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giovedì 5 gennaio 2017

Tatuaggi, Eros e Thanatos: cronache del mio viaggio in una Parigi di carta e sogni nel cassetto. Le cabinet Masson

Con l'anno nuovo ho deciso di spiegare perché da poco meno di 48 ore questa foto troneggia sul salvaschermo del mio cellulare.


A voi di certo non interessa perché fino a dieci secondi fa non avevate nemmeno idea che io esistessi, che questa foto esistesse e che fosse sullo sfondo del mio telefono. Ma oramai non riesco più a trattenere la voglia di scriverne, tanto più che l'ho (quasi) promesso a una persona. Eppure, più che un dovere, per me è un piacere parlare del libro Le cabinet Masson di Cristian Borghetti.

La foto incriminata richiama l'accattivante copertina di questo romanzo, che appassiona dalla prima all'ultima pagina. Forse perché ambientato in quella Francia che da quando avevo 11 anni mi ha sedotto completamente. Forse perché parla di tatuaggi, un mondo a me interamente estraneo. O forse perché Cristian è un vero talento della scrittura, nonostante lavori in tutt'altro settore. Non so dirvi perché è successo; fatto sta che io, che ormai da diverso tempo non riuscivo più a leggere libri che non fossero testi scolastici, ho letto il bellissimo romanzo di Cristian in un battibaleno.

Quel titolo in francese aveva già catturato la mia attenzione la scorsa estate, quando l'in gambissima Assessora alla cultura aveva organizzato un evento a base di arte, visite culturali e presentazioni di libri di autori locali. Io ho seguito per lavoro quella di una raccolta di poesie, mentre dall'altra parte del paese si discuteva di Le cabinet Masson. Con rammarico ho dovuto sceglierne una escludendo l'altra, poi il tran tran quotidiano ha preso il sopravvento e non ci ho più pensato. Quel dommage... Ma non sapevo che circa due mesi dopo avrei finalmente avuto modo di recuperare l'occasione perduta.

L'autore del romanzo era tra i relatori di una serata in biblioteca e moderava la presentazione dell'ultimo libro di un suo amico. Io ero stata incaricata dalla mia redazione di stendere un articolo sull'iniziativa. E anche se il mio pezzo non lo riguardava direttamente, circa una settimana dopo l'incontro Cristian mi ha voluto fare omaggio di una copia di Le cabinet Masson. Non ci credevo! Proprio quel romanzo che tanto mi aveva incuriosita pochi mesi prima! Senza saperlo mi aveva fatto un regalo graditissimo. E poi non è da tutti un gesto così generoso.

Lo scrittore lecchese Cristian Borghetti
Così in men che non si dica ho divorato il suo libro. Non mi ha deluso neanche per un attimo, benché non sia come lo avevo immaginato la scorsa estate. E di certo ha soltanto aumentato in me l'ardente voglia di andare a Paris, scrigno di tutti i miei desideri. Di pagina in pagina mi sono follemente aggrappata alla vita di Delacroix, il tatuatore protagonista del romanzo, e ho sognato a occhi aperti di essere anche solo per un istante Iman, bellissima modella su cui l'artista si accinge a creare il capolavoro che di certo lo consacrerà nell'olimpo dell'arte del tatuaggio. Se solo non fosse per un piccolo imprevisto che rovescia completamente le aspettative di Bastien: Iman perde la vita prima che lui possa completare l'opera. E da quel momento inizia una parabola discendente che si risolve nel peggiore dei modi per Delacroix.

Un vortice di emozioni vi catapulterà nel pericoloso, sensuale e artistico mondo di Bastien, pardon, Cristian Borghetti se anche voi, come me, avrete la fortuna di leggere Le cabinet Masson. E dire che avevo deciso di andare alla presentazione del libro di poesie...

 Roby <^>

venerdì 14 settembre 2012

DA ANTIGUA A LARROCHE


La prima bestemmia di Tobaco Steerz fu per il suo magro rancio –una brodaglia melmosa che puzzava più dei nostri piedi-, portatogli via da un topo.

Tobaco Steerz, in realtà, non si chiamava davvero così, ma qualcosa tipo Hermann o un altro nome crucco; Tobaco era il nome che aveva preso quaggiù nei Caraibi, quando, naufragato sulla costa meridionale di un’isola delle Antille, trovò un intero campo di piante di tabacco. Si mise in accordi con il proprietario, un indigeno con la pelle color arrosto bruciato, e rilevò il terreno, iniziando a rifornire i Caraibi del suo tabacco di altissima qualità, diventando presto il più importante trafficante di fumo della regione.

All’altro tizio andò altrettanto bene, dopo essersi preso quattro o cinque pistolettate da Steerz, fu recuperato da una nave sulla quale era imbarcato un dottore, che lo imbalsamò e lo fece diventare una star negli spettacoli di vaudeville macabre a Nancy e dintorni, nella vecchia Europa.

Per diversi anni, Tobaco Steerz, fu una sorta di autorità indiscussa, rispettato sia da filibustieri che dalla Marina, tanto da farsi costruire una capanna di canne a tre piani nella sua isola (che divenne letteralmente sua, dopo aver dato il giusto compenso a tutti i locali che lo richiesero, se mi capite), alla quale in molti correvano a chiedere favori.

Poi arrivarono gli inglesi, e portarono nel mercato la loro roba, erba fina coltivata in Giamaica, e il regno di Tobaco Steerz andò disgregandosi, e lui perdendo di peso nella società caraibica.

Ma, se era finito in quella topaia umida, giù nella prigione di Antigua, lo doveva, a suo dire, alla sua più grande invenzione: combinando foglie di diverse piante, con una macinazione sopraffina e una carta che si era fatto portare appositamente dall’Egitto da un suo cugino mercante, aveva creato il più grande e potente sollazzagente della storia, quello che lui chiamava el Grande Cigarro.

Ovviamente, diceva sputazzando qua e là, gli inglesi non potevano permettersi che lui mettesse el Grande Cigarro sul mercato, o avrebbero perso il loro potere, così diedero ordine alla Marina di arrestarlo.

E, raccontando per la quarta volta dall’inizio della mattinata quella storia, bestemmiò per la seconda volta.

La storia di come io capitai nel suddetto cesso con le sbarre d’acciaio, invece, si ricollega ad un’assurda caccia al tesoro che intrapresi più per mancanza di fondi che per reale interesse, assieme ad un tale, Teddy Crocker-Tilly, che si credeva un pirata ed invece era solo un cazzone.

Il suo piano, che se noi dell’equipaggio avessimo conosciuto col cazzo che ci saremmo imbarcati, era di andare a depredare le isole Cayman, terra franca dove i grandi pirati del passato, un volta arricchitisi a sufficienza, venivano a svernare e a godersi il frutto dei loro dobloni dorati (non senza, sia chiaro, l’immancabile presenza di ex-governtori coloniali o capitani di Marina, divenuti tutti amici fraterni nelle isole della libertà). Quelle isole, purtroppo per lui (e per noi), erano più protette della passera della regina di Francia in tempo di guerra, e l’impresa si rivelò per noi un massacro: quasi tutto l’equipaggio morì una volta scesi a terra; di quelli che si salvarono, il capitano auto-nominato Teddy Crocker-Tilly, in arte Barbafucsia (poiché, al momento di scegliere il nome, quello era l’ultimo colore da barba senza copyright), fu riportato a Bristol e impiccato per le palle, all’usanza di Haiti. Altri due o tre, se non erro, sopravvissero alla battaglia, e divennero probabilmente schiavi di qualche nobiluomo delle Cayman.

Io, con il coraggio che da sempre mi contraddistingueva, scatarrai un paio di parole in spagnolo, e mi dichiarai prigioniero politico. Non avendo documenti con me, ma non volendo rischiare un incidente diplomatico, i compatrioti inglesi mi scaricarono nella discarica umana della prigione di Antigua, il cui pavimento era tappezzato dalle carni imputridite dei miei predecessori.

Quel fetido cane bavoso di un olandese che divideva con me quella fogna bestemmiò ancora, ma stavolta si trattava solo di un suo modo per iniziare un nuovo discorso.

Inizialmente non prestai molta attenzione, finché quel topaccio rinsecchito, da sotto quella barba di lana di vetro, blaterò di un modo per fuggire. Disse che, prima che lo prendessero, aveva dovuto fare una consegna speciale della sua merce su un isolotto non meglio identificato nelle Grenadine, in quel territorio che era ormai diventato terra di nessuno, da quando i francesi si erano accorti di avere ben altri problemi nel loro recinto per poter anche badare a quelle palme lontane. Stava lì, infatti, la base della banda di Guichardaz Larroche, mangiarane puzzolente nato da qualche parte nel golfo del Messico, che aveva assunto una certa fama nei Caraibi per essere riuscito a comporre un più che dignitoso equipaggio solo con i bastardi che gli erano nati dalle varie puttane dei Sette Mari.

Steerz mi rivelò che, in cambio di una percentuale sui suoi prossimi affari, Larroche sarebbe dovuto intervenire a liberare l’olandese defecante in caso di arresto, e che, quindi, i rinforzi erano in arrivo.

Non passò molto prima che i cannoni della Bernarda Lussuriosa, la nave di Guichardaz Larroche, iniziarono ad echeggiare nella notte di Antigua, quasi come le note del celebre pirata-musicista Tramontana Steves.

Buttandoci a terra, riuscimmo ad evitare la palla di cannone che abbatté il muro esterno della nostra prigione, aprendoci la strada per la libertà.

Steerz, urlando come un novizio alla sua prima scopata, si lanciò di sotto, verso il mare. Io preferii calarmi con maggiore cautela, reggendomi ai mattoni sporgenti della facciata esterna del carcere. Tutt’attorno a me, cannonate e rumore di bitume che si sgretolava, qua e là qualche urla di un figlio di un cane che veniva spazzato via da una bombarda.

Arrivato al termine della mia discesa, salutai per l’ultima volta Tobaco Steerz, la cui carcassa si era volgarmente sfracellata contro gli scogli acuminati, e mi buttai in mare, nuotando verso la libertà.

Nella foga della fuga, se mi passate il gioco di parole tipicamente marinaresco, mi avvidi troppo tardi di aver commesso un piccolo errore: mi ero scordato di non saper nuotare.

Annaspando come una vongola nell’olio sfrigolante, nel giro di pochi istanti mi ritrovai a sprofondare inesorabilmente sul merdoso fondo del mare, quando una sirena all’improvviso mi afferrò per il colletto della sudicia camicia, e mi trascinò su. Il mio innato senso della ragione, però, mi portò subito a capire che la mia benefattrice non poteva essere una creatura fantastica, anche perché per tutta la risalita non schiodai gli occhi da quel magnifico paio di chiappe sode, che di simili ne avevo viste solo alcune, quando lavoravo per i portoghesi e traghettavo giovani indossatrici dalle coste del Brasile al porto di Marsiglia.

Vomitando acqua salmastra, mi trascinai sul ponte di coperta della Bernarda Lussuriosa, mentre una delle poche figlie femmine di Guichardaz Larroche, alle mie spalle, mi mollò prima due sganassoni e poi una slinguata per averle fissato così insistentemente il culo.

Sei tu Tobaco Steerz, mi chiese Cariba Larroche, soffiando fuori quelle parole da due labbra talmente carnose che, se avessi voluto, avrei potuto usarle in tutta sicurezza come imbarcazione per tornarmene a Portorico. Fissai i suoi occhi da gatta in calore per quasi tre minuti, prima di accorgermi che mi avrebbe tagliato le palle se non le avessi risposto presto. E ovviamente dissi di sì, che certa gente, se contraddetta, è anche capace di incazzarsi.

La nave dalle vele rosse virò, sparando altri tre colpi verso la prigione, che ormai poteva contenere a malapena la puzza del suo direttore, e fece dietro front, vittoriosa.

Fui portato, allora, verso prua, e sbattuto ai piedi del glorioso capitano Guichardaz Larroche.

Piedi…si trattava piuttosto di due bastoni di legno piantati nelle cosce! E non era finita qui: alzandomi in piedi, notai che entrambe le mani del capitano erano, in realtà, due uncini d’acciaio a cinque punte; l’occhio destro era coperto da una benda verde muschio, mentre il sinistro era adornato con un monocolo dai bordi fluorescenti, e gli mancava l’orecchio sinistro.

In pratica, l’unica cosa che gli funzionava, in quell’ammasso di protesi, era il suo ben noto batacchio, che varie voci descrivevano ancora attivo nei bordelli più apprezzati da noi capitani di ventura.

Conciato com’era, non fu in grado di mettere in dubbio la mia identità, anzi mi trattò come un socio d’affari e si mise a parlare con me del glorioso futuro della nostra società. Parole alle quali io risposi con dei vaghi cenni d’assenso, pensando a un modo per cavarmi fuori da quella situazione.

Guichardaz Larroche, muovendosi macchinosamente sulle sue due grucce, si voltò e mi indicò la porta dall’altra parte del ponte, dicendomi che potevo pure andare a riposarmi e mangiare qualcosa.

La sua nave era la più terrificante imbarca-calamari che si potesse vedere in quegli anni per i Caraibi, piena zeppa dei ricordi di ognuna delle mille fottutissime avventure del suo capitano, dalla punta di uno scoglio delle Bermuda, agli ombrellini da cocktail dell’Avana; il suo equipaggio il peggio assortito guazzabuglio di filibustieri che avesse mai solcato i mari, i già citati figli illegittimi del capitano Larroche, nati in ogni fottutissima insenatura tra le cosce dei Sette Mari in cui il suo piratesco uccello fosse abilmente approdato.

Non ebbi il tempo di abituarmi alla puzza multiculturale che si respirava sulla Bernarda Lussuriosa, che le mani di Cariba Larroche, alla maniera dei polipi giganti che abitavano il Pacifico, mi agguantarono selvaggiamente, e mi trascinarono giù in cambusa.

La giovane figlia del capitano, tenendo fede alla fama paterna, quasi senza parlare iniziò a spogliarmi, forse sovraeccitata dall’eroismo del salvataggio, pronta ad abusare più e più volte di me. Ed io, ovviamente, le diedi l’impressione di avere la situazione (e non solo quella) in mano, e la lasciai fare.

Quando avevamo ormai fatto quasi completa conoscenza, la porta della cambusa si spalancò, facendo emergere la figura del tremebondo Merceo Larroche, fratello maggiore di Cariba, nonché cuoco di bordo, nonché segretamente innamorato proprio della sorella (la quale, va detto, non tanto segretamente si era concessa a Merceo, durante le lunghe traversate del mare).

Colpa della sfiga, la prole di Guichardaz Larroche poteva vantare appena cinque donne, contro una miriade di maschi. E, a causa dell’autarchica scelta del capitano di comprendere nell’equipaggio solo i suoi bastardi, quelle cinque femmine erano una risorsa preziosa e piuttosto contesa sulla nave.

L’idea che la mia sirena dai capelli corvini e le forme predatrici avesse già giaciuto in così tanti letti, per giunta dei suoi stessi fratelli, non mi dava il benché minimo fastidio, tanto che mi diedi da fare per riprendere da dove avevamo terminato. Ma Merceo Larroche, vomitando vocaboli tra il francese e lo spagnolo dei Caraibi (che, parola di un mio vecchio compagno di ventura, è alquanto simile alla lingua che si può udire nei pressi del porto di Bari, nella Vecchia Europa), sfogò tutta la sua alacre gelosia e, scagliandoci contro un affettaporco, ci costrinse a separarci e rimandare ad altro momento i nostri convenevoli.

Rotolando all’indietro e ricadendo dietro al bancone, potei solo udire le urla nella stessa ignobile lingua di Cariba, che finì per prendere la sua pistola a sparare al fratello in pieno petto.

Merceo Larroche fu sbalzato indietro, sfondando il muro di legno e fermandosi contro i barili di polvere da sparo nella stiva, facendoli cadere l’uno contro l’altro, ed innescando una reazione a catena in tutta la stiva, fino a far cadere gran parte del contenuto dell’ultimo barile in uno dei cannoni.

Ma il cuoco di bordo era colpito ma non sconfitto, si rimise in piedi con una scorreggia, mentre tutt’attorno il resto dell’equipaggio s’affollava a scommettere sul vincitore dello scontro, e prese un’altra mannaia dal suo cinturone.

Dal buco che aveva fatto nella parete, si affacciò l’incazzatissima Cariba, pronta a sparare il secondo colpo.

Merceo non ci penso su troppo e lanciò la sua arma attraverso tutta la stanza, centrando esattamente in mezzo agli occhi Cariba, la quale, zampillando sangue come una fontana dalla fronte, in un cazzutissimo spasmo muscolare, premette il grilletto, centrando in pieno la miccia del cannone, più corta della gonna di una puttana delle Barbados.

Il cannone sparo una bombarda che si sentì fino in Melanesia, scattando all’indietro e colpendo Merceo Larroche. Sentii distintamente il rumore delle sue ginocchia sbriciolarsi come una galletta spagnola, mentre quella massa ormai informe fu sbalzata dall’altro lato della stiva, sfondandone l’altra parte e finendo fuoribordo, in acqua.

L’odiosa quanto violenta perdita di due dei figli più amati del capitano, fece pericolosamente precipitare i miei rapporti col temibile Guichardaz Larroche, il quale urlò con tutta la voce che aveva in corpo di trascinarmi sulla passerella.

Un essere umano sano di mente pensa a solo due cose, in un momento simile: al vestito che sta indossando, e speriamo che per gli squali sia giorno di riposo oggi.

Sfortunatamente per me, sotto il bordo di quell’asse di legno cigolante si era già formato un circolo di pescecani famelici, e la mia camicia era sudicia e vecchia di sei mesi.

Nel frattempo, la palla di cannone che era partita nella colluttazione di prima, aveva attraversato il cielo dei Caraibi, in direzione di Caracas, dove si era concessa al rocambolesco abbraccio di uno dei galeoni della Marina spagnola, che era colato a picco come un savoiardo nel latte.

Alla scena assistette il pappagallo Gomez, uno dei volatili della scuderia di Chavez Pizquàn, un balordo di Panama che aveva creato una sorta di agenzia di informazioni dei Caraibi tramite dei pappagalli spia sparsi in tutta la regione. Il pappagallo Gomez, in realtà a libro paga di Larroche, svolazzò più forte che poté verso la nostra nave, arrivando giusto in tempo per salvarmi il culo.

Distraendo il capitano con l’avviso dell’approssimarsi della flotta della Marina spagnola, mi diede il tempo di spostarmi dalla passerella e mescolarmi tra la folla.

Quando Guichardaz Larroche si voltò, non vedendomi, afferrò il primo che si trovò a tiro e, scambiandolo per il sottoscritto, lo piombò e lo diede in pasto agli squali. A nulla valsero le proteste degli altri membri dell’equipaggio, come il povero Bartolomew Larroche che, cercando di attirare l’attenzione del padre su di me, si sentì dare del cane putrefatto e vendifratelliatradimento, prendendosi una palla in fronte dall’inviperito genitore.

Disceso nuovamente nella stiva, prima che i bastardi senza sbornia venissero a farmi quel che non era riuscito a fare il capitano Larroche, recuperai una ciambella di salvataggio, trofeo di una scorribanda lungo le coste di Los Angeles, nella quale Larroche aveva depredato i bungalow dei ricchi villeggianti, mi lanciai in mare, usando un pezzo di legno come remo.

Alle mie spalle, poco dopo, potei udire i rumori della battaglia: la Marina spagnola doveva aver raggiunto la Bernarda Lussuriosa, ed aveva iniziato a mettere alla prova il suo nome con i suoi cannoni superdotati.

Non saprei dire a chi avesse arriso la sorte, ma, considerando l’ingegno affinato dalla difterite del capitano Larroche, la sproporzione delle forze in campo, e il fatto che l’acqua nella quale sguazzavo si colorò presto di un rosso scarlatto, sono portato a pensare che la giustizia dei Caraibi avesse reclamato un altro bucaniere.

Del Grande Cigarro non si seppe più nulla, anche se leggende narrano di una spedizione dal Canada per recuperarlo e barattarlo in cambio di una stufa coi vicini inglesi.

Per quanto riguarda me, dopo quella volta mi ripromisi che mi sarei dato alla legalità e avrei abbandonato ogni tipo di peregrinazione marinara.

Un mese dopo, a onor del vero, mi imbarcai come rattoppavele su di una nave di piratesse lesbiche in cerca di misteriosi giocattoli sessuali Inca di oro massiccio, riuscendo a farmi accettare, unico uomo a bordo, raccontando loro di essere stato ordinato sacerdote e di poter, eventualmente, officiare matrimoni tra le componenti dell’equipaggio.

Ma questa è un’altra storia.

Valerio Moggia

domenica 15 luglio 2012

LA NOTTE DELLE LANTERNE

Ernesto impiegò sette secondi più del solito a chiudere la sua ventiquattrore, quella sera.

Pensieri e dubbi assillavano la sua testa, li aveva rimandati per tutto il giorno, lasciandosi assorbire, come al solito, dal suo lavoro. Avevano fatturato un miliardo e mezzo, non una giornata eccezionale, ma di cui sicuramente nessuno in società poteva lamentarsi.

Percorrendo gli ariosi corridoi del settantaduesimo piano, gremiti di uomini in divisa da dirigente -le teste alte e fiere, il passo svelto-, poteva percepire la soddisfazione e i complimenti dei colleghi per il lavoro svolto in quella giornata da quel ritmico rumore di passi che echeggiava tra le pareti di marmo color latte.

In realtà, un fino osservatore avrebbe notato quella lieve ed impercettibile ruga di insicurezza sul volto: come tutti, era stato educato fin dalla più tenera età a non mostrare alcuna debolezza, se proprio non fosse possibile non averne. Non era davvero convinto che tutti, in quel grattacielo celeste, fossero felici per lui, che tutti lo stimassero e che apprezzassero il suo lavoro. Dio! Non sapeva nemmeno se avesse davvero fatto un bel lavoro quel giorno!

Era bravo a nascondere tutti questi strani dubbi, però. Sapeva che stava implicitamente infrangendo la regola principale della società: lo spirito di gruppo, la solidarietà e la fiducia nei proprio colleghi dovevano essere davanti a tutto.

Si lasciò sfuggire un leggero sospiro, appena entrato nell’ascensore assieme a tutto il codazzo di dirigenti. L’apparecchio richiuse le porte dolcemente davanti ai loro occhi; non sembrava neppure che si muovesse, talmente era silenzioso e confortevole, ma stava rapidamente percorrendo tutti i piani dell’edificio, scendendo verso il basso. Un uomo alla sua sinistra, un dirigente di quinto livello coi capelli biondi a spazzola, si fece educatamente largo fino al frigo bar, traendone un bicchiere di spumante: probabilmente aveva sete, doveva aver fatto qualche presentazione o condotto le fasi preliminari di qualche trattativa e gli si era seccata la gola.

Ernesto si domandava distrattamente come potesse davvero essere sicuro che, anche solo in quell’ascensore, tutti lo conoscessero e lo stimassero. Il cameratismo su quale si fondava la loro società era solo una facciata, un modo per mostrarsi forti e compatti nel confronto dei rivali? O esisteva davvero, e lui era quello storto?

Al piano terra, una musica soave segnalò agli occupanti dell’apparecchio che erano giunti a destinazione, e dopo un attimo, le porte si aprirono con la stessa dolcezza con la quale si erano chiuse, rivelando la maestosa hall del grattacielo.

Ernesto sfilò con passo austero, valigetta stretta nella mano destra con una tale naturalezza che poteva sembrarne un prolungamento, attraverso il colonnato lastricato di velluto che conduceva verso l’uscita.

Erano nove giorni che aveva ormai capito che qualche cosa in lui si era rotto, un qualche ingranaggio doveva essersi danneggiato, e ora aveva come iniziato ad avvertire l’assurda insostenibilità della sua situazione.

L’aria fresca della sera gli baciò le guance appena varcò la soglia, e la folta legione di uomini in giacca e cravatta si diradò come una nube di fumo appena uno ci soffia sopra. Nemmeno in quel momento, la fine della settimana lavorativa, riusciva a sentirsi un poco sollevato: la sua mente non poteva che pensare che quel lieve bacio non poteva essere un premio per i suoi sforzi o una consolazione per le sue delusioni, perché l’aria della sera baciava con la stessa dolcezza tutti gli uomini che uscivano da palazzo della sua società.

In quei nove giorni, aveva lentamente iniziato a sentirsi, dapprima, strano, e poi, quando ebbe iniziato a scavare dentro il suo cuore, alla lucida ricerca del motivo di quella malinconia, inadatto. Ma non era inadatto la parola che poteva descrivere i suoi sentimenti, il guaio era semmai che non sapesse quale fosse la parola giusta.

La soluzione, piuttosto, gli era apparsa chiara fin da subito. Ma ci era voluta più di una settimana per decidersi ad adottarla, perché Ernesto temeva le implicazioni morali che avrebbe comportato. Era nato e cresciuto in una famiglia devota e, sebbene la vita da adulto avesse attenuato l’influenza degli insegnamenti infantili, quell’idea non poteva che generare all’interno del suo animo già tormentato una forte sensazione di disagio.

La soluzione era, ovviamente, una puttana.

Aveva subito deciso che, se proprio doveva pagare una donna per fare quella cosa sporca che la morale comune mal tollerava, sarebbe stato meglio accadesse di venerdì sera, al termine della settimana lavorativa e quando lo stress aveva raggiunto il suo apice, oltre ad avere la possibilità di riposarsi il giorno seguente e riflettere sul suo gesto e la sua effettiva utilità.

Ma era ormai mercoledì, e il venerdì gli pareva troppo vicino. Non ce la fece, non ne ebbe il coraggio. Così, Ernesto decise che avrebbe stretto i denti, nascosto il suo malessere per più di sette giorni, fino al venerdì della settimana seguente. Era certo, con così tanti giorni a disposizione, non avrebbe avuto problemi a riflettere a fondo su quella decisione, a valutarla e a trovare il coraggio di recarsi davvero da una puttana.

Mentre stava comodamente seduto sul morbido sedile posteriore della limousine nera che lo era venuto a prendere, come di consueto, davanti al grattacielo della società per la quale lavorava, tornava coi pensieri a quegli ultimi giorni: non aveva fatto nulla di ciò che si era prefissato, anzi aveva evitato il più possibile di pensare a quella sera, facendo finta che non avesse deciso nulla, che tutto fosse come al solito. E quel giorno, si era svegliato con la paura di arrivare alla sera. Fu sul punto di rinunciare, cercando di autoconvincersi che il suo era solo un accumulo di stress, che se ne sarebbe andato con una bella vacanza in qualche località esotica, ma alla fine non poté che guardare in faccia la realtà: aveva bisogno di quella puttana, e non poteva più rimandare.

L’auto percorreva sicura l’interstatale, diretta verso casa sua, ed Ernesto in almeno tre occasioni dovete farsi forza per trattenere una crisi di pianto. Si sentiva regredito all’infanzia, quando piangere era l’unico modo per convincere sua madre a non fargli fare qualcosa che lo ripugnava, benché fosse consapevole che era necessaria.

Poi, tutto d’un fiato, come la prima volta che bevi del whisky, pigiò il tasto dell’interfono e disse al suo autista di portarlo a fare un giro sulla Duecentosedicesima.

L’uomo dall’altro lato del vetro insonorizzato, che mai Ernesto aveva visto in faccia e di cui mai aveva udito la voce, voltò leggermente il capo, lasciando appena appena intravedere i folti baffi grigi scuri e gli occhiali neri, e con un cenno fece sapere al cliente che aveva recepito.

La limousine lasciò la lussureggiante interstatale sopraelevata, torno di sotto, nella città, ed iniziò a gironzolare superba tra le vie del centro. Poi, prese la Bisettrice, una lunga strada in rettilineo a quattro corsie che congiungeva il centro con il quartiere limitrofo del Settore C, il terzo più grande dei sei distretti della città.

Lungo quel percorso, cercò di non pensare a nulla, si impose una serie di respiri regolari al fine di distendere i muscoli. Gli stessi esercizi ai quali venivi educato fin da bambino, per contenere le emozioni e palesare la più salda sicurezza in te stesso.

Ma la sua mente non rispondeva più al suo volere, la tensione di quei giorni era stata troppo alta per permettergli di mantenere il completo controllo delle sue facoltà psico-fisiche. Come si abbordava una puttana? Come ci si comportava con lei? Come avrebbe potuto o dovuto fare? Non ne aveva la più pallida idea, e forse la cosa lo preoccupava ancora di più delle problematiche morali che il suo gesto comportava.

Lo spaventava a morte l’idea di mostrarsi debole, insicuro, imbranato, davanti ad una misera puttana.

La Duecentosedicesima strada era una nota traversa del Settore C, lungo la quale pattugliavano puttane di ogni genere ed età. La limousine nera rallentò e passò per quella via come una modella ad una sfilata, ammirata e richiamata da tutto il pubblico.

Donne gracili e vestite di due stracci, financo sporche, con gli occhi completamente vuoti…per trovarne qualcuna in carne dovevi puntare le vecchie obese che stavano in fondo alla strada, e che ad Ernesto mettevano i brividi ad ogni disgustoso movimento delle loro forme raggrinzite.

L’autista della limousine mosse leggermente il capo, immaginando da dietro il finto specchio il volto deluso e raccapricciato del suo cliente.

Per la prima volta in carriera, l’uomo accese l’interfono per primo, suggerendo ad Ernesto che, se glielo consentiva, poteva portarlo in un posto migliore. Stavolta, fu il dirigente in giacca e cravatta a fare un nervoso cenno d’assenso con la testa.

Non sapeva se rallegrarsene o rabbuiarsene: certo, ora sarebbe stato condotto in un luogo sicuramente più adatto alla sua classe, ma era anche vero che quel misero autista adesso aveva una posizione più forte, nel delicato equilibrio sociale che vigeva in quella spaziosa macchina di lusso.

Durò solo un secondo, e poi anche quel pensiero andò a far fondo nella mente di Ernesto, lasciando in superficie il dilemma del comportamento che avrebbe dovuto adottare di lì a pochi minuti.

La fiamma nera riprese per qualche tratto vie conosciute e ben frequentate, poi imboccò la Cinquantesima, la percorse per circa tre quarti, e svoltò a destra nella Centoquattordicesima.

Non conosceva quella zona della città, Ernesto, ma apprezzava il fatto che le sue architetture docili non lo mettessero a disagio.

La via principale, che poi pareva essere l’unica, visto che tutte le altre erano dei viottoli senza uscita, era illuminata da un doppio filare di lanterne, su entrambi i lati. Le ragazze pattugliavano i due marciapiedi con tranquillità, quasi fossero ad una comunissima passeggiata serale.

Ernesto, appiattendosi contro il vetro del finestrino, poté notare l’aspetto naturalmente seducente di quelle fanciulle, i loro fisici delicatamente perfetti, l’abbigliamento pulito ed insieme sexy ed elegante. Non c’era dubbio: il suo autista aveva scelto il posto giusto.

Molto più discrete, le ragazze di lì non assaltavano la vettura cercando di farsi trascinare via con essa, costi quel che costi, ma piuttosto parevano quasi infischiarsene. Si accorgevano della costosa ospite del quartiere con la coda dell’occhio e, distrattamente, la salutavano con un ammiccante guizzare delle dita della mano. O almeno, pensò Ernesto, erano brave a fingere così.

Dopo nemmeno un minuto in quel curioso paradiso di onesta immoralità, l’uomo in giacca e cravatta adocchiò una fanciulla, dai capelli lunghi biondi e lisci, che le arrivavano fino infondo alla schiena, la pelle chiara e due grandi occhi glaciali. Pensò dovesse trattarsi di una ragazza dell’est.

Indossava un cappottino grigio chiaro dal quale spuntava della calda pelliccia; una corta gonna attillata, rossa splendente, le copriva il sedere e le parti intime, rivelando due lunghe gambe snelle, che affondavano in un paio di stivali, rossi anch’essi, con un tacco lungo e sottile. Faceva roteare la minuscola borsetta blu scura ornata di finti gioielli di vetro colorato con una tale sensualità, che Ernesto per poco non rimase ipnotizzato da quel movimento.

Ordinò all’autista di fermarsi accanto a quella giovane meraviglia: aveva fatto la sua scelta.

Sforzandosi di apparire uomo di mondo, Ernesto la invitò a salire. La ragazza sorrise, quindi si lasciò scivolare all’interno della limousine.

Ernesto era ora palesemente nervoso, e si passava le mani l’una nell’altra, per asciugarne il sudore. La ragazza stava attendendo con un sorriso dolce e disinteressato accanto a lui, quando le domandò quale fosse la tariffa.

Candidamente, rispose che erano duecento soldi, pagamento anticipato.

Ernesto pagò subito, con uno scatto. Appena la ragazza prese la mazzetta di banconote, mettendosele nella borsetta, Ernesto riprese ad espirare ed inspirare nervosamente, nel vano tentativo di calmarsi.

La ragazza, notato il suo imbarazzo, non si scompose, non doveva essere il primo a comportarsi così in sua presenza. Gli appoggiò una mano sulla spalla, si sbottonò il giubbottino, appoggiandolo sul sedile di fronte, poi si mise a sedere frontalmente al suo cliente. Quindi, con voce calma e mielosa, gli disse:

-Va bene, allora: di cosa vuoi parlare?

Parlare. Una parola che quasi non aveva più significato in quel mondo.

Istintivamente, la mente di Ernesto corse a ritroso nel tempo, cercando l’ultima volta che quel trentunenne di successo aveva veramente parlato con qualcuno.

-Come ti chiami?- interruppe i suoi pensieri Ernesto.

-Lavinia. Ti piace?

-Molto…è il tuo vero nome?

-Certo, è a questo che serve il pagamento anticipato.

Ernesto dilatò le labbra in un sorriso nervoso, inchinando il volto in basso e verso destra, per sfuggire all’emozionante spettacolo di quegli occhi di vetro pregiato.

Per un attimo fu silenzio; Lavinia restò a guardarlo senza apprensione, lasciandogli il tempo che la sua timidezza richiedeva.

-Come è stata la tua giornata?- gli domandò poco dopo cogliendolo di sorpresa.

La sua giornata. Nessuno gliel’aveva mai chiesto.

Ernesto, lentamente, rispose alla domanda, praticando una piccola crepa nella sua naturale ritrosia. Col passare dei minuti, mentre l’auto procedeva lentamente tra tutte le vie di quella gigantesca città, la crepa si allargò, ed Ernesto divenne un fiume in piena.

Non ci volle molto, alla ragazza, a capire quale fosse il suo problema. Lo lasciava parlare, e ogni tanto commentava. E non erano sempre commenti di circostanza, banali e scontati, o accondiscendenti; dopo che la loro conoscenza fu un poco più approfondita, Lavinia si permise anche di dissentire con Ernesto su alcune cose, con educazione e gentilezza.

Nonostante ciò, quell’uomo non poteva che sentirsi stranamente a suo agio con quella bellissima estranea, che non faceva altro che il suo immorale lavoro, ma lo faceva con una tale bravura e con così tanta delicatezza, che sembrava poter ingannare le menti di tutti, così da farsi percepire con la più stretta e fedele conoscente e confidente.

Le parlò del suo lavoro, e Lavinia si trovò piuttosto interessata, e domandava maggiori dettagli, ed Ernesto, per la prima volta in vita sua, fieramente glieli forniva. Più di una volta, alla sua testa affiorò il pensiero che quella dolce puttana doveva essere stata a parlare con chissà quanti dirigenti come lui, gente che faceva il suo stesso lavoro, magari nella sua stessa società, e sicuramente doveva averne la testa piena di quei particolari tecnici, che gli stava mentendo a fingersi interessata. Ma il suo cuore scalciava e respingeva quei noiosi ed inutili dubbi in fondo allo stomaco, e si abbandonava al piacere puro e peccaminoso della conversazione.

Alla fine, dopo aver ascoltato la storia di quell’accordo con la finanziaria che Ernesto aveva chiuso praticamente da solo, contro ogni pronostico, Lavinia gli disse una frase semplice, ma che non riuscì mai più a togliersi dalla testa:

-Molto astuto, davvero.

Sorrideva, mentre lo diceva, un sorriso sincero e per nulla ironico.

Astuto. Doveva essere un complimento.

Ernesto aveva sempre pensato che i complimenti fossero parole come "bravo", "soddisfacente" o "corretto", ma quel termine che aveva usato la ragazza era diverso: prima di tutto lo aveva sentito davvero, e non era stato costretto ad immaginarlo, o a dedurlo; in secondo luogo, quella parola era penetrata sotto alla sua giacca, si era scavata un varco sotto la sua pelle pallida, e aveva trovato un posto confortevole attorno al suo cuore, scaldandolo.

Ma forse si stava illudendo, una puttana è pagata per farti piacere, anche se non te lo meriteresti.

-Lo pensi davvero?- si lasciò sfuggire Ernesto.

-Certamente. Non lo dico perché mi hai pagato, ma lo penso davvero. Se non fossi d’accordo, avrei a disposizione almeno una ventina di metodi per fartelo sapere senza lo stesso causarti un dispiacere.

Ernesto non poté che guardarla con sguardo perdutamente ammirato, mentre la limousine, tornata lungo la via delle lanterne, rallentava, fino a fermarsi a lato della strada, nel punto in cui Lavinia era entrata nella vita di quel trentenne disperato.

-L’ora è terminata.- disse, sempre sorridendo.

Riprese il suo giubbotto, se lo infilò e ne allacciò i bottoni, prima di scendere dall’auto.

Ricominciò a camminare e a far roteare la sua borsetta, come quando era stata avvistata, un’ora e due minuti prima e, quando la limousine nera metallizzata ripartì, passandole nuovamente accanto, Lavinia affidò un sensuale bacio al vento, che raggiunse il finestrino accanto ad Ernesto, ne oltrepassò il freddo vetro, ed andò a posarsi sulla sua mano destra, alzata in segno di saluto.

Una sensazione di rilassamento e di pace albergava ora sotto la pelle di Ernesto, che sprofondava nella pelle sintetica degli interni della vettura, sospirando.

Finché visse, non scordò mai quella sera, in cui una puttana gli aveva salvato la vita.

Valerio Moggia

martedì 18 ottobre 2011

TIAMOFORTE

Con questo post ci addentriamo in un argomento nuovo: la narrativa e più in particolare i racconti brevi!


TIAMOFORTE

Bella è bella. Ed è con me. La più bella qui in mezzo. Giro lo sguardo ovunque, ma non ne trovo una migliore. Certo che no.

"Sai l'ora?" mi chiede qualcuno, interrompendo il mio flusso di pensieri, che monotono torna a lei e ai suoi capelli-occhi-labbra-tette-gambe-sedere-piedi. Non solo. Fa freddo. E' dicembre. Devo pensare anche al suo cappello-cappotto-stivale(due)-borsa.

In effetti non so che ora sia e nemmeno rispondo. Sto bene così, se interrompo i miei pensieri per cercare dove ho messo il telefono e leggere l'ora, poi mi ci vuole qualche secondo per tornare a pensare a lei. E in quei secondi che faccio? Cosa sarei in quei secondi?

La pianista sta suonando il secondo movimento del Concerto numero 1 in E minor per piano. Fryderyk Chopin. Il cui cuore è conservato a Varsavia, separato dal corpo, che invece giace a Pere-Lachaise.

Come a dire, il cuore fa sempre come vuole lui e va dove gli pare.

L'orecchio si gode le note, amplificate alla perfezione dalla maestosità delle forme della Galleria e l'occhio, l'occhio torna da lei.

Da quant'è che stai con me? Onestamente non me lo ricordo...Secondi, minuti, ore e giorni contano poco da quando ci siamo scelti. Da quando ho deciso che per me al mondo ci sarebbe stata solo lei. E viceversa? Mi piace pensare di sì.

La pianista si ferma, come da copione diverse decine di mani esplodono in un applauso. Un applauso che odora di aperitivi, di dischi appena comprati, di inverno, di quasi Natale, di sogni, di tram e di freddo. Di milanesi aspettative.

Mi guardi e sorridi. Mi sei accanto. E prosegui, superi un terzetto che discute di viaggi fatti o inutilmente sperati.

Ti seguo fino alla piazza. Chissà dove vai, dove abiti? Continuo a seguirti? Provo a parlarti? Quel che è certo, è che la pianista ha smesso di suonare.

2010 Francesco Messina