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martedì 8 maggio 2012

Un ordine religioso militare: i cavalieri teutonici(sec XII-XIV)


Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi), ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di Michele, novembre 2011. Buona lettura!

L'Ordine teutonico è un ordine religioso-militare che ha origine alla fine del XII secolo, durante la terza crociata; inizialmente è un ordine ospedaliero che dopo pochi anni si militarizza. Una particolarità è che i membri sono tutti tedeschi a differenza degli altri ordini nati nell'ambito delle crociate, i cui membri erano reclutati da tutta europa. Di questi ordini i più famosi sono i templari e gli ospitalieri di S. Giovanni che in Italia sono più conosciuti rispetto ai teutonici, e sono studiati da molto tempo; diversi studiosi del nostro paese hanno pubblicato opere in proposito; tale interesse per gli ordini religioso-militari va poi connesso con il più generale interesse per la storia militare molto diffuso oggi. Lo studio dei cavalieri teutonici in Italia è apparso in tempi recenti ed è derivato da opere di studiosi stranieri, in particolare tedeschi e polacchi. Il primo passo è la traduzione in italiano dell'opera del polacco Gorski “L'Ordine teutonico: alle origini dello stato prussiano” pubblicata nel 1971. Un contributo molto importante è stato dato nei decenni successivi dal professore tedesco Hubert Houben che ha compiuto numerosi studi sui possedimenti italiani dei cavalieri teutonici. Polonia e Germania insieme alle repubbliche baltiche sono infatti gli stati in cui lo studio dell'Ordine teutonico è radicato da più tempo, questo anche perchè i monaci cavalieri tedeschi concentrarono la loro azione soprattutto in quelle zone. La regione a cui maggiormente i teutonici hanno legato il loro nome è la Prussia, dove fondarono un vero e proprio stato. Questo stato era costituito da quei territori che si estendono ad est della Vistola nell'attuale Polonia settentrionale fino al fiume Nemunas in Lituania. Ma i cavalieri teutonici si stanziarono anche nelle attuali Estonia, Lettonia e in parte Lituania e Russia. Gli storici non tedeschi fino agli anni '70/80 del '900 davano un giudizio molto negativo sull'ordine. Questo sentimento antiteutonico si riflette in numerose opere di carattere non storiografico che hanno per protagonisti i monaci cavalieri tedeschi: tra queste va ricordato anche il romanzo “I cavalieri della croce” del polacco Heynrik Sienkiewicz, pubblicato nel 1900 nel quale i cavalieri tedeschi sono visti come gli oppressori dei polacchi. La polemica antiteutonica si trova anche in Russia come è evidente nel film “Aleksander Nevskij” di Eisenstein, che sottolinea la vittoria del mondo slavo sui conquistatori tedeschi. Il film è del 1938 e quindi è chiara l'intento propagandistico contro la politica espansionistica della Germania nazista che in quel momento minacciava l'Unione sovietica. Sia il romanzo che il film ebbero un notevole successo internazionale e contribuirono a diffondere un immagine negativa dell'ordine teutonico nel resto d'Europa, Italia compresa. Soltanto negli ultimi decenni si è giunti a studiare il fenomeno dei cavalieri teutonici con più serenità grazie anche all'istituzione della “Commissione Storica Internazionale per le Ricerche sull'Ordine Teutonico”, la quale promuove incontri e convegni con cadenza biennale che più di una volta si sono svolti in Italia. L'importanza di studiare l'operato dei cavalieri teutonici in i Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, è cresciuta con l'entrata di questi paesi nell'UE che quindi si sono in qualche modo culturalmente avvicinati a noi. Proprio le vicende teutoniche nell'area baltica sono messe a fuoco nei saggi e nelle opere che ho preso in considerazione per stendere la tesi; (infatti) dopo che l'Ordine teutonico arrivò in Prussia nel 1230 per cristianizzarne la popolazione che era ancora di religione pagana si stanziò in Livonia, l'attuale Lettonia. Questo territorio era già stato cristianizzato a cavallo tra XII e XIII secolo grazie anche a un ordine di monaci-cavalieri fondato nei primi anni del Duecento ovvero i portaspada. Quest'ordine si fuse nel 1237 con quello teutonico che dunque entrò in possesso di vasti territori benche non si formò mai un vero e proprio stato retto dai cavalieri. La presenza teutonica in queste regioni e in particolare nello stato che questi fondarono in Prussia, fu motivo di conflitto con gli interessi degli stati confinanti, soprattutto Polonia e Lituania.
Tra gli anni '20 e 40 del Trecento la Prussia teutonica fu impegnata in una guerra contro la vicina Polonia. Il Casus belli fu la contesa per il possesso della Pomerelia territorio a ovest della Vistola che in seguito a diverse vicende era stato occupato dai cavalieri teutonici. Alla fine del conflitto si stabilì un compromesso: la Pomerelia sarebbe rimasta ai teutonici che in cambio avrebbero restituito i territori occupati durante la guerra.
Il XV secolo segnò il declino dei possedimenti teutonici in Prussia: i polacchi infersero loro la sconfitta di Tannenberg nel 1410 che idealmente segna l'inizio della fine dello stato teutonico. Infatti anche dopo la battaglia, la crisi finanziaria e politica si fece sentire all'interno dell'ordine e i nobili laici di Prussia si unirono in una lega. A metà del secolo vi fu una guerra tra la lega prussiana e la Polonia contro l'ordine teutonico, al termine della quale la Prussia fu divisa tra la parte occidentale che passò alla Polonia e la parte orientale che rimase all'ordine. Lo stato teutonico resistette benchè debole economicamente e politicamente fino al 1525 quando l'allora gran maestro Alberto di Hoenzollern si convertì al protestantesimo e secolarizzò i beni di Prussia. Ebbe così fine lo stato teutonico prussiano. L'ordine non si sciolse e nei secoli successivi abbandonò l'attività militare concentrandosi sull'attività caritativa e ospedaliera dove ancora oggi è impegnato in diverse parti del mondo.

lunedì 16 aprile 2012

IL CRISTIANESIMO IN ARMENIA


L’Armenia come la conosciamo oggi è una nazione dalla storia relativamente giovane, ma che per contro può vantare una tradizione culturale, spirituale e mistica millenaria. Probabilmente la maggior parte delle persone conosce questa piccola repubblica caucasica soltanto come una delle tante repubbliche ex-sovietiche, che ci sembrano perlopiù tutte uguali e di scarso interesse da un punto di vista prettamente culturale. Una cosa che pochi sanno, ad esempio, è che l’Armenia è la prima e la più antica nazione cristiana della Storia. La data chiave nella storia di questo Paese è l’anno 301, in cui il Cristianesimo è diventato religione di Stato. Ma la nazione armena ha una storia ben più antica e purtroppo spesso travagliata, in tempi antichi e anche più recenti. Questo perché è una terra che si trova in una posizione, la  zona del Caucaso, da sempre crocevia tra popoli e nazioni diversissime tra loro con le quali l’Armenia ha mantenuto sempre rapporti alterni di armonia e di grande conflitto. Storicamente la Grande Armenia (questo il nome col quale si indica l’Armenia storica, che aveva un’estensione molto maggiore rispetto all’attuale repubblica armena) si è trovata in mezzo a grandi imperi, come quello romano e poi quello bizantino a Occidente e quello persiano a Oriente. Soprattutto con i persiani i problemi e i conflitti non sono mancati, tanto è vero che l’Armenia è stata più volte occupata dalla Persia nel corso della sua storia.
 
Dopo il 301, un’altra data importantissima per l’Armenia cristiana è quella del 405, anno nel quale venne inventato l’alfabeto armeno (esattamente come il cirillico per il russo, anche la lingua armena ha un alfabeto esclusivamente proprio) a cui fece immediatamente seguito la traduzione in armeno della Bibbia. È da qui che prende il via la grande tradizione dei manoscritti armeni che va di pari passo con la tradizione mistico-letteraria. Moltissimi sono gli autori di testi mistico-spirituali venerati dalla chiesa armena, il più importante dei quali è San Gregorio di Narek. 

 
È opportuno sottolineare un aspetto importante riguardo alla chiesa armena: per prima cosa gli armeni non sono ortodossi come i greci o i russi. Il culto principale prende il nome di Chiesa apostolica armena, dotata di una propria guida, il Catholicos di tutti gli armeni, che risiede nella città sacra di Echmiadzin poco distante dalla capitale Yerevan. A questa si affianca la Chiesa cattolica armena che però storicamente è meno radicata sul territorio armeno ed è principalmente il culto della diaspora armena, ovvero di molte comunità armene insediate all’estero, soprattutto in Libano dove ha sede il Patriarca di Cilicia, guida suprema dei cattolici armeni. A Venezia, l’isola di San Lazzaro ospita a partire dal ‘700 un importantissimo monastero benedettino di rito armeno, quello dei monaci mekhitaristi.

L’evento della storia del popolo armeno che però viene ricordato in tutta Europa ormai da qualche anno coincide con la pagina più nera della storia armena: il genocidio perpetrato dal governo dei Giovani Turchi contro tutte le minoranze presenti sul territorio dell’ex-impero ottomano, en particolare contro gli armeni che furono rastrellati e uccisi in massa a più riprese tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900. La fase “storica” del genocidio armeno viene solitamente fissata al 1915, anno in cui vennero effettuati rastrellamenti e eccidi in massa come quello di Aleppo nell’attuale Siria. Tra i tanti armeni imprigionati e uccisi c’erano anche grandi esponenti di quella scuola poetica mistico-spirituale a cui ho fatto riferimento, tra i quali Daniel Varujan, grande poeta tradotto anche in italiano.

 
La stagione delle grandi persecuzioni si concluse con l’annessione all’Unione Sovietica nel 1920. L’Armenia che nel 1991 è uscita dall’Ex Urss è una nazione con una popolazione di circa 3 milioni  e mezzo e con un territorio decisamente ridotto rispetto a quello della Grande Armenia. Tant’è vero che molti dei simboli dell’identità armena, come il monte Ararat sul quale secondo la tradizione atterrò l’arca di Noè e la città di Ani,uno dei luoghi più sacri per la chiesa armena, si trovano oggi all’interno dei confini turchi. Ma l’Armenia, con le sue valli profonde e il profilo montagnoso, è rigonfia di gioielli architettonici, di chiese interamente scavate nella roccia, molte delle quali sono siti patrimonio dell’UNESCO nonostante spesso siano lasciate in declino e si trovino in luoghi sperduti. Simbolo supremo della cristianità armena, onnipresenti in tutte le chiese ma anche nelle piazze delle città sono i Khachkar, croci scolpite in pietra con un piccolo rosone alla base, talvolta raffigurate sulle pareti delle chiese con ai fianchi due leoni. Simboleggiano la morte e la resurrezione.


/Fabio/ 


martedì 28 febbraio 2012

La religione nel contratto sociale di Rousseau- Parte II

Nel capitolo ottavo del quarto libro del Contratto Sociale, Rousseau ci presenta una successione cronologica delle religioni storiche, spiegando anche i motivi che hanno causato il prevalere dell’una sulle altre nelle diverse fasi storiche. Secondo il filosofo ginevrino la successione si articola in questo modo:

1. Il Governo Teocratico
Originariamente gli uomini posero gli Dèi come loro Re, poiché a quei tempi non potevano sopportare di avere propri simili come padroni e per questo motivo tutti i Re erano anche Dèi e venerati come tali. Vi sono numerosi esempi che confermano questa tesi: basti citare i faraoni egizi, o, come fa Rousseau, gli imperatori romani e in modo particolare Caligola, e i Greci che si consideravano sovrani naturali dei Barbari.
Per Governo Teocratico il filosofo ginevrino intende quindi l’organizzazione religiosa statale per cui autorità politica ed autorità religiosa coincidono in un’unica figura venerata e considerata come una divinità.
Da ciò consegue che, poiché Dio veniva posto a capo di ogni società politica e vi erano tanti Dèi quanti popoli, nacque il politeismo e con esso l’intolleranza religiosa e l’intolleranza civile, che come approfondirò nell’ultima parte, sono la stessa cosa.

2. Il Politeismo Pagano
Con le numerose conquiste dell’Impero Romano, che arrivò ad occupare quasi tutte le terre allora conosciute, ogni imperatore doveva affrontare il problema della coesione e della compattezza dell’immenso territorio su cui si trovava a governare: era quindi evidente come la religione potesse rappresentare un importante fattore di unità da sfruttare a proprio vantaggio.
Nelle numerose guerre in cui i Romani assoggettarono una grandissima quantità di popolazioni, lasciarono ai vinti i loro Dèi, proprio perché consideravano questi Dèi sudditi dei propri, imponendo il solo tributo a Giove Capitolino. In questo modo permisero la diffusione dei loro Dèi ma nel contempo anche l’assorbimento di nuove divinità, e così l’immenso impero si trovò ad avere una moltitudine di Dèi e il paganesimo diventò la religione universale, ovvero la «sola e identica Religione del mondo conosciuto», elemento decisivo per la coesione di quel vasto impero.

3. Il Cristianesimo
Fu in questo contesto che venne a prendere lentamente forma un nuovo culto, dapprima esercitato di nascosto dalle minoranze, poi sempre più ampio capace di coinvolgere una grandissima parte dell’Impero, il Cristianesimo che, con l’editto di Costantino nel 313 d.C., divenne religione ufficiale di stato.
Il Cristianesimo «venne a fondare sulla terra un regno spirituale […] separando il sistema teologico da quello politico». L’idea di un mondo ultraterreno, infatti, portò i Cristiani a distaccarsi dalle cose di questo mondo ed a considerare l’aldilà con una priorità certamente maggiore rispetto alla vita terrena. Tutto ciò era chiaramente intollerabile per i Pagani che iniziarono a perseguitarli: la loro paura si era avverata, si crearono incomprensioni a causa della duplicità dei poteri e l’unità dello Stato iniziò ad incrinarsi.
Per dimostrare la sua tesi, Rousseau riporta l’opinione di Hobbes, elogiandolo poiché fu l’unico ad avere visto il male del Cristianesimo, ovvero la separazione dei poteri, l’incompatibilità d’interessi del Prete e dello Stato e conseguentemente la divisione interna dello Stato stesso.
L’ultimo capitolo del Contratto Sociale lancia spunti di riflessione interessanti; infatti si inserisce all’interno di una serie di opere filosofiche (soprattutto hobbesiane) che affrontano due temi fondamentali:




1. Il problema del dualismo Stato-Chiesa
Criticando violentemente il cristianesimo, Rousseau, ne sottolinea il maggior difetto: la creazione di una duplicità di poteri e conseguentemente di una confusione relativamente a chi si debba realmente obbedire. Con il Cristianesimo è nato il forte dualismo tra Stato e Chiesa.
Il filosofo ginevrino si schiera in modo esplicito dalla parte di Hobbes, che nelle sue opere aveva sostenuto la necessità di sottomettere il potere religioso a quello politico-civile, ponendo entrambi i poteri nelle mani di un unico Sovrano. Questo è l’unico modo per tutelare l’unità dello Stato che altrimenti viene diviso al suo interno, diventa più debole e non riesce a garantire più la sicurezza dei cittadini, unico scopo per cui è stato fondato.

2. La libertà delle coscienze
Al nucleo concettuale della tolleranza si collega il tema della libertà delle coscienze.
Rousseau è molto chiaro a questo proposito: «Il diritto che il patto sociale conferisce al Sovrano sui sudditi non oltrepassa […] i limiti dell’utilità pubblica». Ciò significa che il Sovrano può controllare le opinioni dei cittadini solo se sono opinioni importanti per la comunità; in tutto ciò che sconfina l’ambito civile il Sovrano non ha alcun potere o alcun diritto, non deve preoccuparsi di quale sarà la vita futura dei sudditi, non può obbligare nessuno a credere in una determinata religione, anche se può bandire un cittadino infedele non in quanto empio ma in quanto asociale. Il Sovrano deve cioè interessarsi unicamente alla vita sociale nello Stato e preoccuparsi che i sudditi siano buoni cittadini.
Per il filosofo di Ginevra è quindi di fondamentale importanza garantire ai sudditi una libertà che Hobbes definirebbe “silenzio delle Leggi”, ovvero una libertà totale in tutto ciò che non è prescritto dalle leggi. Ma c’è di più: Rousseau si preoccupa anche di evitare che le Leggi del Sovrano oltrepassino l’ambito dell’utilità pubblica, ponendo un vero e proprio limite al Sovrano stesso nel momento della legiferazione. Il suddito è quindi libero di fare ciò che vuole e credere in ciò che vuole purché mantenga una professione di fede civile, sia un buon cittadino e un suddito fedele.

>>FEDE

lunedì 20 febbraio 2012

La religione nel contratto sociale di Rousseau- Parte I

La religione, considerata in rapporto alla società è divisa in tre tipi:

1. La religione del Prete
Il filosofo ginevrino considera la religione del Prete la più «bizzarra, che dando agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li sottomette a doveri contraddittori», in questo modo si crea una contrapposizione tra religione e società civile, che porta alla distruzione dell’unità sociale.
Le tre Religioni appartenenti a questa specie sono il Buddhismo, lo Scintoismo e il Cristianesimo Romano, religioni così evidentemente cattive, soprattutto la terza, che «sarebbe solo una perdita di tempo cercare di dimostrarlo». Dal punto di vista politico queste religioni hanno insormontabili difetti che mettono in discussione la coesione politica-sociale dello stato.

2. La religione dell’Uomo
La religione dell’Uomo, ad una prima considerazione sembrerebbe essere la vera Religione, quella che Rousseau avrebbe intenzione di sostenere: è il vero Teismo, la Religione pura del Vangelo, che si limita al culto interiore e ai doveri della morale, rafforza la solidarietà e la fratellanza, può essere definita anche «diritto divino naturale». I “pregi” di questa specie di religione tuttavia si concludono qui.
Infatti, il ′vero Teismo′ causa un distacco dal corpo politico, non ha nessun interesse per lo stato, nessun amore per la patria, non permette di gioire a seguito di una vittoria in guerra, perché sarebbe simbolo di arroganza, né di disperarsi per una dolorosa sconfitta in battaglia, dato che le cose terrene non hanno alcun valore.
Per questo motivo una società di perfetti cristiani non sarebbe una società di uomini: ognuno farebbe il suo dovere, tutti sarebbero pronti a morire, anzi, sottolinea il filosofo ginevrino, questi cittadini sarebbero più pronti per la morte che per la vita, perché la loro patria non è di questo mondo.
Oltre ad evitare di appassionarsi alle cose terrene, l’ipotetica società di perfetti cristiani ha un altro punto debole: vivere secondo carità. Infatti «la carità cristiana non permette facilmente che si pensi male del prossimo», quindi chiunque può facilmente escogitare un modo per ingannare tali cittadini cristiani ed usurpare così il potere.
Questa religione ha un numero elevato di difetti quindi non può essere considerata la migliore religione possibile per uno stato.

3. La religione del Cittadino
Per religione del Cittadino Rousseau intende la religione nazionale con i suoi riti, i suoi dogmi prescritti dalle leggi e che considera ciò che è al di fuori della Nazione barbaro e infedele.
Questo culto unisce amore per la patria e culto divino, insegna i cittadini a servire lo Stato e Dio, e a considerare la patria un vero e proprio oggetto di culto e adorazione; la figura del Pontefice coincide con quella del Principe, i magistrati sono sacerdoti, l’autorità politico-civile e quella religiosa sono unite nelle mani delle medesime persone, garantendo la solidità dello stato.
Tuttavia questo tipo di religione ha dei difetti: infatti, concentrandosi sull’esteriorità del culto e sui vani cerimoniali, soffoca il culto autentico della divinità; inoltre può diventare esclusivamente tirannica e quindi intollerante e sanguinaria. Per questo necessita di dogmi stabiliti ed inviolabili, prescritti dalla legge.

I dogmi della religione civile e l’intolleranza
«I dogmi della religione civile devono essere semplici, pochi, enunciati con precisione[…] L’esistenza della divinità potente, intelligente, benefica, previdente e provvida; la vita futura; la felicità dei gusti; la punizione dei malvagi; la santità del Contratto Sociale e delle Leggi». Se alcuni di questi dogmi conseguono perfettamente dal ragionamento rousseauiano, quali la punizione dei malvagi e la sanità del Contratto Sociale e delle Leggi, che testimoniano ancora una volta l’importante ruolo svolto dal Contratto Sociale e la necessità di punire i crimini, altri dogmi creano numerosi punti interrogativi, in quanto si distanziano dal discorso fatto fino a questo punto del Contratto Sociale dal filosofo ginevrino: sicuramente l’inserimento tra i dogmi della ´vita futura´ crea importanti spunti di discussione. Perché considerare la ´vita futura´ un dogma quando Rousseau afferma chiaramente che le religioni che si basano sull’esistenza di una vita ultraterrena promuovono un distacco dalle cose di questo mondo e quindi dallo stato?
Il problema non è di facile soluzione; molti si sono interrogati sul valore della vita ultraterrena in Rousseau. Secondo il mio parere il filosofo di Ginevra cerca una mediazione tra aldiquà e aldilà; infatti è consapevole della necessità di affermare l’esistenza di una vita futura per i cittadini: ciò li porterebbe ad un maggiore rispetto delle leggi per timore di una punizione divina, ma nel contempo ritiene fondamentale per la stabilità dello stato altri sentimenti e passioni tipicamente terrene come l’amore per la patria, l’attaccamento alla vittoria, la disperazione per la sconfitta.
La mia soluzione al problema è quindi un uso funzionale della religione: i precetti del culto devono essere indirizzati al medesimo fine, la coesione e la stabilità dello stato.
Oltre ai «dogmi positivi», Rousseau elenca anche un dogma negativo: l’intolleranza. Il tema della tolleranza è molto caro al filosofo di Ginevra, e d’altronde non potrebbe essere altrimenti considerato il clima culturale in cui opera: conosce gli illuministi Diderot, D’Alembert e Voltaire, quest’ultimo in modo particolare autore del “Trattato sulla tolleranza”.
L’intolleranza per Rousseau è unica: non c’è distinzione tra intolleranza civile e teologica, le due sono inseparabili, infatti è impossibile vivere con chi riteniamo dannato senza che non vi sia qualche conseguenza civile. Ne consegue che «bisogna tollerare tutte le religioni che tollerano le altre».

>>FEDE

martedì 27 dicembre 2011

L'architettura del tempio indiano



STILI ARCHITETTONICI


Abbiamo tre stili architettonici per la costruzione dei templi indiani:

-Stile Nagara: questa tipologia la troviamo Nord dell’India ed è caratterizzata da una struttura curvilinea. Un esempio di questo stile è il Tempio Laxmi Narayan Mandir, situato a Delhi:
Questo tempio è stato costruito tra il 1933 e il 1939 da Baldeo Das Birla e venne inaugurato dal Mahatma Gandhi. Il tempio è dedicato Laxmi (dea della ricchezza) e a Narayan (colui che preserva).
L’intero tempio è ornato con sculture raffiguranti scene della mitologia indù. La torre (shikhara) più alta nel tempio raggiunge un'altezza di 165 piedi, mentre le torri ausiliarie raggiungere 116 piedi. Bhavan Geeta è una sala decorata con splendidi dipinti raffiguranti scene della mitologia indiana. Vi è anche un tempio dedicato a Buddha con affreschi che descrivono la sua vita e di lavoro. Il santuario è colorato con affreschi e le icone sono in marmo. Il tempio si affaccia ad Est e si trova su un alto basamento.
-Stile Dravida: questo è tipico del Sud dell’India ed è caratterizzato da una sovrastruttura piramidale; un esempio è il Tempio Kailasanatha


Il tempio Kailasanatha è un monolite colossale con ornature esterne, tutte scavate nella collina. E 'stato costruito durante il periodo di 757 e 773 d.C.
Il tempio Kailasanatha mostra caratteristiche tipiche Dravidian. Un ingresso, una recinzione per Nandi, e una fila di mandapam di fronte al santuario, che è coronato da una vimanam, composta da piani in successione decorati con edifici in miniatura. Il mandapam di fronte al santuario è una enorme sala ipostila con colonne scolpite. Su entrambi i lati del Mandapam Nandi ci sono due obelischi alti 50 piedi come pilastri decorati con sculture fregio. Una galleria munita di colonne che corre lungo la parte inferiore della parete rocciosa, costituisce un passaggio profondo e stretto che circonda il tempio. Tra questa parete rocciosa e il tempio si ha il pradakshinapatha. Lo stretto passaggio il quale sopra ha due piani di sale ipostile e gallerie porticate. Il tempio si estende su una superficie di oltre 60.000 metri quadrati, e la vimanam (torre) si eleva fino ad un'altezza di circa 90 metri. Il tempio di Ellora, Kailasanatha è stato creato da scavo di 400 000 tonnellate di roccia, scelte per brillantezza da parte dei visionari che hanno architettato il piano del tempio. Architetti dal regno meridionale Pallava sono stati richiesti per la creazione di questo tempio.
-Stile Versara: caratteristico dell’India Centrale è una via di mezzo tra lo stile Nagara e quello Dravida. Un esempio di questo stile è il Tempio Chennakesava situato a Somanthapura:




Questo tempio venne costruito da Soma, un dandanayaka, nel 1268 sotto il re Hoysala Narashima III. Il suo desing unico è in perfetta sintonia con le aziende e i terreni agricoli circostanti. Il tempio stesso, in forma stellare, ha tre pinnacoli abbondantemente scolpiti con un comune navranga e sorge su una piattaforma rialzata. I tre sanctum sanctorum un tempo ospitavano gli idoli di kesava, Janardhana e Venugopala. Oggi sono presenti solo gli ultimi due.
-Un’altra tipologia è quella del Tempio villaggio, tipica della zona Sud dell’India.
Un esempio di questo tipo è il Tempio Kailash, questo è scavato nella roccia ed è stato progettato per ricordare il monte Kailash, la dimora di Shiva; la sua costruzione risale nel VIII° Secolo dal re Rashtrakuta Krishna I.
Il tempio venne costruito partendo dalla parte alta della roccia, in modo da formare una struttura monolitica di 200.000 tonnellate di pietra, suddiviso in 34 grotte. Lo schema del tempio Kailash è sostanzialmente diviso in quattro parti principali: il corpo del tempio stesso, il corridoio d'ingresso, un santuario intermedio Nandi e il chiostro che circonda il cortile. Un tempo vi erano dei ponti in pietra che collegavano i colonnati del cortile alla struttura centrale del tempio. Il Tempio è scolpito con nicchie, intonaci, finestre così come con delle immagini di divinità, mithunas e altre figure.





TEMPIO GRECO E TEMPIO INDIANO


In India i primi tempi copiarono la capanna indigena; scavati nelle grotte, i tempi obbedirono a due tipologie: il caitya, vero luogo di culto, formato da una sala rettangolare con abside, portale a forma di ferro di cavallo e volta a botte, il vihāra, piuttosto un luogo di soggiorno e di riunione dei monaci, nel quale, vicino alla sala rettangolare, si aprivano le celle. Nella religione induista il tempio prese poi la forma di un'edicola culminante a forma di torre, formata da terrazze piramidali, o delimitata da verticali incurvate, o con i due stili mescolati. In ulteriori sviluppi il tempio indiano prese sempre più l'aspetto di una vera chiesa. Il tempio greco assume diverse forme a seconda del periodo e a seconda dei tre ordini per l’architettura templare (dorico,ionico e corinzio). Il tempio greco è sempre orientato est-ovest, con l'ingresso aperto verso est. Sulla superficie superiore (stilobate) di una piattaforma, sopraelevata rispetto al terreno circostanze, per mezzo di pochi gradini (crepidine), si elevava la struttura del tempio, caratterizzata dalle colonne. La disposizione delle colonne determina la classificazione dei tipi di pianta del tempio greco. Una caratteristica comune tra questi due templi, greco e indiano, è la presenza di una cella nella quale si trovava la statua della divinità alla quale era dedicato il tempio; nel tempio indiano questa cella prende il nome di Gabhagriha mentre in quello greco prende il nome di oikos, più in particolare naos. Inoltre in entrambe le culture il tempio ha una funzione sia religiosa che sociale.

Eliza Zilly

giovedì 15 dicembre 2011

Il tempo indiano

IL TEMPIO INDIANO



SIGNIFICATO DEL TEMPIO INDIANO



Il tempio hindu è riflesso dell’universalità e corpo e dimora della divinità. La costruzione di un tempio, in India, rappresenta la costruzione di un luogo sacro, in quanto in questo viene trasferito il centro ideale dell’universo; questo centro è costituito da un asse immaginario che attraversa i cieli, la terra e i regni sotterranei. Inoltre nei templi avviene la comunicazione tra fra il piano terreno e quello trascendentale. L’edificazione di un tempio viene considerata un’arte che ha come finalità l’elevazione dello spirito.
Il tempio rappresenta la complementarietà tra macro e microcosmo in quanto gli architetti per lo più brahamani si pongono come scopo quello di ricreare la forma dell’universo seguendo la struttura quadrata del mandala, ottenendo così dai 64 agli 81 Pāda. Per esempio, nel caso degli 81 Pāda, sul bordo esterno del tempio si trovano 32 divinità ( rappresentano i 28 giorni del ciclo lunare, più 4 Lokapala ovvero i guardiani delle regioni cardinali).
Anche la scelta del luogo nel quale viene costruito il tempio ha un significato simbolico: vengono prediletti i luoghi considerati sacri, ad esempio su colline o vicino ai fiumi.

COSTRUZIONE DEL TEMPIO INDIANO
Subito dopo la scelta del luogo viene tracciata la pianta preliminare del tempio. Le fasi successive sono:
- Purificazione del terreno e rito dell’orientazione;
- Scelta dell’upapitha;
- Nell’adhasthāna si ha la fondazione del tempio: questa consiste nell’offerta di piccoli pezzi di pietre o metalli preziosi chiusi in una cassetta secondo precise norme che variano a seconda del Dio al quale viene dedicato il tempio;
- Si elevano diverse parti (verga) del tempio;
- Riti di consacrazione;
- Rito dell’apertura degli occhi (Nayanonmīlanā);
- Il dono del soffio ( Prānapratishtā).
Queste ultime tre fasi sono necessarie per dare vita alla divinità (Mūrti). L’aspetto dinamico del tempio è rappresentato dal Pradakshina, questo simboleggia il viaggio della coscienza, la quale si reintegra nella chiarezza immota dell’uno-tutto.


STRUTTURA DEL TEMPIO
Le parti del tempio sono quattro:
- Mandapa;
- Antarala;
- Gabhagriha;
- Gopuram.
Il Mandapa è una sala con massicci pilastri che sostengono il tetto, questa precede il Gabhagriha.
L’Antarala è il corridoio di accesso che porta al Mandapa.
La Gabhagriha viene definita la “casa dell’embrione”, è una cella nella quale si trova la statua della divinità; questa statua rappresenta la manifestazione della divinità al fedele. Sotto questa cella vi sono delle giare piene di oggetti simbolici; inoltre, questa cella può contenere più di una statua. Solitamente l’apertura che conduce alla cella è costituita da due pilastri inseriti nel muro a formare una sorta di cornice.
Il Gopuram è l’atrio che dà accesso alla zona templare. Questo simboleggia sia l’universo terreno sia quello divino. Molte volte possono essere presenti più Gopuram e spesso vengono anche decorati, soprattutto nel Sud dell’India.



CERIMONIE ALL’INTERNO DEL TEMPIO
All’interno del tempio, nella Gabhagriha si trova la statua del Dio. Questa rappresenta l’involucro dove la divinità scende in terra e va ad incarnarsi. Le statue vengono vestite in quanto sono considerate vive. All’interno del tempio avviene la cerimonia del Puja, che consiste:
- Nel lavaggio della statua (abisheka): viene fatto con varie sostanze, ad esempio latte, miele, burro fuso e acqua con petali di rosa;




-Nella vestizione della statua, che rappresenta il momento in cui il Dio si è palesato ai fedeli.


Inoltre i fedeli portano dei doni alle divinità.



ALTRE FUNZIONI DEL TEMPIO


A partire dal VI-VII Secolo d.C. , il tempio diviene un punto importante della vita pubblica e anche dal punto di vista socio-economico: intorno a questi gravitano, oltre ai sacerdoti, anche gli assistenti dei brahmani, addetti alle pulizie, musicisti e danzatrici (deva-dāsi). Inoltre all’interno del tempio si riuniscono i fedeli per giocare. Il tempio è considerato luogo delle benedizioni ma anche dei beni desiderabili.




Eliza Zilly

martedì 15 novembre 2011

Bertrand Russell: sulla religione e l'atei(eri)smo

BERTRAND RUSSELL

SU DIO E LA RELIGIONE
Tratte da un’intervista televisiva concessa nel 1959, Bertrand Russell rispose a diversi interrogativi che gli vennero posti dall’intervistatrice: da essi possiamo quindi ben comprendere la sua visione del mondo. Alla domanda sul perché egli non sia cristiano, il filosofo-matematico replicò con la logica affermando che non esiste prova alcuna circa i dogmi cristiani, come non esistono argomenti logicamente validi che dovrebbero provare l’esistenza di dio. Sul fatto se esista o meno una religione pratica adatta ad ogni persona (o meglio, gruppo di persone), anche qui il gallese fu categorico: infatti, dichiarò impossibile l’esistenza di una religione pratica, poiché ogni religione – in quanto tale – crede nel falso.
La logica ovviamente impone di credere solo nel vero e di ritenere inconfutabile ciò su cui si nutrono dei dubbi: se qualcosa difatti non è possibile ritenere né vera né falsa su di essa il giudizio rimarrà in sospeso. Chiuse tale risposta ribadendo che è assai scorretto decidere di mantenere un credo per il fatto che esso si riveli più utile che vero. Per quanto riguarda l’esistenza di un codice religioso ideale per vivere, Russell si espresse chiarendo sul possibile insorgere di fraintendimenti quando si parla appunto di religione, aggiungendo che: la razionalità non è un elemento che si trova nella morale tipica di epoche che egli stesso definì barbariche. A proposito del quesito se sia più facile affidarsi ad un’imposizione esterna anziché alla propria etica personale (tipica delle persone forti, come aggiunse l’intervistatrice), lo scrittore definì
tale imposizione priva di valore.
Alla domanda se fu cristiano, egli rispose dicendo che: sebbene tra i 15 ed i 18 anni s’impegnò a cercare di capire il motivo per credere ai dogmi cristiani, alla fine realizzò di non averne trovato alcuno. Se ciò gli abbia conferito forza o debolezza, Bertrand Russell semplicemente replicò di non aver ricevuto né l’una ne l’altra, bensì di essersi solo impegnato costantemente per conseguire il suo percorso di conoscenza. La vita dopo una morte la ritenne meramente una sciocchezza, negandola con schiettezza. Nell’ultima domanda, gli si chiese se un ateo od un agnostico si potessero mai convertire in punto di morte, egli rispose dicendo che ciò poteva accadere davvero raramente, come all’opposto si crede. Concluse affermando che molti religiosi ritengono virtuoso che gli agnostici mentano sul letto di morte, anche se ciò è assai raro.


L’ANALOGIA DELLA TEIERA
Concludendo, il matematico Richard Dawkins, in un suo recente monologo, riprende l’analogia della teiera che rese famoso Russell al fine di testimoniare l’esistenza dell’ateismo (seppur scientifico: a-teierismo) dell’essere umano: la teiera cinese in questione, sebbene girasse attorno al sole sospesa nello spazio, è da ritenersi confutabile poiché non individuabile nemmeno con l’uso del più potente dei microscopi… figuriamoci dall’occhio umano! È di fatto ovvio per ognuno di noi ritenere lunatico colui che crede nel confutabile, ma è qui che viene il bello…
Cosa accadrebbe se la teiera divenisse una religione e se su di essa venissero scritti libri sacri o se venisse insegnata nelle scuole o dagli anziani della tribù? Diverrebbe lunatico colui che giustamente e razionalmente rifiuterebbe e si opporrebbe attivamente a tale dogma poiché irrazionale. Sebbene alcune persone credano o abbiano creduto in fate, unicorni, hobgoblin, Thor ‘dio del tuono’, Amon- Ra o Afrodite – ovvero in esseri caduti nell’oblio – non è detto che chi creda in uno o più déi “attuali” venga ritenuto un credente comunque superiore a chi crede tutt’oggi (o abbia creduto in epoche remote) in queste entità: pertanto non esistono figli di dei minori, ma solo persone che si appellano ad un dio più in là… come dice appunto Dawkins, ed avrebbe detto Russell.

Andrea Danile