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sabato 15 febbraio 2014

UN PICCOLO OMAGGIO A UNO STRAORDINARIO RAGAZZO NORMALE: PIERO GOBETTI (19/06/1901-15/02/1926) 


Come fa notare Marco Gervasoni nel suo studio L'intellettuale come eroe (2000),[1] la figura di Piero Gobetti non smette mai di incuriosire, di suscitare interesse e ammirazione in chi, di volta in volta, si accinge a studiarla in occasione di corsi universitari, o semplicemente a ricordarla «ogni qual volta nella società italiana si presentano trasformazioni di un qualche rilievo».[2]

In particolare, data la natura essenzialmente sociale e politica della maggior parte delle riflessioni che Gobetti fece durante la sua instancabile attività pubblicistica, è proprio quest'ultimo aspetto a destare spesso un risveglio nelle coscienze degli italiani: anche grazie al Centro Studi Piero Gobetti, inaugurato a Torino nel 1961 in quella che fu la casa di Gobetti e della moglie Ada Prospero, è possibile rimanere costantemente in contatto con l'operato di questo giovanissimo antifascista, la cui acutezza d'ingegno e lungimiranza politica non smettono mai di stupire.
Proprio pochi mesi fa, il quotidiano «La Repubblica» ha segnalato un interessantissimo convegno, che il Centro Studi ha promosso a Parigi assieme alla Maison d'Italie, sugli ultimi giorni di Piero Gobetti, vissuti nella capitale francese durante quello che Gobetti non definì mai un esilio, ma che al contrario visse come opportunità di far sentire la propria voce dall'estero e continuare ciò che aveva intrapreso in Italia, per poi ritornare quando lo avesse ritenuto opportuno.[3] È grazie a simili iniziative, tra cui il progetto di fondare una casa editrice di respiro europeo proprio a Parigi, le cui propaggini si sarebbero sparse in tutta Europa secondo i progetti del torinese, che la figura di Gobetti affascina e al contempo stordisce, data la grandezza dei suoi piani e la forza morale non comune, da cui si lasciava guidare in ogni sua iniziativa. E forse era destino che il giovane terminasse i suoi giorni a Parigi, centro culturale e politico di grande influenza, allora come nel passato: emblema di quell'europeismo di cui Gobetti fece costantemente il proprio punto fermo e la propria meta.
Al di là di tutto ciò che egli fece per la politica italiana (conosceva approfonditamente sia la storia politica del passato, sia quella a lui contemporanea, e possedeva una lucidità d'analisi e un bagaglio di conoscenze che potrebbero mettere tuttora in imbarazzo perfino i politologi più qualificati), al di là del suo importantissimo contributo per la comprensione e la modernizzazione della società, seppur con le inevitabili sconfitte e delusioni, ciò che più ha suscitato il mio interesse è stato il suo impegno culturale, in particolar modo quello relativo alla traduzione di opere in lingue straniere.
Avendo una passione viscerale per le lingue, che mi sono sempre sembrate specchio di una forma d'arte, la musica, che ritengo il più immediato ed espressivo mezzo di comunicazione, e provenendo da un liceo linguistico, in cui ho imparato a leggere i testi in lingua originale, a tradurli più fedelmente possibile e a considerare la comunicazione interlinguistica come qualcosa di naturale, non avevo alcuna idea di quanto la traduzione fosse stata osteggiata in diversi periodi della storia culturale italiana, tra cui proprio quello fascista, né di come venissero selezionati e tradotti i testi stranieri importati in Italia.
Sono stati illuminanti in proposito due laboratori e due corsi frequentati durante questi anni universitari. I primi due, l'uno dedicato alla traduzione letteraria, l'altro ai classici del teatro antico portati sulle scene contemporanee, sono stati utilissimi per conoscere gli aspetti pratici della traduzione; i corsi di Storia della cultura contemporanea e di Letterature comparate, invece, mi hanno permesso di conoscere in modo più diretto il ruolo di Gobetti come mediatore, traduttore e teorico della traduzione nell'Italia fascista. Le riflessioni emerse durante le lezioni di Storia della cultura contemporanea mi hanno subito fatto ammirare l'operato gobettiano riguardo alla traduzione: la giovane età e l'impegno morale che Gobetti metteva nel tradurre, come in qualsiasi aspetto della sua attività culturale, mi hanno fatto sentire molto vicina alle sue idee e mi hanno subito incuriosita. In particolare, dopo averne sentito parlare nuovamente al corso di Letterature comparate, ho deciso di approfondire le mie conoscenze riguardo a questo giovane sostenitore delle letterature straniere, fautore in prima persona di traduzioni dirette, integrali e fedeli.
Lungi dal voler sostenere che l'unica modalità corretta di tradurre un testo straniero sia rispettarlo fedelmente,[4] è però evidente che Gobetti, con le sue riflessioni teoriche, basate sull'onestà dell'impegno traduttivo, e con il suo modo di concepire la traduzione come un'attività pionieristica, che andasse sempre alla ricerca del nuovo, sia dal punto di vista delle opere da tradurre, sia dal punto di vista delle interpretazioni testuali, abbia dato un contributo significativo per smuovere le coscienze dei traduttori di allora e abbia messo in evidenza, come pochi avevano fatto prima, la natura artistica e le responsabilità della traduzione, fino ad allora concepita per lo più come una pratica temporanea, che servisse ad aspiranti letterati unicamente per fare gavetta, poiché ritenuta priva di qualsiasi dignità, sia economica,[5] sia letteraria.
Nonostante, con mio grande rammarico, non mi sia potuta concentrare sugli aspetti pratici dell'esperienza traduttiva gobettiana, dato che non ho mai avuto l'occasione di studiare la lingua russa, che egli prediligeva tra tutte in quanto, a suo parere, proprio dalla Russia l'Italia avrebbe potuto imparare a modernizzarsi, le sue riflessioni mi hanno avvinta a tal punto da volerle approfondire, per comprenderne tutti gli aspetti e contestualizzarle.
Ma questa è un'altra storia...
Grazie Piero per tutto quello che ancora significhi per noi giovani italiani.

Roby <^>



[1]    M. Gervasoni, Introduzione a L'intellettuale come eroe: Piero Gobetti e le culture del Novecento, La Nuova Italia, Scandicci, 2000, pp. 5-16.
[2]    Ivi, p. 5.
[3]    Cfr. M. Novelli, Gli ultimi giorni di Gobetti, in «La Repubblica», 38, 94, 23 aprile 2013, p. 38.
[4]    Si pensi, ad esempio, alle traduzioni infedeli e non integrali di diverse opere dello scrittore americano Hemingway realizzate da Vittorini: molte volte il romanziere siciliano eliminò intere parti presenti nei testi originali, in particolare quelle che rendevano conto dei pensieri dei personaggi, poiché le riteneva troppo cerebrali e pensava che appesantissero il testo. Altre volte, invece, ritenne necessario aggiungere parole o modificare del tutto la costruzione di alcune frasi, che però in questo modo persero la loro immediatezza e la loro pregnanza, nonché l'ironia che Hemingway era riuscito a ricavarne. Infine, non mancarono da parte di Vittorini interventi tipicamente naturalizzanti, atti a familiarizzare realtà, luoghi, usanze sconosciuti ai lettori italiani. Un approccio completamente diverso, quindi, rispetto a quello di Gobetti, sostenitore di un costante impegno di fedeltà nella resa dello stile dell'autore.
[5]    Questo aspetto, purtroppo, è ancora presente nella nostra editoria: i traduttori sono certo più tutelati rispetto al passato, ma non sono ancora adeguatamente ricompensati per il loro lavoro. 

mercoledì 15 gennaio 2014

COMPRENDERE, RICREARE, SPERIMENTARE: PIERO GOBETTI E LE RESPONSABILITA'  MORALI DELLA TRADUZIONE LETTERARIA - episodio II: LE TRADUZIONI

La prima apparve sul numero di febbraio: si tratta dell'Abisso di Leonid Andreev, autore contemporaneo molto amato da Gobetti poiché lo considerava il rappresentate ultimo del “classicismo russo”, che oramai non poteva far altro che riconoscere la liberalità della Rivoluzione e mettere da parte il proprio sentimentalismo e la propria incapacità di accettare la realtà. Per quanto opinabili possano essere le sue idee circa l'evoluzione del pensiero e della letteratura russa, espresse in quella che tuttora viene considerata da alcuni studiosi una delle più interessanti e originali opere di critica letteraria italiana, il Paradosso dello spirito russo, è estremamente interessante notare come Gobetti accompagnasse sempre il suo impegno traduttivo a una necessità culturale concreta: nel caso specifico di Andreev, questa necessità consisteva nel proporre ai lettori un autore ancora poco noto in Italia poiché, nonostante sin dai primi anni del Novecento fossero state pubblicate traduzioni di sue opere, non erano stati forniti al pubblico gli strumenti necessari a conoscerlo più approfonditamente e a penetrare più a fondo anche la realtà socio-politica di cui faceva parte e che gli aveva ispirato la composizione delle sue opere. Per ovviare a questa situazione, Gobetti si propose di individuare e dichiarare la superficialità e l'inesattezza della maggioranza di traduzioni e opere critiche riguardanti Andreev, come del resto numerosi altri autori russi conosciuti in Italia.
Torniamo ad esempio alla traduzione dell'Abisso: essa è anticipata da una breve introduzione in cui Gobetti affermava con orgoglio di aver inaugurato nella sua rivista uno spazio in cui pubblicare traduzioni finalmente dirette, integrali e, per quanto possibile, letterali e fedeli di opere di autori russi cui in Italia non era ancora stata resa giustizia. Ciò che lo aveva spinto a un simile impegno fu una forte richiesta proprio da parte del pubblico, nell'interesse del quale andava intrapresa ogni attività degna di essere definita culturale. Gobetti e Prospero proposero dunque ai loro lettori una traduzione la cui fedeltà e correttezza venne elogiata da molti esperti, tra cui Ettore Lo Gatto, che anche successivamente si sarebbe pronunciato a favore dell'impegno traduttivo dei due giovani, da lui considerati tra i primi esponenti di una nuova generazione di ottimi traduttori dal russo.
Altre grandi qualità di questa traduzione sono, inoltre, la presenza della firma dei traduttori, cosa per nulla scontata al tempo, accompagnata dalla dicitura «traduzione dal russo» per mettere ben in evidenza il lavoro svolto direttamente sul testo originale, e di note ai piedi del testo per spiegare le scelte traduttive impiegate, così da dare utili informazioni sull'opera e permettere ai lettori di comprenderne ogni minimo particolare. Vediamone un esempio: « [Sinuccia, ndr] Diminutivo (in russo Sinocka) da Sina, diminutivo alla sua volta di Sinaida.». Gobetti ha voluto in questo caso spiegare ai lettori i passaggi che lo avevano portato a tradurre con «Sinuccia» il nome russo impiegato dall'autore: mediante l'uso del suffisso diminutivo-vezzeggiativo “-uccia”, il giovane è riuscito, da un lato, a rispettare la volontà dell'autore, mantenendo la sfumatura affettiva del testo originale; dall'altro, anche a venire incontro alle esigenze dei lettori, che probabilmente, non conoscendo il russo, non avrebbero colto questo piccolo particolare se il nome fosse stato mantenuto in lingua originale. Nonostante questa scelta sia naturalizzante, prassi molto rara nelle altre traduzioni dei due giovani torinesi, essi dimostrarono, impiegandola, di aver rispettato l'impegno di fedeltà al testo preso all'inizio ma anche di aver considerato la fedeltà non come una forma di sottomissione pedissequa all'originale, ma piuttosto come sforzo di renderne tutti i motivi presenti.
Passiamo ora alla seconda traduzione di Andreev, la novella Pace, pubblicata nel maggio 1919: anch'essa è anticipata da un cappello introduttivo che, seppur breve, dovendosi adeguare al poco spazio offerto dalla rivista, racchiude interessanti informazioni circa il modo in cui Gobetti lavorava alle proprie traduzioni:

Dopo aver presentato ai lettori nostri una novella di potenza e calore passionale e lirico-descrittivo, offriamo la garbata ironia di questa «Pace». È un aspetto nuovo dell'anima di Leonida Andreiev, che le cose vede piuttosto nell'intensità della tragedia e dello sconforto, oppure, quando si erige a giudice con la ferocia del sarcasmo.
Ma una specie di umorismo, d'ironia particolare c'è in tutti i russi, […]. Ironia antiburocratica come nel Revisore di Gogol.
Chi vuol vedere di Andreiev le migliori traduzioni italiane veda negli Antichi e Moderni del Carabba: La vita dell'uomo, tra «gli scrittori stranieri»; Re, Leggi e Libertà. Le traduzioni sono del Campa. Gli altri traduttori italiani sono orribilmente infedeli falsari e si fanno buona compagnia coi francesi. Vallecchi ha due volumi di Andreiev in preparazione.

Per prima cosa, è fondamentale notare come Gobetti abbia voluto giustificare ai lettori la scelta di tradurre e pubblicare questa seconda opera: dopo aver letto la produzione di Andreev, operazione necessaria per conoscerne l'evoluzione stilistica e poterne tradurre ogni opera nel miglior modo possibile, ha ritenuto opportuno fornire ai lettori una novella che mostra un aspetto poco noto della sua scrittura, l'ironia. Secondo Gobetti, inoltre, questa scelta stava anche a dimostrare come Andreev si inserisse perfettamente all'interno della tradizione letteraria russa: appartiene a tutti i russi un'insofferenza velata di ironia nei confronti della burocrazia e delle formalità, motivo per cui Andreev potrebbe benissimo essere affiancato a un grande classico come Gogol'. Con tali affermazioni, Gobetti dimostrò di aver studiato con attenzione la produzione letteraria di diversi autori russi e di aver cercato di stabilire delle relazioni tra loro al fine di delinearne il percorso evolutivo. Nessun autore andrebbe infatti considerato come una monade, come un individuo a se stante senza alcuna relazione col resto del mondo e degli esseri umani; è inevitabile che il singolo si inserisca all'interno di una dimensione collettiva, ovvero l'intera tradizione letteraria del proprio paese, la quale a sua volta fa parte di una dimensione culturale universale, composta di culture letterarie diverse ma aperte alla reciproca accoglienza, grazie a una traduzione cosciente e consapevole delle proprie responsabilità.

Nella breve introduzione a «Pace», inoltre, non mancano notizie relative alle migliori traduzioni di Andreev già presenti sul mercato letterario, vagliate con attenzione in base alla serietà del lavoro svolto dai traduttori e dai curatori, e addirittura anticipazioni circa le traduzioni in preparazione. Ciò dimostra ancora una volta come Gobetti non svincolò mai le proprie riflessioni sulla traduzione e lo studio delle opere e degli autori da un contesto culturale concreto e costantemente aggiornato; era sempre questo il punto di partenza per svolgere una mediazione culturale completa e realmente utile al proprio scopo.
L'analisi dell'ultima traduzione proposta al pubblico di «Energie Nove», quella della novella andreeviana L'angioletto, ribadisce quanto affermato circa l'importanza di fornire ai lettori tutti gli strumenti per comprendere la singola opera e considerarla alla luce dell'evoluzione letteraria dell'autore. Questa novella giovanile, infatti, fu scelta da Gobetti poiché, a suo avviso, faceva già intravedere ciò che sarebbe stato l'Andreev dell'Abisso, chiudendo in questo modo il cerchio iniziato con la prima traduzione e dimostrando la coerenza delle scelte effettuate.
Se andiamo ad analizzarne le pagine, possiamo fare alcune osservazioni che dimostrano la flessibilità di Gobetti traduttore, sempre fedele ai propri principi di fedeltà e integralità della traduzione, ma anche consapevole che ogni testo avesse un'identità propria e delle esigenze cui la traduzione doveva far fronte concretamente. Ad esempio, in una nota viene spiegato il motivo che ha portato a tradurre la parola russa «statistichi» con l'italiano «Letterati»: dopo un'attenta ricerca, Gobetti decise di impiegare un termine che sapesse riportare nel testo tradotto la sfumatura di disprezzo espressa dalla parola in lingua originale. Se però ciò non fosse stato possibile, allora sarebbe stato opportuno, secondo Gobetti, mantenere la parola usata dall'autore e segnalarne in nota il significato e il contesto d'impiego nella lingua originale: è il caso, ad esempio, della parola «lejanca», lasciata in lingua originale poiché denota un oggetto che in Italia tuttora non esiste, ovvero una stufa usata in Russia dalle classi meno abbienti che, all'occorrenza, era anche impiegata per bagni a vapore e per ogni tipo di rimedi contro il freddo. Inoltre, nella nota viene anche segnalata la pronuncia della parola, informazione utile ai lettori per imparare una regola della lingua russa e accrescere così le proprie conoscenze.




Roby <^>

domenica 30 settembre 2012

BUON COMPLEANNO UOMO MEDIOCRE!


30 Settembre 2012 : L’uomo mediocre compie un anno!!

Proprio così, oggi è il primo (e speriamo non anche l’ultimo!) compleanno de L'Uomo mediocre. Cosa abbiamo fatto in questo lungo e intenso anno? Forse nulla di buono, forse invece qualcosa di importante o per lo meno interessante per alcuni di voi.
Come avete avuto modo di vedere, ci siamo occupati di molte cose:
 
- Di musica, con la rubrica STAY TUNED!, inaugurata con il nostro primissimo post (3 ottobre 2011: I PINK FLOYD E SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS’ CLUB BAND http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/i-pink-floyd-e-sgt-peppers-lonely.html ) e che presto riprenderà le pubblicazioni, e gli articoli di Storia d'Italia in musica ( 30 ottobre 2011: DALL'UNITA' ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/storia-ditalia-in-musica-dallunita-alla.html );     
 
- Di teatro (29 dicembre 2011: L’ESSENZA DELLA MODERNITA’- Pirandello e i Sei Personaggi in cerca d’autore http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/12/lessenza-della-modernita.html ) e cinema, con le recensioni di Visioni Alternative, rubrica aperta il 19 ottobre 2011 con il film Vuoti a rendere (2007) http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/visionialternative-vuoti-rendere-2007.html ;
 
- Di filosofia, a partire dal 9 ottobre 2011 con L’INDIPENDENZA NATURALE E L'ORIGINE DEL MALE IN JEAN-JACQUES ROUSSEAU, http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/lindipendenza-naturale-e-lorigine-del.html , e con articoli come OGNI SOSTANZA E' COME UN MONDO A PARTE, del 25 luglio 2012  http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/07/ogni-sostanza-e-come-un-mondo-parte.html
 
- Di arte, letteratura e televisione (11 ottobre 2011: INTRODUZIONE ALLA BOHÈME, UN MODO DI VIVERE E CONCEPIRE L'ARTE http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/introduzione-alla-boheme-un-modo-di.html ; 15 dicembre 2011: IL TEMPIO INDIANO http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/12/il-tempo-indiano.html ; 24 ottobre 2011: UN AMORE A TUTTA BIRRA http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/un-amore-tutta-birra.html );
 
- Di storia (interessantissimo l’ultimo post, del 9 luglio 2012, UNA GUERRA DIMENTICATA http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/07/una-guerra-dimenticata.html );
 
- Di scienza ( come per esempio nel post del 26 ottobre 2011, E' NATO PRIMA L'UOVO O LA GALLINA?! http://www.fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/10/e-nato-prima-luovo-o-la-gallina.html ), di neuroetica (21 novembre 2011: STORIA DELLA NEUROETICA http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/11/storia-della-neuroetica.html );
 
- Di editoria, con gli appuntamenti della rubrica Esperimenti di editoria ( 12 maggio 2012: SCHEDA VENDITORI http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/05/esperimenti-deditoria-scheda-venditori.html ), ma anche di videogiochi (13 dicembre 2011: WARHAMMER 40K- SPACE MARINE http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/12/warhammer-40k-space-marine.html ), graphic novels (29 gennaio 2012: FROM HELL: IL MECCANISMO DELLA PAURA http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/01/from-hell-il-meccanismo-della-paura.html ), racconti brevi realizzati dai nostri collaboratori (l’ultimo è del 14 settembre 2012: DA ANTIGUA A LARROCHE http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/09/da-antigua-larroche.html ).

E abbiamo cercato di dare anche spazio all’“attualità”e ai problemi sociali, occupandoci dell’ultimo censimento (25 gennaio 2012: CHE COS'E' IL CENSIMENTO? VE LO SPIEGA UN RILEVATORE ISTAT http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/01/che-cose-il-censimento-ve-lo-spiega-un.html ), del ruolo della televisione e della retorica impiegata per dare informazioni (5 novembre 2011: PERDONATE LO SFOGO... http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/11/perdonate-lo-sfogo.html e 16 maggio 2012: IL POTERE DEFORMANTE DELLA RETORICA http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/05/il-potere-deformante-della-retorica.html ), dell’importanza di ricordare il passato ( 1 marzo 2012: RISPOSTA A LUPOGRIGIO77 http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/03/risposta-lupogrigio77.html ) e del modo tutto personale con cui i nostri anziani vi restano attaccati ( 2 gennaio 2012: QUANDO GLI ANZIANI DICONO “VIVA IL FASCISMO!” http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/01/quando-gli-anziani-diconoviva-il.html ), dell'obesità e dell'anoressia (17 gennaio 2012: OBESITA' VS ANORESSIA? http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/01/obesita-vs-anoressia.html ), del ruolo della politica nella vita dei giovani ( 2 febbraio 2012: LA POLITICA OGGI? http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/02/la-politica-oggi.html ).

Ma non è mancato nemmeno lo sport: dalla formula 1 ( 11 novembre 2011: SEMPLICEMENTE GILLES http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/11/gilles-vileneuve-e-uno-di-quegli.html e 18 marzo 2012: THE ICEMAN’S WAY http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/03/icemans-way.html) al calcio soprattutto, con le due rubriche Verso Euro 2012, inaugurata il 15 gennaio 2012 con l’articolo sulla Germania http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/01/verso-euro-2012-germania.html, e A ritmo di musica: gli inni delle nazionali partecipanti a Euro 2012, in cui ci siamo occupati della storia degli inni nazionali di tutte le squadre che hanno partecipato a questo Europeo che ci ha fatto sognare e piangere ( 1 giugno 2012: POLONIA E GRECIA http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/06/ritmo-di-musica-gli-inni-delle-nazioni.html )

E poi ci sono articoli “inclassificabili”, o meglio, che rispondono a molte etichette: pensiamo a quelle del 16 aprile 2012, riguardante IL CRISTIANESIMO IN ARMENIA http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/04/il-cristianesimo-in-armenia.html , o a UN’ESTATE V.A.O.V.! del 21 agosto 2012 http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2012/08/voglio-parlarvidellesperienza-che-ho.html ; mentre altri hanno uno scopo ben preciso, come i nostri discorsi di laurea, raccolti nella sezione Discorsi Tesi (il primo: 11 dicembre 2011, EPISODI DI MEDIOEVO http://fbmcssblogblogger.blogspot.it/2011/12/episodi-di-medioevo.html ).
 
Che dire, ci sono ancora molte cose da fare e da migliorare. Per riuscirci speriamo che vogliate continuare a leggerci e darci consigli, in particolare riguardanti gli argomenti da trattare e le modalità con cui scrivere, così da realizzare articoli meno noiosi e complicati possibile!

Grazie di tutto e… appuntamento al prossimo post!

Lo staff

venerdì 6 luglio 2012

La manomissione delle parole

Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi), ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di Mariangela, maggio 2012. Buona lettura!


L’argomento sul quale ho incentrato il mio elaborato mi è stato suggerito da un testo di Gianrico Carofiglio intitolato "La manomissione delle parole". Ho infatti trovato molto interessante la spiegazione che l’autore ha dato del titolo scelto per il suo romanzo. Il termine manomissione è appunto stato utilizzato per il suo duplice significato: esso è sinonimo di alterazione e danneggiamento e, allo stesso tempo, è anche sinonimo di liberazione e riscatto. La manomissione nell’antico diritto romano era, infatti, la cerimonia che permetteva a uno schiavo di essere liberato. Le parole manomesse possono infatti dare un senso nuovo alla nostra esperienza, oltre che a ciò che sappiamo, che crediamo e che vorremmo: la parola riesce a definire il mondo in termini nuovi creando quella che noi chiamiamo la realtà.

La povertà della comunicazione si esprime, infatti, in povertà d’intelligenza e in soffocamento delle emozioni, quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, infatti, manca anche il controllo sulla realtà e su se stessi: se non si hanno nomi per esprimere la propria sofferenza, allora la si trasforma in violenza. Anche il linguaggio oppressivo è una forma di violenza, questo genere di linguaggio, infatti, confina la conoscenza impedendo a chiunque di opporsi alla lingua del potere o anche solo di interrogarla. Viceversa la capacità di articolare correttamente le parole nei loro molteplici significati è condizione di dominio sul reale e diventa uno strumento di potere molto forte perché permette di sviluppare la propria capacità critica.

Partendo da questo spunto ho orientato dunque il mio elaborato nella direzione dell’analisi dei termini, che nel corso del tempo sono stati manipolati e hanno assunto significati poco rispondenti a quelli per i quali erano nati. Le conseguenze dell’uso scorretto che facciamo delle parole sono innumerevoli, ma quelle che hanno maggiormente attirato la mia attenzione e mi hanno spinta ad approfondire l’argomento sono quelle riguardanti la manipolazione che, tramite le parole, si può attuare sulle persone o sulle popolazioni. Partendo dalle considerazioni fatte a proposito del testo di Carofiglio, il mio interesse si è dunque focalizzato sul potere che il linguaggio e le parole hanno sull’uomo. Per comprendere appieno questo potere è stata fondamentale la lettura del testo di Philippe Breton, La parola manipolata. L’ autore presenta la manipolazione come il tentativo di imporre una posizione facendo, però, credere all’interlocutore di essere già d’accordo con essa. Analizzando le tecniche di manipolazione della parola, la negatività di ogni atto manipolatorio è risultata evidente: anche nel caso in cui si utilizzi un atto manipolatorio per raggiungere scopi positivi, infatti, si impedisce all’interlocutore di esercitare la libertà di scelta che dovrebbe essergli garantita in uno stato democratico e lo si costringe, quindi, a piegarsi alla volontà del manipolatore.

Nell’indagare la manipolazione Breton riconosce tre registri che costituiscono la parola: l’espressione, l’informazione e la persuasione. Questi tre registri, propri unicamente dell’uomo, lo distinguono dagli altri esseri esistenti in natura come gli animali e le macchine.

L’unica caratteristica delle macchine, quella per cui sono state programmate, è quella di informare. L’animale invece oltre ad avere la capacità di informare attraverso segnali scambiati all’interno della specie o percepiti dall’ambiente circostante, è anche in grado di esprimere sentimenti quali, per esempio, piacere, dolore e rabbia: l’unico essere vivente che è in grado di esprimere i propri sentimenti e il proprio punto di vista elaborando progetti, è l’uomo. La parola dell’uomo, essendo autonoma dall’ambiente che la circonda al punto di poterlo anche modificare, ha anche la peculiarità di poter dire il contrario di quello che il suo autore pensa. Perciò l’uomo è anche l’unico essere vivente in natura capace di mentire poiché sia l’animale sia la macchina, essendo unicamente in grado di scambiare informazioni, non possono mai né sbagliare né ingannare. L’uomo attribuisce, infatti, un senso di volta in volta diverso a tutti gli avvenimenti che gli si presentano, la sua parola non è affatto informativa, quanto piuttosto argomentativa.

Abbiamo identificato la manipolazione con un’argomentazione coercitiva, ma per indagarla a fondo Breton suggerisce di procedere imparando a conoscere le tecniche di persuasione che agiscono sugli affetti, e intervengono sulla forma del messaggio, e a distinguerle da quelle che influiscono sulla dimensione cognitiva, modificando la struttura interna del messaggio; mentre le prime fanno appello ai sentimenti, le seconde sono trucchi del ragionamento.

Dopo aver analizzato la parola e le tecniche di manipolazione tenta di elaborare un desiderio normativo che sia in grado di liberare la parola, e dunque la società, dalle costrizioni cui viene costantemente sottoposta. Lottare contro la manipolazione non significa dunque isolarsi dal mondo per non esserne influenzato, ma, al contrario, aprirsi al mondo con uno sguardo diverso che permetta di andare oltre le pratiche manipolatorie cui siamo continuamente sottoposti. "Se si vuole permettere a ognuno un migliore accesso alla vita pubblica, alla vita sociale tout court, l’esercizio della parola dovrà assumersi le sue responsabilità". Per conferire nuovamente responsabilità al linguaggio è indispensabile, però, che i sistemi educativi interagiscano tra loro per creare un vero e proprio insegnamento dell’utilizzo della parola. Questa speranza di normalizzazione e regolamentazione della parola non è affatto un desiderio innovativo, anzi è sempre esistita fin dall’antichità. Nell’antica Grecia, infatti, l’insegnamento della retorica era estremamente diffuso e guidava gli uomini nell’educazione morale e civica. Il modello antico è, appunto, quello che Breton vuole riproporre, adattandolo alle condizioni della nostra epoca, per rendere l’uomo nuovamente responsabile nell’utilizzo delle parole.

Questo desiderio di Breton non è, però, sorto dal nulla, nel corso degli anni, infatti, sono state elaborate diverse teorie di regolamentazione del linguaggio. Nell’ultimo capitolo del mio elaborato mi sono soffermata su una di queste teorie: la Significs, elaborata da Victoria Lady Welby intorno al 1890. Pur essendo nata con uno spiccato intento pedagogico, rivolto sia ai letterati sia alla gente comune, la Significs non è riuscita ad avere risultati duraturi. Dopo essere stata ripresa, e profondamente modificata, nel corso delle guerre del XX secolo per resistere ai tentativi manipolatori dei regimi, è stata sempre più accantonata ed è finita per essere studiata, insieme a molte altre teoria di analisi del linguaggio, solo da una ristretta cerchia di studiosi specializzati.

Come afferma Breton, "oggi, molti di noi sono ormai sensibilizzati alla manipolazione e non sono più disposti a lasciare che essa si dispieghi liberamente", ma deve essere la nostra società a proteggere i suoi membri più fragili dall’esposizione a questi tentativi manipolatori, e l’unico modo per riuscirci è quello di promuovere l’educazione del corretto utilizzo del linguaggio. In un mondo in cui le nostre parole sono state svuotate, consumate e rese prive di significato, solo smontandole e ricostruendole si potrà nuovamente conferire loro senso e consistenza.

Per manomettere il linguaggio, e poter, così, realizzare appieno le premesse di libertà individuale promesse all’uomo dalla democrazia, è indispensabile dunque favorire lo sviluppo di un’educazione specifica che insegni il corretto utilizzo delle parole e faccia rinascere, come valore fondante dell’individuo, una coscienza collettiva in grado di far sentire l’uomo responsabile degli atti a cui le sue parole conducono gli altri individui e la società. Per arrivare a questo è, però, indispensabile un grande impegno da parte della società che deve diffondere lo studio di questa "nuova retorica", come la definisce Breton, non solo all’interno di specifici percorsi di studi universitari, ma anche nel percorso educativo affrontato da tutti.

Mariangela Lentini

martedì 8 maggio 2012

Un ordine religioso militare: i cavalieri teutonici(sec XII-XIV)


Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi), ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di Michele, novembre 2011. Buona lettura!

L'Ordine teutonico è un ordine religioso-militare che ha origine alla fine del XII secolo, durante la terza crociata; inizialmente è un ordine ospedaliero che dopo pochi anni si militarizza. Una particolarità è che i membri sono tutti tedeschi a differenza degli altri ordini nati nell'ambito delle crociate, i cui membri erano reclutati da tutta europa. Di questi ordini i più famosi sono i templari e gli ospitalieri di S. Giovanni che in Italia sono più conosciuti rispetto ai teutonici, e sono studiati da molto tempo; diversi studiosi del nostro paese hanno pubblicato opere in proposito; tale interesse per gli ordini religioso-militari va poi connesso con il più generale interesse per la storia militare molto diffuso oggi. Lo studio dei cavalieri teutonici in Italia è apparso in tempi recenti ed è derivato da opere di studiosi stranieri, in particolare tedeschi e polacchi. Il primo passo è la traduzione in italiano dell'opera del polacco Gorski “L'Ordine teutonico: alle origini dello stato prussiano” pubblicata nel 1971. Un contributo molto importante è stato dato nei decenni successivi dal professore tedesco Hubert Houben che ha compiuto numerosi studi sui possedimenti italiani dei cavalieri teutonici. Polonia e Germania insieme alle repubbliche baltiche sono infatti gli stati in cui lo studio dell'Ordine teutonico è radicato da più tempo, questo anche perchè i monaci cavalieri tedeschi concentrarono la loro azione soprattutto in quelle zone. La regione a cui maggiormente i teutonici hanno legato il loro nome è la Prussia, dove fondarono un vero e proprio stato. Questo stato era costituito da quei territori che si estendono ad est della Vistola nell'attuale Polonia settentrionale fino al fiume Nemunas in Lituania. Ma i cavalieri teutonici si stanziarono anche nelle attuali Estonia, Lettonia e in parte Lituania e Russia. Gli storici non tedeschi fino agli anni '70/80 del '900 davano un giudizio molto negativo sull'ordine. Questo sentimento antiteutonico si riflette in numerose opere di carattere non storiografico che hanno per protagonisti i monaci cavalieri tedeschi: tra queste va ricordato anche il romanzo “I cavalieri della croce” del polacco Heynrik Sienkiewicz, pubblicato nel 1900 nel quale i cavalieri tedeschi sono visti come gli oppressori dei polacchi. La polemica antiteutonica si trova anche in Russia come è evidente nel film “Aleksander Nevskij” di Eisenstein, che sottolinea la vittoria del mondo slavo sui conquistatori tedeschi. Il film è del 1938 e quindi è chiara l'intento propagandistico contro la politica espansionistica della Germania nazista che in quel momento minacciava l'Unione sovietica. Sia il romanzo che il film ebbero un notevole successo internazionale e contribuirono a diffondere un immagine negativa dell'ordine teutonico nel resto d'Europa, Italia compresa. Soltanto negli ultimi decenni si è giunti a studiare il fenomeno dei cavalieri teutonici con più serenità grazie anche all'istituzione della “Commissione Storica Internazionale per le Ricerche sull'Ordine Teutonico”, la quale promuove incontri e convegni con cadenza biennale che più di una volta si sono svolti in Italia. L'importanza di studiare l'operato dei cavalieri teutonici in i Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, è cresciuta con l'entrata di questi paesi nell'UE che quindi si sono in qualche modo culturalmente avvicinati a noi. Proprio le vicende teutoniche nell'area baltica sono messe a fuoco nei saggi e nelle opere che ho preso in considerazione per stendere la tesi; (infatti) dopo che l'Ordine teutonico arrivò in Prussia nel 1230 per cristianizzarne la popolazione che era ancora di religione pagana si stanziò in Livonia, l'attuale Lettonia. Questo territorio era già stato cristianizzato a cavallo tra XII e XIII secolo grazie anche a un ordine di monaci-cavalieri fondato nei primi anni del Duecento ovvero i portaspada. Quest'ordine si fuse nel 1237 con quello teutonico che dunque entrò in possesso di vasti territori benche non si formò mai un vero e proprio stato retto dai cavalieri. La presenza teutonica in queste regioni e in particolare nello stato che questi fondarono in Prussia, fu motivo di conflitto con gli interessi degli stati confinanti, soprattutto Polonia e Lituania.
Tra gli anni '20 e 40 del Trecento la Prussia teutonica fu impegnata in una guerra contro la vicina Polonia. Il Casus belli fu la contesa per il possesso della Pomerelia territorio a ovest della Vistola che in seguito a diverse vicende era stato occupato dai cavalieri teutonici. Alla fine del conflitto si stabilì un compromesso: la Pomerelia sarebbe rimasta ai teutonici che in cambio avrebbero restituito i territori occupati durante la guerra.
Il XV secolo segnò il declino dei possedimenti teutonici in Prussia: i polacchi infersero loro la sconfitta di Tannenberg nel 1410 che idealmente segna l'inizio della fine dello stato teutonico. Infatti anche dopo la battaglia, la crisi finanziaria e politica si fece sentire all'interno dell'ordine e i nobili laici di Prussia si unirono in una lega. A metà del secolo vi fu una guerra tra la lega prussiana e la Polonia contro l'ordine teutonico, al termine della quale la Prussia fu divisa tra la parte occidentale che passò alla Polonia e la parte orientale che rimase all'ordine. Lo stato teutonico resistette benchè debole economicamente e politicamente fino al 1525 quando l'allora gran maestro Alberto di Hoenzollern si convertì al protestantesimo e secolarizzò i beni di Prussia. Ebbe così fine lo stato teutonico prussiano. L'ordine non si sciolse e nei secoli successivi abbandonò l'attività militare concentrandosi sull'attività caritativa e ospedaliera dove ancora oggi è impegnato in diverse parti del mondo.

venerdì 6 aprile 2012

Inscrutabilità del riferimento in Quine e Casalegno

Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi), ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di /Fabio/, aprile 2012. Buona lettura!

INSCRUTABILITÀ DEL RIFERIMENTO IN QUINE E CASALEGNO
L’argomento sul quale ho concentrato la mia attenzione è il confronto tra le posizioni di Quine e Casalegno sul tema dell’inscrutabilità del riferimento. Com’è noto, la nozione di riferimento gode di una lunga e consolidata tradizione nella storia della filosofia del linguaggio. Essa stabilisce un legame fondamentale tra il linguaggio e la realtà extralinguistica. Quando parliamo di riferimento delle espressioni linguistiche, parliamo della capacità dei termini del linguaggio di rimandare, appunto, a oggetti o classi di oggetti della realtà extralinguistica e quindi della possibilità, per noi parlanti, di designare oggetti o classi di oggetti, di descrivere la realtà tramite il linguaggio. Per fare un esempio, il riferimento del predicato “essere rosso” è l’insieme di tutti gli oggetti che sono rossi.
Nella prima parte della mia tesina ho cercato di ricostruire alcune tappe salienti della storia della nozione di riferimento a partire dal pensiero di Frege, per il quale la nozione di riferimento è fondamentale poiché il riferimento dei singoli termini del linguaggio costituisce il contributo che essi portano nel formare il significato degli enunciati, che per Frege è un valore di verità, vero o falso. Ho analizzato anche la posizione dei neopositivisti che non contrasta con quella di Frege, per arrivare infine a Quine che per primo mette in discussione la nozione di riferimento introducendo il concetto di inscrutabilità.
Quando dice che il riferimento è inscrutabile, Quine non vuole intendere che i termini del linguaggio siano privi di riferimento, né che sia impossibile stabilire correttamente il riferimento dei termini. L’idea di Quine è che non è possibile stabilire in maniera certa e univoca a cosa si riferiscono i termini del linguaggio.
Possiamo capire cosa intende Quine con un esempio. Immaginiamo che uno studioso si trovi a contatto con alcuni parlanti di una lingua sconosciuta, della quale non esistono vocabolari o interpreti e che debba tradurre un’espressione “Gavagai” di questa lingua in italiano. Se ad esempio egli osserva, sulla base dei comportamenti verbali dei parlanti, che essi assentono sempre a “Gavagai” quando vedono un coniglio nelle vicinanze, allora potrebbe concludere che “coniglio” è una traduzione corretta di “Gavagai”. Ma in realtà le situazioni in cui un parlante vede un coniglio sono le stesse situazioni in cui vede anche altre entità, come ad esempio una parte non staccata di coniglio. Nella suddetta situazione quindi, sia “coniglio” sia “parte non staccata di coniglio” sono traduzioni accettabili di “Gavagai”. “Coniglio” e “parte non staccata di coniglio” hanno però in italiano un’estensione diversa, poiché “coniglio” si riferisce ai conigli
e “parte non staccata di coniglio” si riferisce alle parti non staccate di coniglio. Proprio da ciò scaturisce l’inscrutabilità del riferimento: dalla possibilità di tradurre un’espressione di una lingua con due o più espressioni di un’altra lingua aventi estensione diversa per i parlanti di quella lingua. Nel caso specifico, il problema è quello di stabilire quale sia il riferimento di “Gavagai”. A cosa si riferisce “Gavagai”? Ai conigli, alle parti non staccate di coniglio o a entrambe le cose? È opportuno specificare che Quine pone comunque un limite al fenomeno dell’inscrutabilità del riferimento. “Gavagai” può sì riferirsi tanto ai conigli quanto
alle parti non staccate di coniglio nella situazione considerata, ma non può riferirsi ad altre entità come i gelati o gli elefanti.
Casalegno ribalta la prospettiva quiniana estremizzando la nozione di inscrutabilità. La sua idea è che già dal discorso di Quine emerge un altro tipo di inscrutabilità, che non è quella descritta da Quine e che Casalegno chiama inscrutabilità quiniana. Questo altro tipo di inscrutabilità è l’inscrutabilità totale. Per inscrutabilità totale Casalegno intende semplicemente che una qualunque espressione linguistica può riferirsi a qualsiasi entità. Quindi nel caso considerato in precedenza, “Gavagai” può riferirsi ai conigli o alle parti non staccate di coniglio ma anche ad altre entità come i gelati o gli elefanti. L’inscrutabilità totale nel discorso di Quine, secondo Casalegno, scaturisce dal fatto che Quine pone come unica condizione per la correttezza di un
manuale di traduzione che il suddetto manuale mantenga inalterato nella traduzione il significato stimolo di alcuni enunciati (per significato stimolo di un enunciato Quine intende l’insieme delle situazioni che spingono un parlante ad assentire o a dissentire da quell’enunciato). Non viene posto invece da Quine nessun vincolo sulla traduzione di singole parole. Quindi, conclude Casalegno, qualunque traduzione di singole parole è accettabile purché sia contenuta all’interno di un manuale che rispetti il principio quiniano di correttezza. È molto facile per Casalegno, fatte queste considerazioni, ipotizzare l’esistenza di un manuale di traduzione dall’italiano all’italiano che rispetti il vincolo quiniano di correttezza e che consenta anche di tradurre a d esempio, “coniglio” con “gelato”.

/Fabio/

lunedì 5 marzo 2012

Girard e Aron sulla politica di Clausewitz

Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi), ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di >> FEDE, luglio 2011. Buona lettura!


L’articolo è basato sul confronto fra tre opere: il Vom Kriege, trattato di guerra del generale prussiano Carl von Clausewitz, vissuto tra il 1780 e il 1831, quindi in piena epoca napoleonica; Portando Clausewitz all’estremo, opera del 2007 di René Girard, antropologo e sociologo francese contemporaneo; e una raccolta di saggi scritti tra il 1972 e il 1980 da Raymond Aron, sociologo e giornalista francese, intitolata Clausewitz, in cui il Vom Kriege viene inserito nel contesto della Guerra Fredda.
La scelta di analizzare il testo di Clausewitz da parte di Girard è data dalle possibilità presenti nel Vom Kriege di supportare alcune delle maggiori tesi dell’antropologo francese, tra cui il meccanismo della mimesi del desiderio. Tale processo genera sia una volontà di imitazione che di superamento del modello-rivale. Questo meccanismo mimetico è visibile in una delle definizioni che Clausewitz dà della guerra nel primo capitolo del primo libro: la guerra è un duello più esteso che ha come scopo immediato imporre all’avversario la propria volontà. Per raggiungere lo scopo è necessario uno sforzo estremo, in quanto nella lotta uno contro uno i due contendenti non possono contare su un aiuto esterno, ma solo sulle proprie forze.
L’obiettivo di Girard è “finire” ciò che Clausewitz, razionalista, si vieta di seguire fino in fondo: ammettere che i conflitti reali sono assoluti e basati su una reciprocità violenta.
L’analisi di Girard evidenzia particolarmente solo uno dei due principali fattori che caratterizzano il conflitto in Clausewitz; l’altro elemento, quello strategico, viene esaminato con precisione da Aron. Punto di partenza della sua riflessione è un’altra definizione di guerra riportata nel primo capitolo del primo libro del Vom Kriege, quella che descrive il conflitto come continuazione della politica con altri mezzi. In effetti la guerra è il luogo della violenza estrema, ma la violenza non può costituire l’unico fattore nella direzione della guerra, perché bisogna tenere conto di altre cause, che Clausewitz etichetta con “frizione di guerra”, elementi contingenti ed improvvisi, come ad esempio le condizioni climatiche o lo scatenarsi di un’epidemia nell’esercito, che influenzano inevitabilmente le sorti del conflitto; perciò è necessaria la presenza di un’intelligenza guida, la politica, con il compito di decidere la tattica, che predispone e dirige i combattimenti, e la strategia, che li collega tra loro, secondo un preciso scopo politico.
Le riflessioni dei due sociologi francesi sottolineano l’originalità della distinzione clausewitziana tra guerra assoluta e guerra reale. Scopo della prima è annientare il nemico, costringerlo ad una pace secondo le nostre condizioni, scopo della seconda è sconfiggere l’avversario, ottenendo importanti conquiste da far valere nelle trattative di pace.
Aron sostiene la tesi che l’abbattimento del nemico e l’ascesa agli estremi della guerra assoluta sia una necessità logica, un concetto astratto: nel conflitto reale è la conduzione ragionata della guerra a farla da padrona. Girard al contrario afferma che l’inserimento della politica nella definizione di guerra sia un’opera di razionalizzazione del conflitto da parte di Clausewitz, il quale cercherebbe di porre un freno alla violenza estrema che lui stesso ha teorizzato nelle prime battute del suo trattato.
Se per Aron la Guerra Fredda è una chiara dimostrazione dell’importanza e dell’efficacia del ruolo della politica come freno all’ascesa agli estremi, per Girard, che pone particolare attenzione agli eventi dei nostri giorni, la guerra tra medio Oriente ed Occidente, combattuta attraverso il terrorismo, è un evidente esempio di come oggi i conflitti siano portati sempre più all’estremo.
Ciò che accomuna la Guerra Fredda ai giorni nostri è la concentrazione del destino dell’umanità si nelle mani di pochi uomini di potere, da cui gli altri si fanno passivamente guidare. Nietzsche parlava di “uomini senza orgoglio”, riferendosi a coloro che erano pronti a barattare la padronanza di decidere della propria vita, con la sicurezza di una vita lunga, comoda e agiata, perdendo così quel desiderio e quella volontà di farsi riconoscere dall’avversario. Oggi le cose non sembrano poi tanto diverse.




>>FEDE

mercoledì 8 febbraio 2012

D. H. Lawrence critico del romanzo: la sincerità

Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi) ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di Roby <^>, novembre 2011. Buona lettura!


ROMANZI, VITA E SINCERITÀ

Per comprendere appieno cosa Lawrence intenda quando afferma che il romanzo deve rappresentare la vita con sincerità, è fondamentale chiarire anzitutto il modo in cui egli concepisce la vita stessa. Come si legge in “Art and Morality”, l’universo è per lui un oceano che fluisce senza sosta in una direzione ignota, trascinato dal flusso delle relazioni che ciascuno di noi intrattiene con tutto ciò che lo circonda, sia che si tratti di un altro essere vivente, sia che si tratti di un essere inanimato. Perché si possa parlare di vera vita, però, queste relazioni devono essere pure e sincere, basate cioè sul rispetto di sé e dell’altro. Ciò è possibile, secondo Lawrence, soltanto se si ascolta il proprio istinto, fonte della più pura sincerità. Questa è dunque la prima accezione della parola, che tanto ricorre nei saggi analizzati: la sincerità di una relazione è stabilita dalla cosiddetta “quickness of the quick”, la velocità di ciò che è veloce, espressione che troviamo nel saggio “The Novel”. Soltanto se ci si relaziona agli altri con la velocità e l’immediatezza dell’istinto, che è paragonato da Lawrence a una fiamma che arde dentro di noi ed esprime la nostra personalità, sarà possibile intrattenere relazioni sincere e pure.
D’altro canto, proprio la velocità garantisce il continuo cambiamento cui le relazioni sono sottoposte. Per mantenere il precario equilibrio su cui si reggono, il romanzo deve tenere conto di questo cambiamento: la vecchia fase della relazione non deve trascinarsi stancamente nel presente, ma al contrario essere sostituita da una nuova fase, che si basa su un equilibrio completamente nuovo fra diversi aspetti e valori.
Il romanziere quindi non dovrà indugiare su relazioni ormai passate, come fanno Proust e Joyce, che secondo Lawrence recuperano il passato semplicemente per rivestirlo di un’aura quasi sacrale, senza realmente relazionarlo col presente, mentre dovrà necessariamente rappresentare tutti gli elementi che concorrono a bilanciare la relazione, sia che si tratti di sentimenti piacevoli o convenienti, come l’amore, sia che si tratti invece di sentimenti disdicevoli e irrazionali, quali l’odio e il rancore.
Se invece propende per un valore, il romanziere cadrà nell’errore commesso da molti, tra cui il russo Tolstoj, che in Anna Karenina ha sbilanciato l’equilibrio della relazione tra Anna e Vronskji, fondato su un sincero amore passionale, scegliendo di condannare l’adulterio a favore dell’amore fedele, come viene concepito dalla morale cristiana. In questo modo, però, non solo non è stato sincero nei confronti della relazione, ma anche e soprattutto nei confronti del romanzo e di se stesso: secondo Lawrence, infatti, dalle pagine del romanzo emerge un vero e proprio culto dell’amore passionale da parte dell’autore; facendo trionfare le convenzioni morali egli ha perciò rinunciato alla propria dignità di uomo e al proprio onore, spegnendo quella fiamma che ardeva dentro di lui in modo così evidente per conformarsi a regole di comportamento che per Lawrence non hanno più ragione di esistere.
Non può che esserci falsità, dunque, in un’opera in cui la vita viene ridotta a un’interpretazione morale soggettiva che rispetta le convenzioni imposte dalla società e dalla cultura ufficiale e pretende di essere assoluta. È il caso dei romanzi di stampo naturalista, che presentano sempre un inizio, uno svolgimento e una conclusione, secondo una concezione meccanicistica della realtà che prevede che ogni evento risponda a una legge ineluttabile, spiegata dalle parole rassicuranti del narratore. Questo tipo di rappresentazione è falsa perché parziale e convenzionale secondo Lawrence; inoltre, non è più possibile in un’epoca come il primo Novecento in cui ogni certezza del passato è stata sostituita dalla crisi di tutti i valori morali e culturali. Se non c’è più la possibilità di spiegare la realtà in modo meccanicistico allora non ha nemmeno più senso mentire a se stessi e continuare a rappresentarla in tal modo.

CRITICA E SINCERITÀ
Un’altra occasione in cui Lawrence parla della necessità di essere sinceri è la stesura del saggio su John Galsworthy nel 1927, in cui attacca la prevalente convinzione che la critica sia una scienza esatta, basata su regole rigorose da applicare ai testi, a propria volta concepiti quasi come essere viventi dotati di qualità oggettive indiscutibili.
Secondo Lawrence, invece, il parametro di una disciplina come la critica letteraria, che non ha assolutamente nulla a che fare con la scienza, non può essere la ragione, ma l’emozione sincera provata nell’atto di lettura. Si tratta dunque di una sorta di creazione artistica assolutamente personale, che solo chi si occupa d’arte e letteratura può veramente portare a termine. Altrimenti la critica sarà soltanto uno sproloquiare, come lo definisce Lawrence, sullo stile e la forma, che per lui non hanno alcuna importanza se il contenuto non è significativo e competente, cioè se non è dato con sincerità.








Roby <^>

giovedì 5 gennaio 2012

La Storia dell'Italia moderna di Giorgio Candeloro: gli sviluppi e i giudizi critici

Il seguente articolo rientra nella sezione “Discorsi Tesi”, il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi) ma dare il là per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea magistrale di Andrea Danile, maggio 2011. Buona lettura!

Questo lavoro si propone di analizzare la genesi, i riscontri critici ed il successo negli anni successivi della Storia dell'Italia moderna di Giorgio Candeloro, una maestosa opera composta da undici volumi rivolta e dedicata – come dichiarerà l'autore – a chiunque abbia intenzione di approfondire la storia del nostro paese dal Settecento fino all'anno 1950, al fine di capire al meglio la situazione del presente (si ricorda che l'autore realizza l'impresa tra gli anni 1956 e 1986): una fatica trentennale che non l'ha mai distolto dal suo obiettivo finale, nemmeno d'innanzi alla prematura morte della figlia (avvenuta durante la composizione del terzo volume), ma che anzi l'ha spronato a dare di più, aumentando la produzione dai sei inizialmente pianificati agli undici effettivamente realizzati.
Una fatica trentennale frutto di un illustrissimo esponente della scuola marxista – degno erede di Antonio Gramsci – che, prima di raggiungere l'apogeo con la sua opera ammiraglia, si è formato nell'ambiente fascista sotto la supervisione del suo maestro, Giovanni Gentile. L'ascesa intellettuale di questo grande storico, si compie nel ventennio che va dal 1931 al 1949, un lungo arco di tempo che vede l'ingresso nella sua vita di personaggi importanti come Gioacchino Volpe e come il già citato ministro dell'istruzione dell'epoca. E' importante prestare attenzione a tre figure importantissime, che hanno parecchio influenzato la sua crescita intellettuale, ovvero Joseph-Marie de Maistre (a cui Giorgio Candeloro dedicò la sua tesi di laurea), Paolo Paruta ed David Hume, nomi di punta dello “storicismo”, oltre a quella di Alexis de Tocqueville, verso cui il nostro storico del Risorgimento resterà a lungo fedele. Il suo operato si inserisce nel percorso delle “dottrine politiche nell'antichità”:interessante è il suo pensiero in merito al concetto di “classe politica” ed al rapporto tra il “modernismo” del liberalismo italiano e l'esigenza di un liberalismo “nuovo”. La sua vita intellettuale e non solo negli anni del dopoguerra, lo vedrà compiere scelte politiche e culturali non indifferenti, come l'abbandono della corrente neo-socialista – rea a suo modo di vedere di non aver adempiuto alle sue aspettative – in favore del comunismo – ideologia che poneva le basi, sempre secondo il suo pensiero, per una visione d'insieme alternativa a quella tradizionale.
Il suo lavoro è costituito da XI tomi: numerose furono ovviamente le recensioni sia sui quotidiani, sia sui periodici, sia in forma di saggi storiografici. Tra i nomi dei recensori è possibile trovare intellettuali come Raffaele Colapietra, Ernesto Ragionieri e Nicola Tranfaglia.
Inoltre con l'ausilio di interviste ed articoli estratti dai quotidiani del tempo, si può capire l'importanza della figura di Giorgio Candeloro e della sua maestosa opera: il successo della Storia negli anni successivi all'uscita dell'ultimo suo tassello ed il ricordo del suo autore dopo la morte (avvenuta tre anni dopo la redazione del medesimo), sembra permanere sempre più vivo ad oltre vent'anni dalla sua scomparsa persino, e a maggior ragione oggi che l'Italia compie i suoi 150 anni in quanto nazione unitaria. E allora “Auguri Italia”! Sicuramente anche da parte di Giorgio Candeloro.

Andrea Danile

domenica 11 dicembre 2011

Episodi di Medioevo

Il seguente articolo rientra nella nuova sezione “Discorsi Tesi”, il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi) ma dare il là per vostre future ed eventuali ricerche. Iniziamo con il discorso della laurea triennale di Andrea Danile, del 2009. Buona lettura!

Fra documenti e documentari. Episodi di Medioevo
Ciò che mi ha spinto ad interessarmi a questo – a detta di molti – “inconsueto argomento” è dovuto al semplice fatto che, da diverso tempo, ritengo doveroso che si debbano affrontare tutte quelle problematiche e questioni legate alla divulgazione ed al linguaggio. Quella che dapprima mi pareva come una mera passione e curiosità verso il documentario storico, nel corso degli anni trascorsi nell’ambiente universitario, è maturata in una vera e propria “missione personale”, consistita nella ricerca di un legame saldo tra film didattico e disciplina accademica.
Portando a termine questo lavoro, non solo mi sono reso conto dell’esistenza di tale legame, ma persino che esso riguarda qualunque altra disciplina, aldilà di quella storica: oramai è un dato di fatto che il documentario annoveri fra le sue molte proprietà che possiede quella didattica.
Percorrendo questa strada, la mia primaria necessità è consistita nell’imbattermi in diverse fonti, sia per natura che per argomento trattato, le quali – plasmandole – mi hanno permesso di riscontrare risultati interessanti – ben lungi dalle mie aspettative.
Oltre alle classiche fonti scritte (biografie e voci enciclopediche su Carlo Magno e Riccardo Cuor di Leone; oltre che un manuale sulla Storia del Documentario) – indispensabili per “fare Storia” – decisiva è stata la visione dei ventiquattro filmati della serie “Il Medioevo – Discovery Channel”.
Fondamentali, da ultimo, sono stati quei siti web da cui ho carpito informazioni su famosi programmi contenitore (come “Atlantide” e “Ulisse”) e canali tematici (come “History Channel” e “Discovery Channel”) dedicati alla divulgazione storica (medievale, nel nostro caso, ma non solo).
Avendo prima accennato ai risultati conseguiti nel corso della ricerca, prima di concludere, è necessario che illustri in breve le salienti tappe che mi hanno consentito di completare il lavoro: esordendo con le definizioni assunte dal documentario fino ad oggi, passando ad alcuni precursori del genere (con alcune famose serie italiane);
Dopo aver sintetizzato le lunghe fasi che mi hanno permesso di stabilire la possibilità di una Storia insegnata col sussidio di video, ciò che finalmente ho ricavato da questa esperienza è il fatto che questo affascinante metodo – seppur in fase embrionale – potrà in futuro affermarsi, specie nella scuola dell’obbligo, sfruttando il potenziale magnetico della televisione.

Andrea Danile