giovedì 12 luglio 2012

Narciso e la sua superficie- Parte II

2.  Elementi simbolici

Cogliere le diverse simbologie espresse dal mito di Narciso significa nel presente caso seguire due vie: anzitutto si cerca di riferirsi ai nuclei tematici definiti dai due racconti, e ci si muoverà pertanto tra simboli e informazioni; successivamente si vedranno elementi simbolici nel senso più stretto, ovvero a prescindere dallo stretto contenuto informativo, in modo da lasciare maggiore spazio alle finestre e ai rimandi che i simboli stessi allacciano.

Lo psicologo della Gestalt Arnheim definisce col termine microtema1 un elemento di una rappresentazione pittorica, posto solitamente nel centro di essa, che ha la funzione di riassumere in sé la vicenda, i contenuti e le forme di quanto avviene nel complesso della composizione. È possibile adattare l’espressione microtema a quanto Ovidio ci racconta della ninfa Eco. L’affascinante ninfa sembra in qualche modo ripetere in piccolo le turbative mimetiche di Narciso2, e permette a Ovidio di affiancare il tema del riflesso visivo con quello del riflesso acustico, importando un elemento almeno in parte sinestesico. Ovviamente non si può pensare ad una coincidenza assoluta tra i due termini posti in paragone, in quanto balza subito all’occhio che Eco non si innamora della propria immagine bensì del giovane cacciatore. Tuttavia la presenza della storia di Eco permette a Ovidio di giocare sul tema del riflesso in più livelli concentrici seppur non coincidenti.

Peraltro la storia di Eco così come si declina nella Metamorfosi è una novità, un pezzo di bravura dello stesso poeta3. Eco era stata coinvolta in precedenti trame mitologiche in tresche amorose che prevedevano la non corresponsione dell’amore. L’episodio più significativo vede Eco rifiutare l’amore del dio boschereccio Pan4, in quanto Eco ama Satiro che però a sua volta è innamorato della ninfa Lide. In questa diversa versione ricompaiono alcuni motivi che Ovidio rielabora, quali quello del rifiuto di un corteggiamento e della aurea regola dell’amare chi t’ama, in quanto in caso contrario si incappa in sventure di cui Narciso può essere testimone.

Peraltro Ovidio racconta nei Fasti della ninfa Lara5, la quale minaccia Giove di raccontare a Giunone delle sue tresche amorose con le ninfe sue sorelle. Al che Giove risponde strappando la lingua a Lara. Ancora una simmetria con il racconto delle Metamorfosi dove però è Giunone che punisce Eco perché la distrae dal controllare Giove. Si ha a che fare con la mutazione ed evoluzione di un tema, aspetto tipico del mondo del simbolo. E si può anche aprire la considerazione per cui Eco e Lara passano attraverso un prima e un dopo, un sé per così dire integro e un sé mutilato, mostrando ancora ulteriore assonanza con un Narciso volto tutto a conoscere e non comprendere il rapporto tiranno con la fonte e la sua immagine.

Eco è certamente mutilata dalla punizione di Giunone, ma dimostra di saper ben sfruttare la situazione6. Quando Narciso stanco di essere seguito le grida «Huc coecamus», «Incontriamoci qui», Eco prontamente ribatte «Coecamus», che in latino significa incontrarsi, e anche facciamo l’amore. O ancora, allo sdegnoso Narciso che le intima «Possa io morire, prima che ti sia largito il mio corpo» Eco ribatte: «ti sia largito il mio corpo». Riecheggia il tema dell’amore e della relazione all’altro che è nucleo decisivo del racconto. Elemento talmente centrale che è da Narciso rifiutato: Narciso rifiuta di riconoscere Eco, l’altro da sé, l’altro come oggetto d’amore che manca per completarsi. Narciso non vuole essere toccato, con-fuso con Eco. Narciso non vuol far la fine di Ermafrodito, sua perfetta antitesi, che con-fonde in sé i corpi del maschio e della femmina abbracciantesi7. Narciso nelle acque dello Stige guarda se stesso, continua nella sua opera più pazza: specchiare sé e non riconoscere altri che sé. Quasi la negazione di ogni rimando, di ogni Eco, di ogni simbolismo. Pellizer afferma che Eco è «espressione di una pura vocalità senza corpo e senza immagine, la cui esistenza stessa è solo aurale, è incapace di articolare un linguaggio autonomo, ma sa solo produrre un riflesso acustico privo di senso (o esposto a un senso combinatorio affidato al caso o all’interpretazione dell’enunciatario): non a caso viene dunque evocata come simbolo di questa crisi della comunicazione»8. Il simbolo, che ha un suo carattere chiave nella comunicazione di senso, diviene in Eco, simbolo dell’assenza di simbolo.

Altro nucleo tematico e simbolico può rintracciarsi nella maledizione che Conone dà in garanzia a Eros e Ovidio a Nemesi9. Particolarmente interessante è il riferimento a Eros e a una particolare storia mitica raccontante la sua nascita10. Temisto, retore del IV d.C., racconta come la dea Themis abbia ingiunto a Afrodite, la quale ha messo al mondo Eros, di partorire anche il suo doppio, Anteros, in quanto senza di lui Eros avrebbe potuto sì essere generato, non però crescere. I due fratelli hanno identica natura e sono l’uno la causa dell’altro. Amore è riferimento all’altro da sé, è sentirsi limitati, aver bisogno di, sentire la mancanza di. Sembra di sentir riecheggiare il racconto che l’Aristofane del Simposio dipinge di Androgino11, dell’uomo tagliato a metà che ricerca la parte mancante. Il che ancora può richiamare la tavoletta che spezzata va ricongiunta con la metà (da cui deriva l’etimologia greca del symballein), e che sarebbe diabolico (diaballein) considerare come eternamente divisa e alienata da essa. (Come diabolica è la fine di Narciso, intoccato contemplatore di sé nelle acque dello Stige).

Va da sé che parlare d’amore porta con sé notevoli problematiche soprattutto nel caso in cui l’amore non sia corrisposto. E così nelle due versioni classiche del mito ritroviamo una maledizione, eseguita da Eros o Nemesi12. Maledizione che nulla ha a che fare con immoralità di un amore omosessuale che problemi non creava nell’antichità greco-romana (se si eccettua il problema di un giusto rapporto d’età tra amante attivo e passivo, più giovane). La maledizione è legata piuttosto all’incapacità di Narciso di vedere e riconoscere sé, di staccarsi dall’ammirazione per il proprio corpo. La colpa che costa la morte a Narciso è colpa contro la reciprocità amorosa. Una colpa scontata mediante una morte che i diversi compilatori delle diverse versioni declinano in modi diversi13. Ovidio lascia che Narciso si consumi nel suo rifiuto di cibo e riposo; altri parlano di annegamento, come Plotino, ma anche Caravaggio il cui Narciso tende il braccio nell’abbracciare la figura e sembra sul ciglio del precipizio; o ancora Narciso può essere fatto morire mediante un colpo di spada autoinfertosi, in una duplicazione della sua crudeltà contro l’Aminia di Conone. Questi gli esempi più diffusi.

Si passano ora in rassegna una serie di nuclei simbolici senza un’aderenza così stretta alle fasi dei racconti come nei passi precedenti.

Anzitutto interpretazioni di stampo psicanalitico hanno contribuito a evidenziare il carattere sessuale della vicenda. Così l’amor di sé che ha in Narciso la sua incarnazione può esser letto come «paradigma dell’autoerotismo» o come «etiologia della masturbazione»14. Interpretazioni che portano poi a porre l’accento anche sull’omosessualità di Narciso. Tuttavia non si può non sottolineare come l’ambito della sessualità assuma colorazioni peccaminose in un’epoca cristiana cui anche la psicanalisi appartiene. Il contesto greco in cui si svolge la storia di Narciso appartiene a parecchi secoli prima della venuta di Cristo, e questo va tenuto in debita considerazione. Applicare analisi di solo stampo sessuale al racconto può (forse) essere fatto solo con ampie precisazioni sui contesti cui ci si va a riferire, contesti che riflettono mentalità, costumi, relazioni sociali, diversi.

Discorso in parte diverso lo si può fare circa la nudità eroica15. Un breve saggio di Gualerzi16 mette in evidenza le valenze sociali in Grecia dello stare nudi. In particolare, la nudità tra maschi era ammessa solo se vi era parità di condizione, ovvero se tutti erano nudi, come alle terme o in gare sportive, in quanto in caso contrario colui che non portava i vestiti era da considerarsi in una posizione subordinata a chi era vestito. E ancora nudo un uomo non poteva certo esserlo nei confronti di una donna vestita, in quanto in questo caso si dava potere a chi, come le donne, nella società greca potere non avevano. Zanker, storico dell’arte romana, mette in evidenza come la comparsa in epoca tardo repubblicana di statue onorarie nude di stile ellenistico, era da porre in netto contrasto con l’usanza segnata dal mos maiorum romano che vedeva nell’uomo in divisa ufficiale l’unica possibilità di ritratto, in quanto l’uomo nudo esibiva una personalità più legata alla sua particolare persona che non alla carica statale ricoperta17. Come si vede da questi pochi accenni, intorno alla nudità tutto il mondo antico ha messo in gioco riflessioni fondanti. Tuttavia è complesso sostenere che sia proprio la nudità eroica ciò che mette primariamente in mostra il mito di Narciso. Di certo gli studi di Freud sul narcisismo e sulla necessità di esporre la propria immagine hanno un ruolo decisivo18. Ma da tenere conto è che Ovidio parla di un Narciso vestito, che semmai si batte il petto nudo, ma solo quello.

Il fuoco può in modo tangenziale essere considerato nella simbologia del mito, in relazione al tema dell’amore che accende i fuochi della passione. Ma per l’appunto tangenziale ne va considerata la portata nel caso qui preso in esame19.

L’acqua svolge un ruolo di primo piano20. Narciso è figlio del fiume Cefiso e della ninfa delle fonti Lirìope, la fonte è l’elemento chiave in cui Narciso vede svolgersi il suo innamoramento. Il tutto apre alla considerazione della tematica dello specchio, che però si tratterà a parte tra poco. Si segnala l’accostamento che talvolta si è fatto tra il nome Narciso e il nome greco della torpedine di mare, nàrke, animale marino che provoca stordimento, e di qui il collegarsi alle etimologie di narcotici, filtri e pozioni d’amore responsabili di amorose passioni. Tuttavia in questo caso si tratta di assonanze che possono colpire la fantasia, ma poco utili sono nella comprensione complessiva del mito21.

Una categoria che merita di essere citata è quella chiamata da Vidal-Naquet «cacciatori neri»22, i quali sono dei giovani che per divenire adulti devono superare una serie di prove, cosa affatto scontata e che in effetti vede spesso il cacciatore soccombere. Un celebre episodio a riguardo è quello di Adone, il quale in una battuta di caccia viene colpito all’inguine da una zanna di cinghiale e vede così frustrato il tentativo di conquistare l’agognato corretto rapporto col genere femminile. Il sangue sgorgato dalla ferita mortale di Adone si dice abbia visto sorgere la prima rosa rossa. Assonanza non da poco con il fiore di narciso nascente nel luogo di morte di Narciso. Simbolismo del fiore che qui si è citato solo per due dei casi più celebri ma che subisce una declinazione di storie e racconti davvero ragguardevole.

1 Si veda ad esempio il testo R. Arnheim, Il potere del centro, Abscondita, Milano, 2011

2 M.Bettini, E.Pellizer, op. cit., pp.56-58.

3 Ivi, p. 58.

4 Ivi, p. 59.

5 Ivi, p. 60-1.

6 Ivi, p. 62-4.

7 R. Mugellesi, S. Landucci, Lo specchio infelice, in Artedossier n.274, pp. 20-5, Giunti, Firenze, 2011.

8 M.Bettini, E.Pellizer, op. cit., p. 93.

9 Ivi, p. 64-6.

10 Ivi, p.144-6.

11 Platone, Simposio, pp. 139 sgg., BUR, Milano, 1997.

12 M.Bettini, E.Pellizer, op. cit., pp. 66-8.

13 Ivi, pp.73-6.

14 Ivi, pp.150-1.

15 Ivi, p.151.

16 S. Gualerzi, Il peccato negli occhi. Il tabù della nudità femminile nel mondo classico, in Il corpo e lo sguardo. Tredici studi sulla visualità e la bellezza del corpo nella cultura antica, pp.67-96, a cura di V. Neri, Pàtron, Bologna, 2005.

17 P. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, ad es. pp. 7-11, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.

18 Peraltro bisogna intendersi su cosa voglia dire narcisismo. Se con esso si vuol semplicemente indicare la necessità di esibirsi agli altri, francamente è difficile capire come ciò possa essere posto in relazione al racconto ovidiano. Narciso non vuole mostrarsi agli altri, né agli amanti, né tanto meno a Eco, che anzi sdegnosamente scaccia quando ella tenta di abbracciarlo. Narciso vuol vedere se stesso, e anche quando ha capito ciò, continua non di meno a rimirare se stesso nello Stige e per l’eternità. Forse l’amore, l’esibizione, la comunicazione con gli altri non sono le tematiche fondanti che Narciso col suo mito mette in campo.

19 M.Bettini, E.Pellizer, op. cit., pp. 153-4.

20 Ivi, pp. 151-3.

21 Ivi, p.154.

22 Ivi, pp.155.


Di Andrea Togni

1 commento:

  1. Saverio Gualerzi15 settembre 2012 11:14

    Caro Andrea, grazie del richiamo al mio saggio, peraltro non troppo diffuso. Saverio Gualerzi
    NB per il sito: il titolo dell'articolo comprende erroneamente la parola 'dellezza' invece che 'bellezza'

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