mercoledì 7 dicembre 2011
Doublespeak nel pensiero politico di Thomas Hobbes
Hobbes è sicuramente un autore affascinante: semplice, persuasivo, chiaro. I suoi testi si leggono facilmente, piacevolmente; riesce, durante la lettura, a farti pensare continuamente che quello che dice è ovvio, consequenziale alle affermazioni precedenti: in pratica esatto. Ma è davvero così lineare il suo pensiero? Dice veramente tutto quello che pensa, o alcuni particolari non sono invece esplicitati, lasciati dunque ad un attento studio del lettore, che analizzando varie parti del testo può notare come in alcuni nodi concettuali la soluzione non solo non è scritta nel testo, ma a volte sembra, e sottolineo sembra, contraddire quanto l’autore afferma? È questo forse l’aspetto che più mi affascina di Hobbes: la sua capacità retorico-logica1 con la quale egli riesce a scrivere una cosa, intenderne un’altra e soprattutto non mentire mai al suo lettore. Perché la risposta, dopo aver arato accuratamente il testo è lì, chiara quanto prima lo era il contrario. Ma ancora una volta, la soluzione è perfettamente logica.
Introduzione
Nel corso di questo breve testo prenderò ad esempio due casi dove, a mio giudizio, è presente un doublespeak nel pensiero politico di Hobbes. L’esposizione non si basa sulla retorica, ma su passaggi il più logico possibili, per poter avere una maggiore consequenzialità possibile. Si eviteranno di introdurre nel testo tutti i riferimenti a conferma delle testi sostenuti, limitando a inserire per intero i più indicativi, lasciando alle note il compito di riportare altri passi che possano aiutare a meglio intendere il pensiero di Hobbes.
I CAPITOLO:
IL SUDDITO PUO’ RIFIUTARSI DI ANDARE IN GUERRA?
1.1 Esposizione del problema
Gli uomini si uniscono nello stato per poter rispondere al loro istinto di autoconservazione, su questo non ci sono dubbi. Altrettanto chiaro è che andando in guerra una persona rischia la sua vita, quindi è lecito domandarsi se il suddito sia obbligato ad combattere. Ovviamente Hobbes considera questo problema e nel capitolo XXI del Leviatano, quello dedicato alla libertà dei sudditi, scrive:
… un uomo al quale venga comandato di combattere come soldato contro il nemico, sebbene al sovrano non manchi il diritto di punire il suo rifiuto con la morte, può nondimeno, in molti casi, rifiutarsi senza ingiustizia, come quando si fa sostituire da un soldato sufficientemente idoneo, poiché in questo caso non diserta dal servizio verso lo stato.2
Quindi per timidezza, inattitudine sembra che uno possa rifiutarsi di andare a combattere, anche per evitare che poi quest’ultimo fugga di fronte al nemico. Tuttavia ci sono dei passi in questo passaggio che non mi convincono. Il primo è che io posso sì rifiutarmi, ma il sovrano mi può uccidere. Sarebbe meno probabile una morte sul campo di battaglia rispetto ad un tentativo di fuga dal sovrano. Ma non è questo il punto esatto, rappresentato invece dal fatto che non ci si può rifiutare di andare a combattere sempre, bensì in molti casi. Dunque, in che situazioni non è possibile un rifiuto. Puntuale nella pagine seguente arriva la risposta:
E quando la difesa dello stato richiede subito l’aiuto di tutti coloro che sono in grado di portare le armi, OGNUNO E’ OBBLIGATO (maiuscolo mio), perché altrimenti l’istituzione dello stato, se non si ha il proposito o il coraggio di conservarlo, è stata vana3
A questo punto sembrerebbe chiara una distinzione in due tipologie di guerre, una in difesa dello stato e una di altro tipo. In questa situazione solo nelle battaglie corrispondenti alla prima tipologia sarei obbligato a prestare servizio militare, mentre nelle altre potrei essere esentato. La disputa sembrerebbe chiara. Ma siamo così sicuri che per Hobbes esistano guerre che non siano per la difesa dello stato?
1.2 Ogni guerra è per la difesa dello stato
Nel XIII capitolo del “De cive” si legge chiaramente che il dovere del sovrano è quello di ottenere la salus populi, la sua conservazione. Se all’interno dello stato ciò si ottiene mediante le leggi, più complicato è estendere tale sicurezza in campo internazionale: gli stati si trovano tra di loro in stato di natura, ovvero di guerra tutti contro tutti. Ma a chi spetta il compito di gestire le truppe e le strategie militari? Ovviamente al sovrano: è lui il depositario della spada di guerra. Ma esattamente in cosa consiste questa spada? Troviamo la riposta nel XIII capitolo del Leviatano: «In nono luogo, è concesso con la sovranità il diritto di far guerra e la pace con le altre nazioni e con gli altri stati, vale a dire, di giudicare quanto essa è per il bene pubblico, quante forze debbano essere riunite, armate e pagate per quel fine, e di imporre tributi ai sudditi per pagare la spesa di essa».
Risulta dunque evidente che tutte le guerre sono fatte in vista del bene pubblico: la salvezza dello stato. Facile è intuire che di tal genere siano le guerre difensive; bisogna considerare le guerre offensive come guerre preventive per capire quello che Hobbes vuol sostenere. Non ci sono differenze nel tipo di guerra né a seconda della forma di governo, né a seconda della dimensione dello stato. L’unica guerra di diverso tipo, ma ininfluente per la discussione in atto, è quella contro gli abitanti dell’allora neo-scoperto continente americano.Se uno si chiedesse se il sovrano potrebbe, per suo diletto o per vendicare un’offesa, dichiarare guerra, Hobbes afferma con vigore che egli non può farlo.
1.3 Conclusione
Con queste basi si può formulare una conclusione quasi sillogistica. Il primo passaggio consiste nel distinguere due tipi di guerra: quella per la difesa dello stato e un secondo tipo di guerra che si può anche non determinare esattamente. Una volta effettuata la distinzione si vede come nel primo caso non è possibile un rifiuto di scendere in battaglia, a differenza di quanto accade nella seconda tipologia di guerra. Il secondo passaggio, esposto nel secondo capitolo, mostra come esistano solo guerre per la difesa. Quindi a un livello puramente teorico si può affermare che un suddito possa rifiutarsi di andare in battaglia, ma a livello pratico ogni guerra decisa dal sovrano è per la salvezza della patria, quindi ognuno è obbligato a combattervi. La cosa straordinaria è che Hobbes non cade in contraddizione, inserisce solamente un insieme vuoto di possibilità dove ci si può rifiutare. A prima vista non lo si nota, ma collegandolo con altri passaggi del testo è evidente.
Semplicemente geniale
Pietro Giuliani originale su https://sites.google.com/site/phiperfilosofia/doublespeak-in-hobbe
lunedì 5 dicembre 2011
Emozioni e razionalità
Accantonando la miopia riguardo l’influenza delle emozioni sulle decisioni e giudizi, gli studiosi di oggi tendono a non prescindere dalla componente emozionale che, come hanno evidenziato gli esempi apportati, risulta evidentemente capace di influenzare decisioni sensibili che coinvolgono il giudizio morale. Parlando di emozioni, ci si riferisce a stati complessi dell’organismo caratterizzati da modificazioni dell’attività del sistema nervoso autonomo associati a specifiche tendenze dell’azione e a determinate esperienze affettive soggettive.
In seguito agli studi effettuati vengono distinte due specifiche classi di emozioni:
1. STATI EMOZIONALI INCIDENTALI.
Le esperienze affettive del soggetto non sono in relazione con l’oggetto del giudizio o della decisione (es: stato d’animo, disposizioni emozionali, fattori contestuali). Questi stati emozionali influenzano in diversi modi i processi di giudizio e di decisione in quanto più accrescono d’intensità più pregiudicano il comportamento logico delle persone. Un chiaro esempio è l’ansia. Gli individui ansiosi dimostrano minore capacità di organizzazione mnemonica delle informazioni e di assimilazione di inferenze logiche rispetto a coloro che hanno maggiore controllo della loro vena ansiogena.
2. RISPOSTE EMOZIONALI INTEGRALI.
Sono stati affettivi suscitati dalle caratteristiche dell’oggetto che viene preso in considerazione per la formulazione di un giudizio. Richiedono minore impiego di risorse cognitive e sono realizzate su informazioni di tipo descrittivo. Strettamente associato quindi risulta essere il Vividness Effect, ovvero attraverso una modalità di comunicazione estremamente intensa viene esercitato sugli individui un forte impatto emozionale in risposta ai pericoli comunicati (es: il “caso del morbo della mucca pazza” che ha provocato un’isterica paura verso qualsiasi tipo di carne bovina che poteva provocare la diffusione della malattia).
Nel campo invece della razionalità, uno studio di Pham (2007) ha denotato la necessità di individuarne tre diverse concettualizzazioni in modo da approfondire il suo intreccio con le emozioni nei processi di giudizio e decisione.
1. CAPACITA’ DI RAGIONARE LOGICAMENTE.
Le persone sono giudicate razionali se si attengono nei loro ragionamenti a standard logici.
2. COERENZA TRA OBIETTIVI E AZIONI.
Gli individui agiscono seguendo un interesse di tipo personale.
3. SCELTE COMPORTAMENTALI CHE ADEMPIONO A OBIETTIVI SOCIALI.
Queste scelte sono considerate logicamente coerenti perché soddisfano principi morali promuovendo comportamenti socialmente desiderabili e assolvendo obiettivi di natura evoluzionistica, altruistica e primaria. Questo tipo di razionalità definita “ecologica” è stata messa in luce proprio nel famoso paradigma sperimentale denominato “Ultimatum Game” già visto precedentemente.
Sempre nel contatto tra emozioni e razionalità all’interno dell’ambito dei comportamenti decisionali, ampia rilevanza ce l’hanno due fenomeni, l’Illusione di Autocontrollo e l’Ottimismo Irrealistico, nei quali la razionalità si disperde in favore di una sopravvalutazione di se stessi sempre più vicina alla Teoria dell’onnipotenza dei pensieri freudiana.
1. L’ILLUSIONE DEL CONTROLLO.
Quante volte capita che i risultati di determinate situazioni vengono motivate dall’abilità personale piuttosto che da agenti casuali! Gli individui infatti tendono a credere di avere una qualche possibilità di controllo della situazione e di essere in grado di influenzare il risultato grazie alle loro abilità. La psicologa americana Ellen Langer (1975) ha studiato tale fenomeno denominato Illusione del Controllo, che fa riferimento alla causa dell’esito atteso in un determinato evento. Conducendo sei esperimenti in cui furono coinvolti 600 partecipanti, dimostrò prima il fenomeno e successivamente che le persone si comportano come se potessero esercitare il controllo in situazioni casuali dove sono presenti degli indicatori di abilità. Con indicatori di abilità Langer identifica delle proprietà di una situazione normalmente associate all'esercizio di abilità, in particolare la facoltà di scelta, competizione, familiarità con lo stimolo e coinvolgimento nella decisione. Nel momento in cui veniva controllata l’abilità dei partecipanti si osservava come essi si mostravano fiduciosi nel successo in maniera eccessiva e immotivata.Un esempio tipico dell’illusione di controllo degli eventi casuali è costituito dal gioco d'azzardo puro, indipendentemente dal poker in cui l’abilità riveste un ruolo importante. Il giocatore è intimamente convinto di poterla spuntare sul banco, pur sapendo razionalmente che non è possibile, perché qualunque organizzatore di giochi sta ben attento a far sì che le probabilità restino sempre in suo favore.
2. L’OTTIMISMO IRREALISTICO.
Si riferisce a un’aspettativa generalizzata per gli esiti positivi indipendentemente dalla fonte che ha generato quegli esiti. Seguendo le orme tracciate dai precedenti studi di Weinstein (1980; 1989) e Svenson (1981), Zakay (1996) ha denotato come la percezione di controllo di un evento futuro sia strettamente irrelata al grado di ottimismo irrealistico. L’ipotesi è stata formulata partendo da un esperimento che proponeva a dei partecipanti, tutti studenti di scuole superiori, di confrontarsi con un obiettivo sconosciuto al quale avrebbero dovuto assegnare una probabilità di occorrenza più elevata a eventi positivi controllabili, più bassa a eventi negativi e rispettive probabilità assegnate a obiettivi vaghi. I risultati ottenuti dimostrano come l’ottimismo irrealistico possa essere risultato di processi motivazionali come l’attribuzione ego-difensiva (tendenza ad attribuire a fattori esterni piuttosto che a fattori interni il proprio insuccesso e, viceversa, a fattori interni piuttosto che a fattori esterni i fallimenti).
Mariangela Lentini e Corinna Maria Traversa
sabato 3 dicembre 2011
SISTEMA DI CRISI (Parte II)
La crisi odierna è frutto delle politiche di quegli anni, della cessione a privati di aziende pubbliche, che garantivano allo Stato grosse entrate. Dalla situazione del 1995, quando il debito pubblico raggiunse il suo apice[1], ma in cui il 90% di quel debito era, appunto, interno (posseduto, cioè, da investitori italiani), siamo passati ad una situazione in cui il 44% del nostro debito è estero (detenuto, cioè, da stranieri).[2]
Infatti, il debito pubblico in sé è un falso problema, dipende da chi possiede il debito: il Giappone ha un debito molto più alto di quello italiano, ma detenuto quasi esclusivamente da investitori residenti, l’esatto opposto della situazione europea.[3]
E tra questi investitori, ovviamente, non mancano i grandi istituti di credito e le banche d’affari (come Goldman Sachs, appunto, che nelle ultime elezioni americane ha finanziato sia la campagna elettorale del democratico Barack Obama, sia quella del suo avversario, il repubblicano John McCain[4]).
L’enclave italiana della potente banca americana è folta: oltre ai già citati Monti, Prodi e Tononi, per lei hanno lavorato anche Gianni Letta[5] e Mario Draghi. L’ex-governatore di Bankitalia e oggi presidente della Bce passò a Goldman Sachs nel 2001, dopo aver lasciato l’incarico al Tesoro, ricoprendo il ruolo di advisor di Abn Ambro e Banco di Bilbao, le due banche che, poco dopo, rilevarono le quote di maggioranza, rispettivamente, di Antonveneta e Bnl.[6]
E, valicando i confini nazionali, troviamo altri nomi, come il già citato premier greco Papademos, ex-governatore della banca centrale greca dal 1994 al 2002 (sì, proprio nel periodo in cui il giornalista Greg Palast accusa GS di aver iniziato i suoi loschi affari nell’economia ellenica), o l’irlandese Peter Sutherland, che partecipò attivamente alle operazioni di salvataggio della sua nazione durante l’ultima crisi.[7]
La rete di rapporti di queste banche è impressionante, e finisce per generare colossali conflitti d’interesse che vengono sempre ignorati dalle varie classi politiche, ma che non mancano di farsi sentire: appena eletto, Barack Obama promise che avrebbe colpito i responsabili della crisi, tra cui c’era la banca Jp Morgan Chase, che aveva finanziato la sua campagna elettorale[8]. Non solo la promessa non è stata mantenuta, ma il presidente degli Usa ha addirittura nominato William Daley, dirigente di Jp Morgan, suo capo di gabinetto.[9]
Il caso di Mario Monti, poi, è ancora più sospetto: Goldman Sachs, accusata di aver scatenato la crisi in Italia, ora si ritrova un suo uomo di fiducia a dirigere il Paese. La stessa cosa sta accadendo, in questi giorni, in Grecia: la scelta di affidare il governo all’ex-vicepresidente della Bce Lucas Papademos è speculare a quella italiana, poiché anche il nuovo premier greco ha lavorato per Goldman Sachs.[10]
In pieno conflitto d’interessi sono anche le famose agenzie di rating, gli organi che dovrebbero controllare l’economia di nazioni e aziende, assegnando loro un voto in base al rischio d’investimento. Le stesse, si ritrovano sotto il diretto controllo delle aziende che dovrebbero controllare e consigliare.[11]
Ma a che scopo tutto questo?
Forse le motivazioni sono da ricercare nelle teorie di Milton Friedman, fondatore della scuola monetarista e sostenitore della politica del laissez-faire (il minimo intervento della politica negli affari economici), e in un documento redatto dopo la prima riunione della Commissione Trilaterale (organizzazione nata nel 1973 per volere del presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller), intitolato The crisis of Democracy[12], nel quale si sostiene che un eccesso di democrazia aveva causato una paralisi del sistema decisionale, causando la crisi economica dei primi Anni Settanta. Il mercato andava, quindi, liberalizzato, diminuendo l’intervento statale e favorendo i privati, a discapito della democrazia diretta.[13]
Si tratta della dottrina economica del Neoliberismo, di cui si fecero portavoce in primis Jimmy Carter e, successivamente, Ronald Reagan e Margareth Tatcher, negli Anni Ottanta.
Per riuscire in questo scopo, per recuperare il controllo sulla politica, sarebbe così nata la Commissione Trilaterale, che riunisce industriali, economisti e politici. Mario Monti, al momento, è presidente della sezione europea della Commissione.[14]
Parallelamente alla Commissione, ma ben più segreto, c’è il Gruppo Bilderberg, nato nel 1954 ma pubblicamente conosciuto solo dagli Anni Duemila. Le riunioni si svolgono nel più totale segreto, i partecipanti devono essere stati invitati per avere accesso alle riunioni, e sono vincolati al silenzio. [15]
La giornalista Naomi Klein, nel suo saggio Shock economy, spiega come sia possibile manovrare l’opinione pubblica al fine di farle accettare misure che, normalmente, sarebbe ritenute inaccettabili: riduzioni di salari, delle pensioni, privatizzazione delle aziende statali, rinuncia alla sovranità monetaria, tutte manovre che possono essere approvate solo in seguito ad un forte shock. Come uno shock psicologico fa regredire la vittima ad uno stato infantile, in cui è più facilmente manovrabile, la stessa strategia può essere applicata in economia. Così, una crisi diventa lo shock necessario per far passare le riforme “lacrime e sangue”.[16]
Tutto ciò fa emergere, dalla nebulosa situazione riportata dalla stampa mainstream, l’esistenza di una lobby bancaria tanto potente da decidere della sorte di governi e di interi Stati. La possibilità che gruppi di persone sfruttino il sistema economico capitalista per trarne profitto e difendere i propri interessi non dovrebbe stupire.
Valerio Moggia.
[9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-06/william-daley-morgan-nuovo-190242.shtml?uuid=AYgU0ixC
[12] http://www.scribd.com/doc/8317647/The-Crisis-of-Democracy-Michel-Crozier-Samuel-Huntington-Joji-Watanuki
[13] http://www.sinistrainrete.info/geopolitica/1269-giovanna-cracco-il-regime-di-verita-del-libero-mercato.html
[15] Vedi nota 11; Il Club Bilderberg, Daniel Estulin; http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/4593-gli-inquietanti-sponsor-di-mario-monti
[16] Shock economy, Naomi Klein; http://www.youtube.com/watch?v=ScQO1txA57o
giovedì 1 dicembre 2011
La verità rende liberi?

La risposta arriva sempre dal libro e per capirla dobbiamo tener conto di un altro aspetto che la frase citata contiene implicitamente e cioè che 2+2=4 è la verità; si potrebbe dunque riformulare la frase con “Libertà è la libertà di dire la verità”. Credo sia possibile dire che tutto il romanzo orwelliano(o almeno una gran parte) gira intorno alla verità o meglio alla sua compromissione o negazione. Non è un caso che Winston lavori al Ministero della Verità il cui compito è in definitiva di mentire ma attenzione, non solo e non tanto nel senso di inventare bellamente, bensì nel senso di reinterpretare i fatti, gli avvenimenti e addirittura i dati secondo quanto viene indicato dal Partito o dal Grande Fratello. Lo scopo da raggiungere è duplice: fare in modo di convincere ogni persona che tutto è sempre stato uguale a dispetto dei cambiamenti che pure sono sotto gli occhi di tutti e in secondo luogo di convincere che ci sia benessere. I vantaggi di quest'ultimo scopo sono facilmente intuibili, più difficile è capire il perchè del primo; in effetti far credere al popolo e agli stessi membri del partito, che nulla cambia è un modo per evitare che la gente possa pensare: infatti il cambiamento implica un esercizio mentale, che potrebbe portare a delle domande che sarebbero pericolose per il potere costituito. Un'altra spiegazione ci viene direttamente dal romanzo, in particolare dal libro “Teoria e prassi del colletivismo oligarchico” che l'eversivo Goldstein ha scritto, in cui spiega il funzionamento del partito. La spiegazione prende in considerazione uno dei 3 slogan del Partito (scritti peraltro sulle mura del Ministero della Verità) ovverro “L'ignoranza è forza”: infatti alterando il passato si evita il confronto con il presente e si mantiene la credenza dell'infallibilità del Partito.
L'alterazione della verità è anche espressa nel concetto del bipensiero, cioè la capacità di dire una cosa e allo stesso tempo il suo contrario, minando quindi il concetto di verità alle fondamenta ovvero annientando il principio di non contraddizione. Un meccanismo del bipensiero è indicato con la parola nerobianco vale a dire la possibilità di dire una cosa o il suo contrario a seconda dei casi; la valenza stessa della parola è duplice: positiva se attribuita a un sostenitore del Partito in quanto attitudine a dire che il nero è bianco o viceversa a seconda dei dettami del partito, e negativa se attribuita a un ribelle in quanto indica una menzogna spudorata. Ci sono molte altre considerazioni sul bipensiero e su altri argomenti che però non esprimo per evitare di complicare ancor più le cose e soprattutto per non svelare troppi particolari a chi ancora non ha letto il libro. Comunque anche da questa estrema sintesi si può capire il significato della frase con cui ho cominciato: infatti dire che 2+2=4 anche se il Partito dice che 2+2=5 significa riportare la verità in un mondo fondato sulla menzogna e significa anche dimostrare la fallibilità del Partito e da lì derivano tutte le opportunità che sono precluse come per esempio avere un confronto, avere una propria opinione, avere la possibilità di cambiare, insomma tutte quelle libertà che sono presenti, o dovrebbero esserlo, in un regime democratico e che sono pericolose in un regime totalitario. Nei regimi totalitari infatti la menzogna è sempre presente; nel descrivere le attività del Ministero delle Verità Orwell aveva in menta la situazione dell'Unione Sovietica, dove si diceva che tutte le più grandi invenzioni o scoperte della storia erano state fatte dai russi o da Stalin in persona.
La menzogna è comunque presente in tutti i regimi totalitari, o che aspira(va)no al totalitarismo, come il fascismo italiano: per esempio nei giornali e in tutti gli altri strumenti di informazione quali giornaliradio, cinegiornali ecc. era pressochè inesistente la cronaca nera, questo per dare l'immagine di un regime che riusciva a garantire l'ordine. Per questo ed altri motivi la menzogna ha un ruolo importante nella propaganda di tutti i generi. Ciò è evidente nel mondo distopico di Orwell ma anche nei regimi realmente esistiti o esistenti. Questa cosa viene detta anche da diversi filosofi come Simone Veil o Hanna Arendt. In particolare secondo la Arendt il problema non è tanto la menzogna in quanto tale ma la menzogna deliberata. La menzogna è sempre stata un'azione politica, ma quando un governo o un regime la usa in modo strutturato e la menzogna diventa dominante, la verità cessa di esistere e questo è proprio quello che accade nei regimi totalitari. La Arendt dice un'altra cosa interessante e cioè che solo in un sistema dominato dalla menzogna deliberata la verità diventa azione politica(negli altri casi è una virtù) e inoltre la menzogna deliberata non può mai diventare verità; qui ci si ricollega al 2+2=4 espresso da Orwell: la verità è quella, anche se il Partito dice che 2+2=5, ma se tutti ne entrassero in possesso per il Partito sarebbe la fine quindi l'unico modo per sopravvivere è negare la libertà di dire la verità poichè “Libertà è libertà di dire che 2+2=4. Se è concessa questa libertà ne conseguono tutte le altre”

martedì 29 novembre 2011
Un romanzo per la vita: D. H. Lawrence romanziere e critico letterario
La carriera letteraria di Lawrence cominciò nei primissimi anni del Novecento e fu incoraggiata da Ford Madox Ford, che ne pubblicò poesie e racconti sulla rivista da lui diretta, The English Review. Già in questi primi lavori Lawrence si concentrò sui temi che saranno approfonditi nei suoi romanzi: il racconto Odour of Chrysantemums per esempio, pubblicato da Ford nel 1911, mostra il complesso rapporto tra una donna e il marito minatore, basato sulla distanza, che viene colmata da un attaccamento alla terra da parte dell’uomo. Questo rapporto non ha via d’uscita se non con la tragica morte del marito, motivo di turbamento profondo per la moglie.[1] Sin da subito, quindi, la problematicità dell’amore, inserita in un contesto sociale ancora arcaico, lontano dalla disprezzata civiltà industriale, si rivela uno dei Leitmotiv della narrativa lawrenciana.
I romanzi riprendono il filo rosso che si manifesta già nei racconti: il contrasto tra una società ancora arcaica e comunitaria e la civiltà occidentale; il conflitto tra ragione e istinto; il desiderio di emanciparsi dalle convenzioni attraverso il contraddittorio rapporto tra uomo e donna, che si rivela complicato e doloroso. In The Rainbow (1915) l’autore narra le vicende di una famiglia nel corso di tre generazioni, sul modello di un altro grande Familienroman del Novecento, Die Buddenbrooks del tedesco Thomas Mann. The Rainbow è il “romanzo del matrimonio”[2]: Lawrence infatti analizza il cambiamento del rapporto tra uomo e donna attraverso le tre generazioni della famiglia Brangwen nel contesto di un’altra trasformazione, quella della società che da rurale e comunitaria diviene via via meccanizzata, individualizzante e alienante.
L’esperienza sessuale è quindi centrale in un mondo che si sta disgregando troppo velocemente; essa è percepita da Lawrence come uno strumento con cui l’uomo può mantenere un contatto con la propria natura. Si tratta di un legame che porta con sé qualcosa di mistico, che permette all’uomo e alla donna di esperire il mistero e il miracolo della vita che si rinnova in eterno, e che per questo è molto fragile: entrambi devono saper riconoscere e rispettare l’alterità dell’altro senza rinunciare alla propria individualità, cercando di raggiungere un non facile equilibrio che renda possibile e fortifichi il rapporto. Il coronamento dell’amore è la maternità, che però comporta nell’uomo una serie di reazioni contrastanti: da un lato infatti ne è affascinato, ma dall’altro ne è spaventato, perché vede nella donna un temibile nemico che ha la possibilità di creare e portare in grembo la vita, cosa a lui preclusa e che inevitabilmente acuirà l’estraneità della moglie.
La speranza di un rapporto migliore con l’altro sesso è coltivata da Ursula, figlia della seconda coppia presa in considerazione nel romanzo The Rainbow. Speranza che però si dissolve in Women in Love, scritto durante la guerra e accompagnato da una progressiva disillusione dell’autore di fronte agli orrori del conflitto mondiale. La fattoria dei Brangwen è stata abbandonata, Ursula prosegue l’insegnamento e la sorella inizialmente conduce un vita d’artista a Londra, città simbolo del “tramonto dell’Occidente”[3], del disgregamento dei valori tradizionali: il legame con la terra, l’unione matrimoniale, la famiglia. Le sorelle Brangwen cercano di fuggire da questi legami che considerano costrittivi attraverso l’amore con due giovani, Gerald Crich e Rupert Birkin, un amore vissuto con l’istinto, che è contemporaneamente lotta e appagamento, ma che non sarà suggellato, nel caso di Crich e Gudrun, da un anello nuziale, simbolo di un’istituzione tipicamente vittoriana. Al contrario, Crich considera Gudrun una sostituta della madre, intesa come fonte di vita in quanto donna, e si getta tra le sue braccia disperatamente dopo la morte del padre, prefigurando la propria distruzione.[4] Nella parte finale del romanzo, infatti, questo rapporto si farà talmente conflittuale che porterà Crich a tentare di uccidere la giovane. Proprio in questo tentativo, però, sarà lui a trovare la morte.[5]
Birkin, invece, corona l’amore con Ursula con il matrimonio, ma sente il forte bisogno di allearsi con l’amico per sfuggire a una realtà che gli sembra fortemente matriarcale. Necessita di un legame con un uomo, che però si rivela un’inconcludente utopia, a causa della presenza nemica di Gudrun, che distruggerà l’autonomia di Crich.
In questi primi romanzi, Lawrence continua a vedere l’amore come un legame irrinunciabile ma inevitabilmente accompagnato da una lotta, talvolta distruttiva, sia con l’altro membro della coppia sia con le convenzioni tradizionali, in cui i suoi personaggi non credono più perché ormai atrofizzate e portate avanti con inerzia. Esse rischiano di bloccare il vitalismo, l’energia, l’istinto umano, in amore come in ogni ambito della vita quotidiana. Un nuovo rapporto fra i sessi è invece al centro dell’ultimo romanzo, Lady Chatterley’s Lover (1928), pubblicato autonomamente a Firenze. I due protagonisti, Constance Chatterley e l’amante Mellors, vivono la loro relazione adultera senza falsi pudori, con una tenerezza che sta alla base del rapporto sessuale, e che mostra una concezione del sesso vissuto senza malizia, come esaltazione dell’amore, della vita, del contatto con la propria natura. Questa dimensione deve essere recuperata per superare la corruzione della civiltà industriale, che ha allontanato gli uomini dalla consapevolezza del proprio corpo a favore di una falsa spiritualità e ha provocato una concezione malata e corrotta del sesso. Proprio per questo il romanzo andò incontro alla reazione scandalizzata della critica, che portò nel 1929 alla condanna e al sequestro sul suolo inglese.
Dalla pratica alla teoria: Lawrence critico del romanzo
Recentemente mi è capitato di imbattermi in sei saggi in cui Lawrence illustra la propria poetica narrativa. L’esigenza di una riflessione teorica nasce nel 1923, quando Lawrence scrive “The Future of the Novel”, “Il futuro del romanzo”. Innanzitutto opera una distinzione tra il romanzo di prim’ordine, come l’Ulisse di Joyce e À la recherche du temps perdu, Alla ricerca del tempo perduto, di Proust, e il romanzo popolare, come Babbitt di Sinclair Lewis. Dopodiché si concentra soprattutto sulla prima tipologia, riconoscendone il valore letterario e la forte intensità conoscitiva. Ma ne rimprovera la minuta analisi introspettiva, poiché distoglie l’attenzione dalla vera realtà e dalla vera vita, che si trovano al di fuori di sé, nelle relazioni instaurate con gli altri. Soltanto recuperando questa dimensione il romanzo sarà davvero in grado di dare un contributo significativo per la conoscenza della realtà in tutti i suoi aspetti.
Nei successivi saggi, risalenti tutti al 1925, Lawrence continua a delineare il suo pensiero riguardo al ruolo del romanzo nella società, dando per prima cosa un’interpretazione antirealistica e antinaturalistica dell’arte in genere. Nel saggio “Art and Morality”, “Arte e moralità”, egli si occupa infatti di pittura, disciplina per cui nutre un profondo interesse e che considera la più adeguata premessa al discorso sul romanzo degli altri saggi.
Egli sceglie come modello di questa concezione artistica il noto pittore Cézanne, fautore di un recupero della corporeità attraverso la pienezza delle forme e la ricchezza del colore, con cui si proponeva di riprodurre sulla tela l’emozione suscitata dall’osservazione degli oggetti nella realtà. Con l’essenzialità della sua pittura egli riuscì a superare la tendenza tipica dell’arte occidentale a rappresentare la realtà con precisione fotografica, fermandosi alla superficie visibile senza riuscire a penetrarla e cogliere nella rappresentazione la vita che anima tutti gli elementi del cosmo e il divenire delle loro relazioni, non visibile a uno sguardo superficiale poiché appartenente a una dimensione ignota che prende corpo proprio nel dipinto.
Lo stesso vale per il romanzo: nel saggio “Morality and the Novel”, “Moralità e romanzo”, Lawrence sviluppa una riflessione di tipo etico, introducendo il concetto di romanzo “morale”. Si tratta di un’opera in cui la vita viene rappresentata con sincerità, in tutti i suoi aspetti, senza dover necessariamente rispettare convenzioni di tipo tematico, strutturale e sociale che Lawrence considera obsolete e che renderebbero la narrazione parziale e quindi falsa. Per chiarire la sua posizione, egli fornisce un esempio di romanzo che considera non morale nel saggio “The Novel”, “Il romanzo”: si tratta di Anna Karenina di Tolstoj, in cui l’interpretazione morale dell’autore tenta di minare quello che Lawrence ritiene il vero messaggio veicolato dal testo. La sincera passione tra i due protagonisti, Anna e l’ufficiale Vronskij, seppur raccontata magistralmente, soccombe sotto il peso schiacciante delle convenzioni sociali: Anna è un’adultera che non potrà mai più reintegrarsi nella società russa, dominata dal conformismo borghese. Condannando questa relazione con la morte della protagonista, Tolstoj trasmette un messaggio che Lawrence non condivide, poiché invita a sacrificare la propria natura in nome di convenzioni e valori morali imposti dalla società.
In “Why the Novel Matters”, “Perché il romanzo conta”, egli vuole al contrario dimostrare che, in un’epoca come il primo Novecento, in cui l’uomo è stato privato di valori certi, l’unica moralità consiste proprio nel non imporne una, lasciando che la vita fluisca naturalmente, senza forzarne l’andamento con il romanzo, genere a cui Lawrence attribuisce il primato conoscitivo poiché può mostrare all’uomo come vivere veramente. Perché ciò sia possibile, come si legge nell’ultimo saggio, “The Novel and the Feelings”, “Il romanzo e i sentimenti”, è necessaria una rappresentazione della vita nella totalità dei suoi aspetti, che ripristini l’originario equilibrio tra razionalità e istinto messo in discussione dalla civiltà occidentale. L’uomo si è infatti illuso con la cultura e la civilizzazione di aver raggiunto un livello di conoscenza molto elevato, sempre perfettibile, che secondo Lawrence manca però di una componente fondamentale: la conoscenza dell’aspetto più irrazionale e istintivo della natura umana. Esso prende vita nella nostra interiorità, che paragona a una foresta abitata da creature indomabili, i “feelings”, i sentimenti. Reprimendoli, la civilizzazione ha provocato un livello di degenerazione che solo il romanzo, e non certo la psicanalisi, guardata con diffidenza, può curare.
Forte è dunque la sua fiducia nei confronti del romanzo per risollevare le sorti della società contemporanea, che si aggrappa disperatamente a una tradizione e a una serie di valori ormai in dissolvimento, e che necessitano di un rinnovamento. In base a queste considerazioni è dunque opportuno inserire la riflessione di Lawrence all’interno del Modernismo, desideroso di affrancarsi dalla tradizione ereditata dal secolo precedente per dare spazio a una nuova idea di arte, che rispecchi le esigenze rinnovate di un’umanità sempre più priva di certezze come era quella della prima metà del Novecento, e come forse è tuttora.
[1] Cfr. S. Albertazzi, Introduzione a Lawrence, Editori Laterza, Roma-Bari 1988, p. 5
[2] Ibid., p. 39
[3] O.Spengler, Der Untergang des Abendlandes (1918), trad. it., Il tramonto dell’Occidente: lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Longanesi & C., Milano 1981
[4] Cfr. Albertazzi, op. cit., p. 55
[5] “Eros e Thanatos” è l’espressione utilizzata dalle storie letterarie per fare riferimento a questa compresenza di amore e morte, soprattutto durante il Decadentismo. L’amore e le morte sono per esempio protagonisti di un romanzo del grande Gabriele D’Annunzio: si tratta de Il trionfo della morte (1894), in cui il protagonista Giorgio Aurispa muore gettandosi da una rupe insieme all’amata-odiata Ippolita Sanzio, donna dotata di una potente carica sensuale, nella quale Giorgio vede una minaccia per il proprio tentativo di rinascita da una condizione di inettitudine,debolezza, inferiorità. Come Giorgio, anche Crich dunque non riesce a svincolarsi dalla potente figura femminile di Gudrun se non tramite la morte.
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