domenica 30 settembre 2012
BUON COMPLEANNO UOMO MEDIOCRE!
mercoledì 22 febbraio 2012
I NOSTRI NEUROTRASMETTITORI
E’ interessante notare come delle piccole molecole presenti all’interno del nostro corpo possano governare il nostro stato d’animo: felicità, gioia, piacere, dolore, pianto, fame, sete, depressione.. tutto dipende dalla concentrazione di alcuni neurotrasmettitori secreti da alcune cellule del nostro cervello.
La Serotonina, per esempio, è un neurotrasmettitore che controlla diverse parti del corpo:
a livello gastrointestinale provoca l’eccitazione della muscolatura liscia, stimolando la secrezione di fluidi necessari per poter digerire le sostanze che mangiamo; provoca inoltre la sensazione di nausea a vomito a livello dei nervi sensoriali dello stomaco.
A livello ematico, quindi dei vasi sanguigni, provoca una vasocostrizione soprattutto dei grandi vasi intracranici, responsabili del mal di testa e regola l’aggregazione piastrinica.
La serotonina agisce anche sulle terminazioni nervose dove provoca dolore.
Ma è a livello del sistema nervoso centrale che si osservano le sue incredibili proprietà: è implicata nella regolazione della temperatura corporea, della sessualità, dell’appetito, se siamo felici o tristi, se abbiamo sonno o no… avviene tutto grazie alle diverse concentrazioni di questa sostanza.
Sono stati sviluppati molti farmaci che regolano la secrezione o l’assorbimento di serotonina nelle sinapsi del sistema nervoso centrale:
farmaci antipsicotici, quali antidepressivi e ansiolitici, agiscono specificatamente sui neuroni serotoninergici.
Anche alcune sostanze stupefacenti alterano la sintesi o la degradazione di questa molecola, favorendo l’accumulo nel cervello e aumentando cosi l’effetto di benessere ed entusiasmo.
Neurotrasmettitori come la dopamina sono implicati nella coordinazione dei movimenti corporei, stati di motivazione, di ricompensa e di rinforzo.
Cocaina e altre droghe danno assuefazione perché stimolano il rilascio di dopamina in specifiche aree encefaliche.
Abbiamo anche molecole simili al principio attivo della cannabis dette endocannabinoidi delle quali il piu importante è l’anandamide che, se non ricordo male, significa “estremo piacere”.
Negli ultimi tempi si sta studiando molto questa molecola perché potrebbe essere la cura di molte malattie terminali quali sclerosi laterale amiotrofica, cancro e altre malattie.
Gli endocannabinoidi hanno recettori a livello del sistema nervoso periferico e sulle cellule del sistema immunitario, provocano una ridotta percezione del dolore, un senso di benessere, stato di motivazione, stimolano l’appetito e inibiscono il sistema immunitario.
Per questi motivi è stata avanzata l’ipotesi di un possibile utilizzo della cannabis come farmaco per il trattamento di alcune malattie neurodegenerative: riduce l’attivazione del sistema immunitario evitando il progredire delle patologie autoimmuni, potrebbe alleviare gli atroci dolori che pazienti malati di cancro provano soprattutto nelle fasi più avanzate della malattia.
E ora vi lascio uno spunto di riflessione: in alcuni paesi europei questi ultimi farmaci sono già presenti in commercio; in Italia sono illegali. Perché non commercializzare un farmaco che potrebbe salvare la vita? Tutti i farmaci che prendiamo hanno effetti collaterali e anche gravi, eppure sono comunque in commercio!
Rossana
venerdì 13 gennaio 2012
LE NUOVE FRONTIERE DELL’ETICA
Nel tentativo di delineare con sufficiente chiarezza i problemi che sono sorti e che potranno sorgere nei prossimi anni e i dubbi che l’uomo – e in particolare il filosofo – è chiamato a risolvere, non si darà spazio, in queste poche pagine, alle risposte e ai possibili scenari, che verranno, invece, proposti nei successivi articoli.
Se la democrazia -intesa come l’intende l’Europa degli ultimi dieci anni- guarda al progresso e spinge ad esso ‘democratizzando la società’, è anche vero che questo processo va di pari passo con una crescita della libertà individuale, soprattutto in termini di etica. Tutti i bambini sono obbligati ad andare a scuola, a sottoporsi a controlli medici e vaccinazioni, ma, d’altra parte, l’individuo può scegliere liberamente di divorziare, di usufruire dei recenti sviluppi della chirurgia plastica, di prendere delle decisioni sui propri comportamenti sessuali. La democrazia si avvia a un progresso che si basa su un benessere più o meno orizzontale, e per questo è necessario che più individui possibili partecipino attivamente alla società, in un modo o nell’altro. Più individui usufruiscono del benessere, più individui lavoreranno per la società e, di conseguenza, il benessere aumenterà. Naturalmente questo meccanismo è assolutamente insufficiente a descrivere le vere dinamiche in gioco, anche quelle di questo modello di democrazia un po’ approssimativo, ma credo che ci basterà per capire le problematiche che sorgono con gli interventi genetici. Arriviamo subito al dunque: chi deve scegliere se intervenire sui geni di un possibile embrione? L’individuo o la società? Ovvero: i genitori o i medici?
Supponiamo che la vostra risposta sia: l’individuo, quindi i genitori. Ma ne siete proprio sicuri? Lasciare all’individuo una simile scelta, vorrebbe dire non avere, innanzitutto, nessun potere per arginare i capricci dell’uomo. Se due genitori avessero la possibilità di manipolare geneticamente il proprio figlio a loro rischio e pericolo, e quindi pagando privatamente la struttura di fiducia, questo vorrebbe dire:
1. Non avere nessun controllo sulla società
2. Rischiare di dividere e separare con un vuoto incolmabile due parti della società (quelli che possono permettersi gli interventi genetici- e quindi i ricchi- saranno anche i vincitori delle partite di calcio, i più bravi alunni a scuola, i più sani, insomma i ‘primi’ della vita, mentre i poveri continueranno ad avere figli disabili, o anche solo figli con una memoria normale, o che hanno bisogno degli occhiali per leggere)
3. Privare i ‘fragili’ del massimo supporto da parte della società (è chiaro che se su 100 bambini, 20 sono disabili, la società risponde in modo diverso rispetto al caso in cui su 100 bambini solo 1 è disabile - sia a livello di preparazione economica e infrastrutturale, sia a livello di preparazione umana e professionale)
Supponiamo ora che la vostra risposta sia: lo stato, ovvero i medici. Vi siete forse dimenticati i risultati e le conseguenze dell’eugenetica del secolo scorso? Anche senza arrivare a considerare il nazismo, che riuscì a peggiorare anche i più immorali programmi eugenetici, credete forse che i vecchi mezzi dell’eugenetica del Nord America e dell’Europa (sterilizzazione forzata, imposizioni su scelte riproduttive) siano leciti? Se sì, allora pensate a che cosa potrebbe comportare il fatto che lo stato si prenda la responsabilità di decidere chi deve sottoporsi a interventi genetici (con l’obiettivo di evitare la nascita di individui disabili che, oltre a implicare costi per la società, avranno sicuramente una vita piena di limitazioni, dolori e sofferenza):
1. La creazione di una società priva di disabilità (pensate che sia solo positivo?!)
2. L’impossibilità da parte di un genitore di decidere liberamente e quindi di seguire la sua particolare morale (che può, per esempio, essere influenzata da aspetti religiosi)
3. La creazione di un ‘Brave new World’ a tutti gli effetti
A questo punto, forse, è necessario fare un passo indietro e chiederci: è lecito manipolare gameti, geni, embrioni? Che cosa comporterebbe la risposta ‘sì’?
1. Non permettere l’esistenza di individui (nel momento in cui manipolo il gene di un individuo, avrò forse lo stesso individuo che avrei avuto prima? Non è forse il gene l’essenza -a livello biologico- dell’individuo?)
2. Infrangere il diritto di esistere di questi individui
3. La creazione di un ‘Brave new World’ a tutti gli effetti
Che cosa presuppone questo ‘sì’?
1. Che ci sentiamo pienamente responsabili sulla vita dell’individuo che sta per nascere, a tal punto che decidiamo sulla sua vita in modo irreversibile
2. Che ci arroghiamo il diritto di decidere quale vita è ‘degna di essere vissuta’ e quale no
3. Che pensiamo che ‘sofferenza’ sia peggio di ‘non essere’ (se pensiamo che l’individuo geneticamente modificato non sia più l’individuo di prima) o di ‘non sofferenza’ (se pensiamo che, al contrario, l’individuo continui a essere se stesso anche dopo l’intervento genetico). Credo che la questione iniziale sia quella di decidere se gli interventi genetici siano semplici ‘cure’ (come una vaccinazione o un intervento chirurgico agli occhi) oppure se debbano essere visti come impedimenti per l’esistenza di individui. Una volta chiarito questo passo, dovremmo poi chiederci su che basi possiamo decidere se una vita può essere degnamente vissuta. Ma questo non basta: non vi sembra che il tipo di discriminazione (o selezione) che tale scelta comporta sappia di ‘regressione morale’ ?
Forse sarà meglio cercare -innanzitutto- di capire qual è il vero gioco che si sviluppa aldilà della questione morale: un gioco di interessi che confliggono e che non sono mai univoci. Qual è l’interesse della società? E della democrazia? E dei genitori? Ma, soprattutto, quali diritti ha l’individuo prima di entrare a far parte a tutti gli effetti della società?
Vera Matarese originale su https://sites.google.com/site/phiperfilosofia/le-nuove-frontiere-dell-etica
lunedì 9 gennaio 2012
Il locus di controllo e scelte intertemporali
In realtà non esiste una distinzione così netta tra gli individui. In effetti, seppur sia presente in ciascuno una tendenza per un locus di controllo interno o esterno, sono molto rari i casi in cui queste due tendenze sono espresse in modo estremo. In questo senso, non sempre le persone con una tendenza per un locus di controllo esterno sottostimano le loro possibilità di controllare gli eventi della vita e non sempre persone con una tendenza per un locus di controllo interno pensano di poter controllare tutti gli eventi che accadono loro: molto dipende anche dalle circostanze, dalle aspettative e dall’evento che l’individuo deve affrontare.
Partendo indicativamente da questa differenziazione di condotta dei singoli, Rotter tracciò una “teoria dell’apprendimento sociale”, sostenendo che il locus di controllo dipenda strettamente dall’aspettativa degli individui verso il mondo. Se il locus dell’individuo è interno, l’atteggiamento del singolo di fronte agli eventi della vita sarà poco arrendevole e molto determinato nel cercare di raggiungere obiettivi e mete che egli percepisce cadere sotto il suo controllo. Il singolo si sentirà maggiormente responsabile delle sue azioni e avrà maggiori possibilità di successo. Proprio chi è più intelligente tende a manifestare un locus interno e a percepire gli eventi esterni come tutti soggetti al proprio controllo, favorendo l’acquisizione di maggiore consapevolezza delle proprie competenze e un maggiore padroneggiamento degli eventi che li coinvolgono. Differentemente gli individui che sviluppano un locus esterno presentano un atteggiamento più passivo rispetto agli accadimenti dell'esistenza e saranno presumibilmente più orientati ad accettare gli eventi anche quando potrebbe intervenire efficacemente nel modificarli. Non solo, ma da un punto di vista delle relazioni interpersonali, alcuni autori sostengono che sia maggiormente adattivo possedere un locus di controllo interno piuttosto che esterno. Infatti si è visto come la percezione di essere prevalentemente controllati da persone potenti si accompagni spesso ad un sentimento di sfiducia negli altri, mentre, al contrario, un comportamento di attenzione e soccorso nei confronti degli altri sembra sia caratteristico degli individui con un locus di controllo interno.
Un’ulteriore distorsione relativa al controllo delle proprie decisioni si verifica nelle scelte intertemporali, ovvero scelte che manifestano una sistematica tendenza umana a sottovalutare gli esiti presenti rispetto a quelli futuri. Un esempio è la “preferenza miope” di Loewenstein e Thaler (1989). I due studiosi evidenziano come i soggetti sembrano più disposti ad aderire ai suggerimenti se vengono apportate a loro prove visivamente evidenti (es: i pazienti sono più propensi ad abbandonare una prolungata esposizione ai raggi solari nel momento in cui i medici sottolineano la possibilità di in estetismi cutanei piuttosto che cancro).
Ma in che modo le neuroscienze potrebbero modificare il modello che descrive le scelte intertemporali?
Nel libro “Neuroeconomia, neuromarketing e processi decisionali” di F.Babiloni, V. M. Meroni e R. Soranzo, pubblicato nel 2007 dall’editore Springer, si è mostrato come gli esseri umani sembrino essere gli unici tra i viventi a preoccuparsi di fare sacrifici immediati tenendo presente le conseguenze future. Prima di tutto si afferma che la capacità di pensare alle conseguenze future è tanto importante che le preferenze temporali vengono messe in relazione con l’intelligenza. Secondariamente, molte persone sembrano effettuare scelte miopi quando si trovano sotto l’influenza di forti emozioni. Infine si potrebbe cercare di distinguere gli individui in base alla loro forza di volontà volta ad evitare tutti quei comportamenti guidati dall’instintività.
Un modello così delineato potrebbe aiutare a comprendere non solo l’impulsività ma anche casi limite come gli alcolisti che non riescono a fare a meno di bere e le persone così dette shopaholics che, anche incorrendo in ristrettezze economiche, non smettono di fare acquisti.
La Neurotica risulta essere proprio quella disciplina che attraverso esperimenti neuroscentifici si focalizza su microaspetti della razionalità dell’uomo, fornendo una visione fragile della natura umana oscillante tra diversi piani morali, razionali ed emozionali.
Nella contrapposizione tra razionalità ed emozioni non possiamo esimerci dal ricordare che quando si parla di controllo della sfera emozionale, non s’intende semplicemente evitare di “lasciarsi andare”, ma anche riuscire ad emozionarci un po’ di più, qualora tendessimo ad essere troppo cerebrali.
In luce a quanto è stato analizzato possiamo formulare un vero e proprio training personale di addestramento alla razionalità e alle emozioni ricercando un potenziamento delle nostre capacità. Quando ci accorgiamo di essere vittime delle emozioni potremmo cercare di spostarci sul razionale anche con dei semplici stratagemmi, concentrandosi per esempio su dei piccoli particolari, come dettagli o colori di un quadro, o perfino recitando delle tabelline numeriche.
Per diventare invece meno razionali, e spesso più piacevoli, occorre un lavoro preparatorio, che dà risultati meno immediati: bisogna imparare a rilassarsi, a concentrarsi sulle proprie sensazioni fisiche e mentali, ad abituarsi a provare piacere per le proprie percezioni.
Provare per credere!
Mariangela Lentini e Maria Corinna Traversa
sabato 17 dicembre 2011
Il Moral Judgement
“La ragione è completamente strumentale. Essa non può dirci dove andare; tutt’al più può dirci come arrivarci. È un’arma da utilizzare che può essere impiegata per ottenere un qualche scopo, buono o cattivo che sia” sostenne Simon (1983) volgendosi verso il grande problema della razionalità dei comportamenti.
È possibile determinare un ventaglio di regole normative pratiche che indirizzino l’individuo verso un comportamento razionale che assicuri il miglior grado di soddisfazione soggettiva?
Siamo in grado di costruire modelli predittivi del comportamento?
Riusciremo ad avere un coscienziometro?
Tutte domande che hanno dato impulso alla nascita della Neurotica, disciplina che si destreggia nel campo d’indagine dei processi decisionali riguardanti valutazioni e azioni morali.
Simon coniando la nozione di razionalità limitata ha messo in luce quanto sia restrittivo circoscrivere il comportamento umano all’assunzione di modelli puramente razionali. Chiaro imput dell’inadeguatezza nel basarsi solo su coerenti e stabili regole logiche viene dai risultati ottenuti nelle ricerche degli ultimi 35 anni, le quali hanno documentato come molte decisioni vengono prese non in base a teorie standard decisionali, ma seguendo fattori giudicati dall’approccio normativo classico “irrilevanti”. Spesso l’individuo, seguendo la scia dell’istintività, piuttosto che eseguire un’azione che gli assicurerebbe razionalmente un esito migliore, utilizza strategie intuitive e semplici euristiche efficaci il più delle volte ma nello stesso tempo rischiose perché produttrici di distorsioni o errori sistematici.
Da non sottovalutare quindi è l’influsso che l’ambito emozionale può avere nella sfera decisionale, entrando a volte in conflitto con la razionalità soprattutto nella sfera del giudizio morale, il quale implica scelte di tipo etico. La Neurotica, come l’ etica filosofica, infatti si propone di comprendere il relativo ruolo di ragione ed emozione nel processo della presa di una decisione morale, anche se continua a risultare difficile fornire fin da principio una definizione formale del giudizio morale.
Da un punto di vista pratico il moral judgement è una valutazione di comportamenti e azioni di una persona definite in base ad una serie di virtù rese obbligatorie da una cultura o da una comunità.
La storia del pensiero occidentale mostra come questo sia stato generalmente sbilanciato in favore della ragione contro l’emozione; non così però all’inizio del Novecento, quando Freud e la psicologia comportamentista suggerirono che il giudizio morale fosse prodotto da fattori emotivi non-razionali. Con la rivoluzione cognitiva e i lavori di Lawrence Kohlberg (che riprende quelli di Jean Piaget), il giudizio morale torna ad essere prodotto del ragionamento e della cognizione superiore. Tuttavia, negli anni ’80, a seguito della cosiddetta “rivoluzione emotiva”, rinforzata negli anni ’90 dall’attenzione crescente ai processi mentali automatici, si assiste al ritorno della considerazione del ruolo dell’emozione nel processo di presa di decisione morale; e qui s’inserisce lo sviluppo degli studi neuroetici.
Per molto tempo quindi è stato enfatizzato il ruolo della razionalità nella formulazione del moral judgement creando una forte analogia con la descrizione di massime ed imperativi nella Critica della Ragion Pratica kantiana.
Sulla cresta dell’onda razionalista, Kohlberg (1987) sottolinea come i giudizi morali prescrivano ciò che si dovrebbe fare nelle situazioni in cui varie richieste entrino in conflitto tra loro. In quest’ottica le emozioni morali non sono la diretta causa dei giudizi morali anche se possono fungere per queste ultime da stimolo. Risulta chiaro quanto la teoria dello sviluppo morale di Kohlberg sia strettamente influenzata dalla filosofia kantiana.
Il filosofo di Königsberg sottolinea come la legge morale sia un imperativo categorico che obbliga le azioni particolari dei singoli a sottomettersi all’incondizionata legge della ragione.
Distaccandosi invece dal modello razionalista-kantiano altri studiosi come Damasio (1994) pongono come perno per la formulazione del giudizio morale l’emozione, l’affettività e l’intuizione, rifacendosi al modello intuizionista.
Ma è con Greene e colleghi (2001 - 2004) che, dopo un’attenta analisi delle aree cerebrali interessate nella gestione delle emozioni e delle valutazioni morali attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), viene messa a punto l’innovativa Dual-process Theory, in grado di spiegare la differenza comportamentale delle persone davanti a due situazioni di dilemma morale apparentemente simili (il Trolley Dilemma e il Footbridge Dilemma). Proprio il conflitto tra razionalità ed emotività è in grado di denotare le difficoltà nel fornire risposte a questioni che implicano un dilemma morale. Non esisterebbe in sostanza un modulo o centro morale, piuttosto una continua interazione (e lotta) tra processi emotivi e cognitivi realizzati da sistemi cerebrali dissociabili. Greene et al. ripropongono i dilemmi morali di Thomson (1986) sottolineando come i giudizi morali variano in base alla situazione che può essere personale o impersonale.
La prima è quella in cui la violazione del principio morale causa un danno grave diretto a una o più persone che non deve risultare da una deviazione di una minaccia esistente, mentre la seconda è il venir meno di uno di questi aspetti.
1. DILEMMA MORALE IMPERSONALE. DILEMMA DEL TROLLEY.
Una locomotiva senza controllo si sta dirigendo verso 5 operai che stanno lavorando sui binari. Il percorso dei binari presenta un binario secondario a sinistra verso cui si può far deviare il percorso della locomotiva. Tuttavia nel tracciato di sinistra c’è un altro operaio che lavora. È appropriato azionare il cambio il modo da deviare il trolley sul binario secondario e salvare così 5 operai? La risposta della maggior parte delle persone affermativa. L’impersonalità della situazione e l’azione mediata che comporta l’azionare la leva del cambio sprona la maggior parte degli uomini ad optare per una soluzione razionale ed utilitaristica: salvare 5 vite piuttosto che una sola. L’azione infatti comporta la deviazione di una minaccia. L’obiettivo non risulta essere uccidere l’operaio che lavora sul binario secondario (questa è solo una conseguenza anticipata e/o prevista).
2. DILEMMA MORALE PERSONALE. DILEMMA DEL FOOTBRIDGE.
Una locomotiva senza controllo si sta dirigendo verso 5 operai che stanno lavorando sui binari. Ti trovi proprio su un ponte sopra ai binari assistendo alla scena e capendo che l’unico modo per fermare il trolley è gettare un peso molto grosso che lo blocchi. Lì vicino c’è uno sconosciuto molto grasso. È appropriato spingere giù dal ponte lo sconosciuto in modo da fermare il treno e salvare le vite dei 5 operai? La maggior parte delle persone ha risposto che questo atto risulterebbe inappropriato. Si tratterebbe di una azione diretta che colpirebbe profondamente il soggetto nella sua emotività, in quanto è più cosciente che mai di star compiendo un omicidio (a livello giuridico) fisicamente con le sue mani. Una persona innocente danneggiata in modo diretto verrebbe usata come mezzo per un fine, violando così l’imperativo categorico kantiano.
Secondo Greene e colleghi i dilemmi morali personali suscitano risposte emotive negative che portano l’individuo a considerare l’azione come non appropriata. Nel cercare di superare la distinzione tra personale e impersonale ci si dovrà focalizzare sul ruolo dell’intenzionalità, aspetto alla base del Principio del Doppio Effetto (Moore, Clark e Kane 2008). Questa teoria etica sancisce la liceità di danneggiamento di un individuo se la sua conseguenza comporta un bene maggiore, mentre danneggiare qualcun altro come mezzo deliberato per un bene maggiore non risulta essere appropriato. Sempre nel loro studio del 2001, Greene et al. hanno identificato un decisore che dovrebbe andare oltre la reazione emotiva utilizzando una sorta di “controllo cognitivo”. Questo è capace di giudicare un dilemma morale personale come appropriato, permettendo così all’individuo di trovare una giustificazione razionale all’azione e, con un’ottica utilitaristica, considerare la violazione morale come accettabile se al servizio di un bene maggiore.
Anche nell’ambito della Teoria dei Giochi si rivelano aspetti indubbiamente interessanti riguardo la scelta tra diverse opzioni.
1. DILEMMA DEL PRIGIONIERO. GIOCO NON COOPERATIVO.
Due criminali vengono catturati ma non ci sono prove a loro carico. Vengono messi in due celle diverse e a ciascuno singolarmente senza che l’altro possa ascoltare viene detto: “Se tu confessi e il tuo complice no, tu sei libero e il tuo complice si prende 7 anni; se confessa anche lui però, vi prendete 6 anni a testa; d’altra parte, se non confessi e il tuo complice confessa, lui è libero e tu vai in prigione per 7 anni; infine, se non confessate nessuno dei due, siccome non abbiamo prove, possiamo tenervi dentro solo per 1 anno”. La Teoria prevede che la strategia ottimale di questo gioco non cooperativo sia la confessione, perché chi confessa ha un range di condanne da 0 a 6 anni, mentre chi non confessa da 1 a 7, la condanna media è superiore nel secondo caso rispetto al primo. L’azione del confessare, in questo esempio, è strettamente funzionale a minimizzare la pena per ogni singolo giocatore, sperando che l’altro non faccia altrettanto. Se però l’altro adotta la stessa strategia, rischieremmo comunque meno che evitando di far condannare l’altro confessando. Il rischio però è alto. In questi giochi si suppone che non vi sia collaborazione e che nessuno dei due giocatori conosca la scelta dell’altro.
2. GIOCO DELL’ULTIMATUM. GIOCO COOPERATIVO.
Vi sono due giocatori e una certa quantità di danaro, di cibo, di qualsiasi cosa si voglia dividere. Il primo giocatore sceglie come suddividere (per esempio, 50 e 50) e il secondo sceglie se gli sta bene la divisione. Se approva si procede alla scissione altrimenti nessuno prende niente. Molti ritengono che questo gioco sia un ottimo simulatore delle interazioni all’interno di una società umana e un indicatore dell’avversione della gente per le ingiustizie. Infatti, un’azione ingiusta del primo giocatore, quello che deve dividere la quantità, porta ad una reazione del secondo giocatore tale per cui la strategia ingiusta si rivela poi fallimentare. Il secondo giocatore infatti reagisce alle offerte del primo a livello emotivo non accettando a volte una divisione giusta come se volesse far valere qualche sorta di ricatto, essendo lui, in definitiva, a scegliere se concedere il premio a entrambi; ma un’azione del genere sarebbe dannosa in parti uguali, e quindi la leva ricattatoria decadrebbe. Logicamente a livello d’insiemistica 1 è meglio di 0 e quindi è razionalmente lecito accettare qualsiasi offerta avanzata dal primo giocatore perché risulterebbe in ogni caso un guadagno.
Mariangela Lentini e Maria Corinna Traversa
lunedì 5 dicembre 2011
Emozioni e razionalità
Accantonando la miopia riguardo l’influenza delle emozioni sulle decisioni e giudizi, gli studiosi di oggi tendono a non prescindere dalla componente emozionale che, come hanno evidenziato gli esempi apportati, risulta evidentemente capace di influenzare decisioni sensibili che coinvolgono il giudizio morale. Parlando di emozioni, ci si riferisce a stati complessi dell’organismo caratterizzati da modificazioni dell’attività del sistema nervoso autonomo associati a specifiche tendenze dell’azione e a determinate esperienze affettive soggettive.
In seguito agli studi effettuati vengono distinte due specifiche classi di emozioni:
1. STATI EMOZIONALI INCIDENTALI.
Le esperienze affettive del soggetto non sono in relazione con l’oggetto del giudizio o della decisione (es: stato d’animo, disposizioni emozionali, fattori contestuali). Questi stati emozionali influenzano in diversi modi i processi di giudizio e di decisione in quanto più accrescono d’intensità più pregiudicano il comportamento logico delle persone. Un chiaro esempio è l’ansia. Gli individui ansiosi dimostrano minore capacità di organizzazione mnemonica delle informazioni e di assimilazione di inferenze logiche rispetto a coloro che hanno maggiore controllo della loro vena ansiogena.
2. RISPOSTE EMOZIONALI INTEGRALI.
Sono stati affettivi suscitati dalle caratteristiche dell’oggetto che viene preso in considerazione per la formulazione di un giudizio. Richiedono minore impiego di risorse cognitive e sono realizzate su informazioni di tipo descrittivo. Strettamente associato quindi risulta essere il Vividness Effect, ovvero attraverso una modalità di comunicazione estremamente intensa viene esercitato sugli individui un forte impatto emozionale in risposta ai pericoli comunicati (es: il “caso del morbo della mucca pazza” che ha provocato un’isterica paura verso qualsiasi tipo di carne bovina che poteva provocare la diffusione della malattia).
Nel campo invece della razionalità, uno studio di Pham (2007) ha denotato la necessità di individuarne tre diverse concettualizzazioni in modo da approfondire il suo intreccio con le emozioni nei processi di giudizio e decisione.
1. CAPACITA’ DI RAGIONARE LOGICAMENTE.
Le persone sono giudicate razionali se si attengono nei loro ragionamenti a standard logici.
2. COERENZA TRA OBIETTIVI E AZIONI.
Gli individui agiscono seguendo un interesse di tipo personale.
3. SCELTE COMPORTAMENTALI CHE ADEMPIONO A OBIETTIVI SOCIALI.
Queste scelte sono considerate logicamente coerenti perché soddisfano principi morali promuovendo comportamenti socialmente desiderabili e assolvendo obiettivi di natura evoluzionistica, altruistica e primaria. Questo tipo di razionalità definita “ecologica” è stata messa in luce proprio nel famoso paradigma sperimentale denominato “Ultimatum Game” già visto precedentemente.
Sempre nel contatto tra emozioni e razionalità all’interno dell’ambito dei comportamenti decisionali, ampia rilevanza ce l’hanno due fenomeni, l’Illusione di Autocontrollo e l’Ottimismo Irrealistico, nei quali la razionalità si disperde in favore di una sopravvalutazione di se stessi sempre più vicina alla Teoria dell’onnipotenza dei pensieri freudiana.
1. L’ILLUSIONE DEL CONTROLLO.
Quante volte capita che i risultati di determinate situazioni vengono motivate dall’abilità personale piuttosto che da agenti casuali! Gli individui infatti tendono a credere di avere una qualche possibilità di controllo della situazione e di essere in grado di influenzare il risultato grazie alle loro abilità. La psicologa americana Ellen Langer (1975) ha studiato tale fenomeno denominato Illusione del Controllo, che fa riferimento alla causa dell’esito atteso in un determinato evento. Conducendo sei esperimenti in cui furono coinvolti 600 partecipanti, dimostrò prima il fenomeno e successivamente che le persone si comportano come se potessero esercitare il controllo in situazioni casuali dove sono presenti degli indicatori di abilità. Con indicatori di abilità Langer identifica delle proprietà di una situazione normalmente associate all'esercizio di abilità, in particolare la facoltà di scelta, competizione, familiarità con lo stimolo e coinvolgimento nella decisione. Nel momento in cui veniva controllata l’abilità dei partecipanti si osservava come essi si mostravano fiduciosi nel successo in maniera eccessiva e immotivata.Un esempio tipico dell’illusione di controllo degli eventi casuali è costituito dal gioco d'azzardo puro, indipendentemente dal poker in cui l’abilità riveste un ruolo importante. Il giocatore è intimamente convinto di poterla spuntare sul banco, pur sapendo razionalmente che non è possibile, perché qualunque organizzatore di giochi sta ben attento a far sì che le probabilità restino sempre in suo favore.
2. L’OTTIMISMO IRREALISTICO.
Si riferisce a un’aspettativa generalizzata per gli esiti positivi indipendentemente dalla fonte che ha generato quegli esiti. Seguendo le orme tracciate dai precedenti studi di Weinstein (1980; 1989) e Svenson (1981), Zakay (1996) ha denotato come la percezione di controllo di un evento futuro sia strettamente irrelata al grado di ottimismo irrealistico. L’ipotesi è stata formulata partendo da un esperimento che proponeva a dei partecipanti, tutti studenti di scuole superiori, di confrontarsi con un obiettivo sconosciuto al quale avrebbero dovuto assegnare una probabilità di occorrenza più elevata a eventi positivi controllabili, più bassa a eventi negativi e rispettive probabilità assegnate a obiettivi vaghi. I risultati ottenuti dimostrano come l’ottimismo irrealistico possa essere risultato di processi motivazionali come l’attribuzione ego-difensiva (tendenza ad attribuire a fattori esterni piuttosto che a fattori interni il proprio insuccesso e, viceversa, a fattori interni piuttosto che a fattori esterni i fallimenti).
Mariangela Lentini e Corinna Maria Traversa
lunedì 21 novembre 2011
Storia della Neuroetica
La crescente comprensione del funzionamento del sistema nervoso centrale ha prodotto una capacità di intervenire sul cervello che oltrepassa la semplice cura di disturbi organici. La possibilità, che è venuta sviluppandosi con il progresso delle tecniche neuroscientifiche, di intervenire su un cervello considerato sano per modificarne il comportamento ha aperto scenari inattesi che hanno contribuito alla nascita della Neuroetica.
Alcuni interventi risalenti ai primi del Novecento hanno dato credito a questo timore. Ne è un esempio l’invenzione del neurochirurgo portoghese Antonio Egas Moniz che nel 1936 aveva messo a punto una tecnica, detta leucotomia prefrontale, per la cura di debilitanti malattie psichiatriche. La leucotomia prevedeva la trapanazione in vari punti del cranio e la distruzione della sostanza bianca dei lobi frontali mediante iniezioni di alcol all'interno di essi. Questa pratica consentiva una riduzione dei sintomi a prezzo, però, di apatia e mutamenti nella personalità del paziente. Tuttavia, all’epoca, effetti del genere erano considerati mali minori, tanto che a Moniz fu assegnato il Nobel per la Medicina nel 1949. La fortuna di questa nuova procedura non si arrestò e venne esportata negli Stati Uniti dal neurochirurgo americano Walter Freeman che modificò il nome da leucotomia in lobotomia. Freeman sviluppò una nuova procedura per attuare la lobotomia ambulatorialmente: perforava lo strato osseo appena sopra la palpebra utilizzando un punteruolo rompighiaccio che, poi, muoveva energicamente al fine di danneggiare il lobo frontale. Questa pratica molto in voga e famosa a quei tempi si rivelò essere estremamente dannosa per i pazienti che pretendeva di curare.
Il ripetersi di casi simili condusse, negli anni Settanta, alla nascita della Bioetica, “un sapere pratico che riflette sui limiti di liceità e illiceità degli interventi dell’uomo sulla vita, resi possibili dal progressivo sviluppo delle scienze e della tecnologia in biologia e medicina” (D’Agostino e Palazzini 2007, 9). Fu, appunto, per affrontare le difficoltà nel prendere decisioni su questioni etiche molto complicate nell’ambito della pratica clinica e della ricerca nel contesto ospedaliero che vennero istituiti i Comitati Etici Ospedalieri. L’atto di nascita di questi comitati è riconosciuto nella sentenza emessa, nel 1976, dalla Corte Suprema del New Jersey sul caso Karen Quinlan, una ragazza in coma profondo i cui genitori domandarono il distacco dal respiratore artificiale.
Per arrivare alla prima astrazione del termine “neuroeticista”, però, occorre aspettare il 1989, anno in cui i neurologi entrarono, per la prima volta, a far parte dei Comitati Etici Ospedalieri.
Il termine Neuroetica fu , invece, coniato all’interno della conferenza ‘Neuroethics: Mapping the Field’, tenutasi a San Francisco nel maggio del 2002, per indicare l’esame di ciò che è giusto o di ciò che è sbagliato , di che cosa è bene e di che cosa è male nel trattamento, nel perfezionamento, nelle intrusioni indesiderate e nelle preoccupanti manipolazioni del cervello umano.
La filosofa e neuroscienziata Adina Roskies ha proposto una partizione all’interno di questa nuova scienza:
L’etica delle neuroscienze riguarda la riflessione sulle applicazioni controverse delle neuroscienze stesse e potrebbe rientrare all’interno della Bioetica: una decisione medica, infatti, non differisce se riguarda un qualsiasi organo o il cervello così come le questioni riguardanti la privacy genetica non sono diverse da quelle riguardanti la privacy cerebrale;
Le neuroscienze dell’etica s'incentrano sulla riflessione metaetica, ovvero quella riflessione che si concentra sul ragionamento morale a partire dalle sue basi materiali. In questo caso si tocca l’essenza dell’essere umano, la sua identità personale, cosa che sembra possa avvenire solo con la manipolazione diretta del cervello.
Nel caso dell’etica delle neuroscienze si può intervenire per libero consenso del paziente oppure normativamente, cosa che non è possibile, invece, nel caso delle neuroscienze. Nel campo neuroscientifico le conoscenze, una volta rese disponibili, rivelano automaticamente i loro effetti di auto comprensione dell’essere umano, con le relative conseguenze sociali, politiche e giuridiche.
Due dei temi più importanti all’interno del dibattito neuroetico sono quelli concernenti la privacy cerebrale e il potenziamento cerebrale, ovvero il potenziamento chimico o tecnologico che non mira al ripristino di una situazione di normalità (cura) ma ha come obbiettivo l’innalzamento delle risposte emotive e cognitive.
A questo proposito si potrebbe ricadere in temi filosofici quale il libero arbitrio, lo statuto della coscienza e la concezione stessa della persona e della natura umana. Rientra appieno in dilemmi di questo genere la questione riguardante l’autonomia. Secondo la definizione classica, “ l’autonomia individuale è l’idea che si riferisce alla capacità di essere la propria persona, di vivere la propria vita secondo ragioni e motivi che sono considerati come propri e non il prodotto di forze esterne che manipolano o distorcono”. (Christman 2003)
Autonomo è, allora, chi è in grado di governare il proprio Sé senza essere influenzato da interferenze esterne, chi è in grado di decidere in che cosa credere soppesando le diverse ragioni pro e contro una determinata azione. Fondamentali nel caso dell’autonomia risultano, quindi, la consapevolezza circa le regole che ci s’impone di seguire e la riflessione razionale, ossia la capacità di valutare le norme di condotta esistenti e di scegliere con il necessario distacco quali di esse seguire.
Il nostro discorso, d’ora in avanti, si concentrerà proprio sulla difficoltà di prendere autonomamente decisioni importanti nell’eterna lotta tra emozioni e razionalità che caratterizza l’essere umano
Corinna Maria Traversa e Mariangela Lentini
mercoledì 9 novembre 2011
I primi passi nell'indagine del cervello
I PRIMI PASSI NELL'INDAGINE DEL CERVELLO
L’intuizione che modificazioni all’interno della scatola cranica potessero comportare modificazioni del carattere e della personalità risale, addirittura, a 2000 anni prima della nascita di Cristo. I primi a fornircene un esempio, anche se diretto a scopi molto diversi da quelli odierni, furono gli Egizi. Essi eseguivano abitualmente trapanazioni craniche sul faraone morente per permettere ai demoni imprigionati nel corpo del faraone e responsabili della sua agonia di trovare una via di uscita attraverso il foro praticato nel cranio.
Nel IV secolo a.C. fu Aristotele a tentare di dare una collocazione alle nostre funzioni vitali individuando le sedi delle forze vitali dell’uomo in una serie di ventricoli cerebrali.
Durante il I secolo d.C. Scribonio Largo nelle sue “Computationes Medicae” ci fornisce, invece, il primo esempio di stimolazione elettrica cerebrale eseguita con metodi naturali. A parere del medico romano, infatti, la scossa elettrica causata dall’applicazione di torpedini sul corpo umano aveva effetti benefici nel combattere l’emicrania.
Per quanto riguarda i primi tentativi di localizzare in specifiche zone del cervello le funzioni del corpo dobbiamo aspettare il IV secolo d.C., periodo nel quale Agostino ipotizzò che il cervello fosse diviso in tre ventricoli, ognuno addetto a una determinata funzione del corpo umano. Tuttavia bisognerà attendere Alberto Magno (1200) per avere la prima collocazione specifica dell’intelletto nella zona anteriore del cervello.
Un ulteriore passo in avanti si avrà nel 1600 quando Cartesio elaborerà il suo dualismo, introducendo l’idea che la mente ha caratteristiche proprie che il corpo non può avere. A parere del filosofo, infatti, la res cogitans è una sostanza immateriale in interazione problematica con la res extensa, la materia di cui è costituito il nostro organismo. Il “mentale” viene, quindi, a caratterizzarsi, in opposizione al fisico, per l’unità( il flusso di coscienza e il focus dell’attenzione sono convergenti), l’immediatezza (conoscenza introspettiva diretta dei nostri stati interni), l’immunità dall’errore rispetto all’ascrizione degli stati (uno stato che ci sembra nostro non può che essere nostro) e il carattere qualitativo (l’effetto che fa essere se stessi o esperire certe sensazioni).
Sarà Leibniz nel 1700 a porre una solida argomentazione contro l’idea riduzionalistica del mentale attraverso la metafora del mulino: si immagini di essere ridotti alle dimensioni di un insetto piccolissimo, potremmo allora entrare nel cervello come in un gigantesco mulino meccanico esaminandone in dettaglio il funzionamento, e studiandone gli ingranaggi. Per il filosofo, insomma, il cervello, in quanto oggetto fisico, sarebbe simile a una macchina complessa i cui elementi costitutivi sono oggetti materiali e non pensieri o idee che appartengono a una diversa sfera del reale.
LA NASCITA DELLE NEUROSCIENZE
Le Neuroscienze nascono, nella loro forma più rudimentale, nel 1800 attraverso lo studio di pazienti affetti da deficit funzionali le cui cause erano riconducibili a lesioni corticali.
Uno dei casi più famosi fu documentato nel 1848, anno in cui un operaio statunitense, Phineas Gage, posizionò una carica esplosiva in una cavità rocciosa utilizzando una sbarra di metallo di 6 kg. A causa dell’esplosione, però, la sbarra perforò il cranio dell’uomo uscendo dalla parte opposta. L’uomo non perse mai conoscenza e guarì fisicamente in meno di due mesi; il suo carattere, però, cambiò totalmente, da lavoratore scrupoloso e attento qual era divenne irrequieto, svogliato e aggressivo. Il cambiamento di carattere fu attribuito alle lesioni subite dalla corteccia cerebrale prefrontale e, in particolare, dalle aree deputate alla mediazione tra componenti emotive e componenti cognitive dell’azione, mediazioni cruciali per le decisioni che comportano un aspetto morale.
Nel 1861, invece, il fisiologo francese Pierre Broca ci fornisce il primo esempio di studio neuroscientifico attraverso l’analisi di un paziente che, pur comprendendo perfettamente il linguaggio, non era, però, in grado di articolare parole di senso compiuto. In seguito ai risultati forniti dall’autopsia Broca riuscì a identificare la causa del deficit in una lesione della parte posteriore del lobo frontale sinistro. Solo dopo aver comparato diversi casi simili Broca poté, nel 1864, identificare il lobo frontale sinistro come area della parola.
Mentre sarà lo studio condotto nel 1879 dal tedesco Carl Wernicke che permetterà di attribuire la causa della mancata comprensione del linguaggio a una lesione dell’area temporo-parietale sinistra.
Sino a questo periodo, quindi, l’indagine sul cervello umano era condotta utilizzando esclusivamente due metodi d’indagine:
· Sezionare l’organo post-mortem studiandone l’aspetto e l’anatomia ma senza poter ottenere informazioni sul suo funzionamento;
· Studiare come i traumi cerebrali causati da incidenti modifichino il comportamento delle persone.
Queste osservazioni, però, non sono ancora etichettabili come veri esperimenti, permettono solo di trarre conclusioni molto generali su quale zona del cervello sia importante per quale funzione dell’organismo.
Solamente nel corso del XX secolo con l’avvento delle nuove tecnologie di neuro immagine è stato possibile studiare il cervello mentre è ancora in uso, “fotografandone” l’attività e tracciando mappe della corteccia cerebrale. Oggi esistono molte tecniche per studiare il cervello, ma ce ne sono due che sono tra le più diffuse:
· L’elettroencefalogramma (Eeg) utilizza un piccolo casco all’interno del quale molti elettrodi misurano la presenza dei piccoli campi magnetici che si creano quando le cellule neurali si attivano;
· La risonanza magnetica funzionale (fMRI), sfruttando la proprietà magnetica delle cellule di emoglobina nel sangue, ci permette di capire quali parti del cervello stiano ricevendo più ossigeno, cioè quali parti del cervello siano più “attive” in un determinato momento.
Molto importanti sono anche la tomografia ad emissione di positroni (PET), che permette di misurare alcune aree cerebrali in corrispondenza temporale all’esecuzione di compiti cognitivi, e la stimolazione magnetica transcranica che permette di disturbare l’attività di determinate aree cerebrali per valutare il corrispondente cambiamento delle funzioni mentali che a tale area si ritengono associate.
Un recente studio su persone affette da epilessia del lobo temporale refrattaria a ogni cura mostra come i progressi nel campo delle neuroscienze siano dovuti principalmente alle nuove tecniche sopra citate. Grazie alla risonanza magnetica funzionale sono stati analizzati gli schemi di codifica mnemonica di immagini, parole e volti prima e dopo l’operazione chirurgica di resezione del lobo temporale anteriore, un intervento mirato a ridurre i gravi sintomi dell’epilessia. Tuttavia i risultati hanno riscontrato un peggioramento della memoria verbale in tutti i pazienti sottoposti a resezione del lobo temporale anteriore destro. In studi di questo tipo trovano conferma la localizzazione di alcune funzioni, la loro tracciabilità strumentale e l’aspetto di predizione che permette di fare un passo oltre l’ipotesi iniziale di correlazione tra attivazione cerebrale e prestazione cognitiva.
Lentini Mariangela e Traversa Corinna Maria.
mercoledì 26 ottobre 2011
è nato prima l'uovo o la gallina?!
E’ la prima volta che scrivo su questo sito e visto che mi occuperò della parte scientifica ho pensato di iniziare con un grande quesito che da sempre l’uomo si pone: è nato prima l’uovo o prima la gallina?!
E’ un gran bella domanda, peccato che per il mondo scientifico sembra già essersi risolta tempo fa.
Facciamo un po’ di passi indietro nella storia fino ad arrivare al periodo del Cambriano, quando si ebbe una comparsa repentina di piante, funghi e animali che colonizzarono poi le terre emerse con la conseguente evoluzione delle forme a noi più note di questi organismi.
All’inizio si pensava che gli organismi nascessero per generazione spontanea, vale a dire che le forme di vita avessero origine dalla materia inorganica; questa ipotesi però fu poi confutata da Luis Pasteur. Cosi alla teoria della generazione spontanea si sostituisce quella della biogenesi (ogni specie deriva da un’altra specie).
Ma è proprio qui che nasce il paradosso: se oggi tutto il vivente si origina da altro vivente come sono apparsi i primi organismi (che non possono essere apparsi per biogenesi) ?
La soluzione sta nel fatto che la comparsa della vita sulla Terra si realizzò su una Terra molto diversa dalla nostra.
Con l’ esperimento di S. Miller e H. Urey, basato sulle ipotesi di A.I. Oparin e J.B.S. Haldane, si ricrearono le condizioni della Terra primordiale tali da favorire le reazioni chimiche di sintesi dei composti organici a partire da precursori inorganici.
Nel modello utilizzato l’atmosfera era costituita di H20, H2, CH4(metano) e NH3(Ammoniaca) che, con l’energia fornita dai fulmini e dalle radiazioni UV che attraversavano l’atmosfera primordiale, erano in grado di dare origine a numerosi composti organici compresi alcunisi degli amminoacidi.
Quindi la vita sulla Terra sarebbe comparsa in 4 stadi:
-Sintesi abiotica di piccole molecole organiche, o monomeri (nucleotidi e amminoacidi)
-Unione dei monomeri a formare polimeri (acidi nucleici e proteine)
-Origine di molecole in grado di auto replicarsi
-Inclusione di queste molecole in entità denominate PROTOBIONTI, delimitati da una membrana in grado di separare l’ambiente interno da quello esterno.
Il passaggio chiave è quello della comparsa di REPLICATORI, molecole in grado di auto replicarsi. Oggi si crede che la prima molecola di questo tipo non fosse il DNA ma l’RNA. Questa è l’idea che permetterebbe di superare il paradosso tra chi sia nato prima: l’uovo o la gallina, gli enzimi o i geni?
Nel mondo a RNA, prima di geni ed enzimi, era l’RNA a svolgere entrambe le funzioni!
Spiego meglio: il DNA (che porta tutte le informazioni necessarie per la vita) per replicarsi ha bisogno di proteine, ma le proteine per formarsi necessitano dell’informazione data dal DNA. Come tutti sanno il mediatore tra DNA e proteine è l’RNA: il DNA viene trascritto in RNA e quest’ultimo viene poi tradotto in proteine.
All’origine della vita si sarebbe quindi formata una molecola di RNA che era in grado di portare l’informazione per dare origine a proteine e che era anche in grado di replicarsi.
Il DNA si sarebbe formato solo successivamente in quanto molecola più stabile.