachs, appunto, che nelle ultime elezioni americane ha finanziato sia la campagna elettorale del democratico Barack Obama, sia quella del suo avversario, il repubblicano John McCain[4]).

L’enclave italiana della potente banca americana è folta: oltre ai già citati Monti, Prodi e Tononi, per lei hanno lavorato anche Gianni Letta[5] e Mario Draghi. L’ex-governatore di Bankitalia e oggi presidente della Bce passò a Goldman Sachs nel 2001, dopo aver lasciato l’incarico al Tesoro, ricoprendo il ruolo di advisor di Abn Ambro e Banco di Bilbao, le due banche che, poco dopo, rilevarono le quote di maggioranza, rispettivamente, di Antonveneta e Bnl.[6]

E, valicando i confini nazionali, troviamo altri nomi, come il già citato premier greco Papademos, ex-governatore della banca centrale greca dal 1994 al 2002 (sì, proprio nel periodo in cui il giornalista Greg Palast accusa GS di aver iniziato i suoi loschi affari nell’economia ellenica), o l’irlandese Peter Sutherland, che partecipò attivamente alle operazioni di salvataggio della sua nazione durante l’ultima crisi.[7]

La rete di rapporti di queste banche è impressionante, e finisce per generare colossali conflitti d’interesse che vengono sempre ignorati dalle varie classi politiche, ma che non mancano di farsi sentire: appena eletto, Barack Obama promise che avrebbe colpito i responsabili della crisi, tra cui c’era la banca Jp Morgan Chase, che aveva finanziato la sua campagna elettorale[8]. Non solo la promessa non è stata mantenuta, ma il presidente degli Usa ha addirittura nominato William Daley, dirigente di Jp Morgan, suo capo di gabinetto.[9]

Il caso di Mario Monti, poi, è ancora più sospetto: Goldman Sachs, accusata di aver scatenato la crisi in Italia, ora si ritrova un suo uomo di fiducia a dirigere il Paese. La stessa cosa sta accadendo, in questi giorni, in Grecia: la scelta di affidare il governo all’ex-vicepresidente della Bce Lucas Papademos è speculare a quella italiana, poiché anche il nuovo premier greco ha lavorato per Goldman Sachs.[10]

In pieno conflitto d’interessi sono anche le famose agenzie di rating, gli organi che dovrebbero controllare l’economia di nazioni e aziende, assegnando loro un voto in base al rischio d’investimento. Le stesse, si ritrovano sotto il diretto controllo delle aziende che dovrebbero controllare e consigliare.[11]

Ma a che scopo tutto questo?

Forse le motivazioni sono da ricercare nelle teorie di Milton Friedman, fondatore della scuola monetarista e sostenitore della politica del laissez-faire (il minimo intervento della politica negli affari economici), e in un documento redatto dopo la prima riunione della Commissione Trilaterale (organizzazione nata nel 1973 per volere del presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller), intitolato The crisis of Democracy[12], nel quale si sostiene che un eccesso di democrazia aveva causato una paralisi del sistema decisionale, causando la crisi economica dei primi Anni Settanta. Il mercato andava, quindi, liberalizzato, diminuendo l’intervento statale e favorendo i privati, a discapito della democrazia diretta.[13]

Si tratta della dottrina economica del Neoliberismo, di cui si fecero portavoce in primis Jimmy Carter e, successivamente, Ronald Reagan e Margareth Tatcher, negli Anni Ottanta.

Per riuscire in questo scopo, per recuperare il controllo sulla politica, sarebbe così nata la Commissione Trilaterale, che riunisce industriali, economisti e politici. Mario Monti, al momento, è presidente della sezione europea della Commissione.[14]

Parallelamente alla Commissione, ma ben più segreto, c’è il Gruppo Bilderberg, nato nel 1954 ma pubblicamente conosciuto solo dagli Anni Duemila. Le riunioni si svolgono nel più totale segreto, i partecipanti devono essere stati invitati per avere accesso alle riunioni, e sono vincolati al silenzio. [15]

La giornalista Naomi Klein, nel suo saggio Shock economy, spiega come sia possibile manovrare l’opinione pubblica al fine di farle accettare misure che, normalmente, sarebbe ritenute inaccettabili: riduzioni di salari, delle pensioni, privatizzazione delle aziende statali, rinuncia alla sovranità monetaria, tutte manovre che possono essere approvate solo in seguito ad un forte shock. Come uno shock psicologico fa regredire la vittima ad uno stato infantile, in cui è più facilmente manovrabile, la stessa strategia può essere applicata in economia. Così, una crisi diventa lo shock necessario per far passare le riforme “lacrime e sangue”.[16]

Tutto ciò fa emergere, dalla nebulosa situazione riportata dalla stampa mainstream, l’esistenza di una lobby bancaria tanto potente da decidere della sorte di governi e di interi Stati. La possibilità che gruppi di persone sfruttino il sistema economico capitalista per trarne profitto e difendere i propri interessi non dovrebbe stupire.


Valerio Moggia.



[16] Shock economy, Naomi Klein; http://www.youtube.com/watch?v=ScQO1txA57o

1 commento:

  1. Valerio Moggia3 dicembre 2011 22:31

    Segnalo un errore: Lucas Papademos non fu mai (almeno a livello ufficiale) dipendente di Goldman Sachs, ma partecipò come presidente della banca centrale greca alla falsificazione dei conti pubblici, in accordo con il gestore del debito nazionale Petros Christodoulos, che era stato (lui sì) trader di GS (http://www.informarexresistere.fr/2011/11/16/goldman-sachs-il-collegamento-tra-mario-draghi-mario-monti-e-lucas-papademos/#axzz1fVal9rVo).

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