domenica 22 aprile 2012

Esperimenti d'editoria- Parere editoriale

Oggi apriamo la rubrica "Esperimenti d'editoria", che si svilupperà nel corso di tre appuntamenti. Si tratta di testi funzionali in editoria, ossia brevi testi che mettano in luce le caratteristiche di volta in volta ritenute più importanti di un libro a seconda del fruitore. Il primo post è un parere editoriale, ovvero un consiglio di pubblicazione che il consulente propone al direttore editoriale della casa editrice. Mi sono immaginata consulente editoriale di Mondadori nel 1940 per consigliare la pubblicazione di un romanzo molto innovativo... Buona lettura!!

Titolo scelto: Conversazione in Sicilia, Elio Vittorini

E' il racconto di un viaggio alla scoperta di un'infanzia e di una terra fatte di sapori e profumi, che il protagonista proustianamente richiama alla memoria e fa rivivere. Il bisogno di comunicare con i compagni di viaggio e con la madre è il leitmotiv del testo, che rispetto ai precedenti lavori di Vittorini si distingue per un dialogato privo di fronzoli e pregnante, che ricorda molto Hemingway e appassiona per la sua semplicità e la sua musicalità. Un'ottima occasione per leggere qualcosa di nuvo rispetto alla nostra tradizione, in un periodo in cui il pubblico guarda sempre più a modelli stranieri, e per riflettere sugli orrori del nostro tempo, fondamentali per scuotere il torpore del giovane protagonista, che come molti di noi ha perso un fratello in guerra. La censura potrebbe certo intervenire per la presenza di riferimenti poco velati al Regime; tuttavia mi sembra un motivo in più per accettare la sfida, sperando di pubblicare il nuovo Madame Bovary e di bissarne il successo.

Roby <^>

giovedì 19 aprile 2012

Girard, Shakespeare e il desiderio mimetico-Parte II

Il mimetismo in “Sogno di una notte di mezza estate”

La patria potestas

La prima rivalità che si configura nella commedia non è tanto quella tra Demetrio e Lisandro, che caratterizzerà gran parte dell’opera, ma quella tra Egeo, padre di Ermia, e Lisandro, di lei perdutamente innamorato: Egeo considera Ermia una sua proprietà, per questo motivo desidera scegliere per lei l’uomo che diventerà suo marito; Lisandro viene da lui accusato di avergli sottratto la figlia con l’astuzia e la seduzione e di averla resa disobbediente nei confronti del padre. Il tema della patria potestas viene affrontato da Shakespeare in numerosi suoi testi teatrali: da Romeo e Giulietta all’ Otello, opere in cui l’amore tra due giovani è sempre condizionato dalla non approvazione del padre della ragazza, che porta alla nascita di una rivalità molto accesa tra l’innamorato e il genitore, tanto che l’opinione della giovane sembra non avere addirittura alcun tipo di valore.
Nel caso di Sogno di una notte di mezza estate, Teseo effettivamente interroga Ermia, ma la risposta della ragazza non ha alcun valore ai fini della contesa: è la voglia dei due rivali di sottomettere l’altro il filo conduttore di questa prima scena della commedia, tanto che Egeo sarebbe disposto a far tacere i suoi sentimenti di padre verso la figlia, condannandola a morte, per non perdere il conflitto con Lisandro, che pur è un ateniese di buona famiglia. Ciò dimostra che Egeo non vuole che la figlia sposi Lisandro semplicemente per vedere legittimato il suo status di padre: “lei è mia, e ogni mio diritto su di lei io lo cedo in proprietà a Demetrio”.
L’intervento di Demetrio, che invita Lisandro ed Ermia ad usare la ragione e abbandonare la passione, non ha altro effetto che quello di aumentare la rivalità tra i due contendenti, in modo particolare da parte di Egeo, che definisce Lisandro insolente e chiude la disputa senza accennare ad un minimo spostamento di punto di vista.
L’opposizione tra Lisandro ed Egeo è ancora forte nell’ultima parte della commedia: il giovane racconta confuso gli avvenimenti accaduti nella notte nel bosco ed Egeo invoca, contro Lisandro, la “legge sul suo capo”, ribadendo la necessità del suo consenso affinché la ragazza possa essere moglie del giovane, sottolineando così lo spessore e l’importanza del suo ruolo di padre, difeso con orgoglio.


L’invidia di Elena

Elena, la giovane ateniese innamorata di Demetrio e da lui dapprima odiata, poi, dopo l’effetto del succo, a sua volta amata, è forse il personaggio che più di ogni altro possiede la maggior parte delle caratteristiche del desiderio mimetico: la credenza di essere l’unica esclusa dal retaggio divino; la schiavitù nei confronti di Demetrio; il disprezzo verso se stessa; la gelosia e l’invidia verso Ermia.
Il tema della schiavitù verrà affrontato nel prossimo paragrafo. In questo, vorrei mostrare il legame tra il disprezzo che Elena ha verso se stessa e l’invidia covata per la giovane amica.
Elena entra in scena dopo il giuramento d’amore che Lisandro rivolge ad Ermia, ed è chiamata immediatamente dall’amica “Elena bella”: questa apostrofe ci fa capire che effettivamente Elena non è inferiore ad Ermia né per nobiltà, né per età, né per bellezza. Eppure Elena risponde all’amica “Mi chiami bella? Non sia mai”:è evidente che la giovane ateniese non apprezza le proprie qualità, o, ancora meglio, le disprezza fortemente.
All’incapacità di apprezzarsi è dovuta l’incapacità di credere che Lisandro si sia effettivamente innamorato di lei prima, e che anche Demetrio la ami poi, tanto che piuttosto che credere ad un reale innamoramento dei due ragazzi, pensa ad un complotto al quale parteciperebbe anche la povera Ermia, incredula e disperata per la perdita del suo amato.
Questo ribrezzo verso se stessa è motivato dal fatto che Elena si guarda con gli occhi di Demetrio, che non la desidera, anzi la odia; anche l’amica è vista con gli occhi del suo amato, cioè praticamente senza difetti: Ermia è bella, emana un dolce suono con la sua lingua, ha uno sguardo pari alla stella polare; da qui nasce l’invidia covata da Elena, secondo la quale la giovane ateniese è fortunata perché Demetrio la ama e ama la sua bellezza, tanto che giunge a dire: “Ah se si potesse l’aspetto cangiare (…)io, bella Ermia, prima di andar via mi prenderei il tuo. Con i miei orecchi mi prenderei la voce, e coi miei occhi gli occhi; con la mia lingua io mi prenderei il suono della tua e io darei il mondo (…) per essere del tutto in te tradotta”.
Concetto ribadito anche nel momento in cui entrambi i ragazzi sono innamorati di lei: nonostante Elena abbia l’amore di entrambi, riesce ancora ad invidiare Ermia, ed ad inserirla all’interno della presunta burla organizzata contro di lei: Elena non riesce a vedere il mondo circostante con i suoi occhi ed è così innamorata di Demetrio da essere completamente assorbita dalla visione dell’amato.


L’indifferenza di Ermia e Demetrio: i “triangoli a catena”

Quando consideriamo le dinamiche del desiderio mimetico, non bisogna tralasciare che “tutti i successi più clamorosi nell’ambito della doppia mediazione dipendono dall’indifferenza reale o simulata”:nella dialettica servo-padrone, la padronanza ricompensa sempre quello che meglio sa nascondere il proprio desiderio.
Quella che potremmo definire “legge dell’indifferenza” è fortemente presente in Sogno di una notte di mezza estate e tocca sia il rapporto tra Elena e Demetrio sia quello tra Demetrio ed Ermia.
Demetrio, prima di essere stregato, mostra nei confronti di Elena non solo un’indifferenza profonda, ma anche odio: più volte la invita ad allontanarsi, a lasciarlo in pace, a non seguirlo, ma ottiene solo l’effetto opposto, cioè una maggiore attenzione e una crescita d’amore da parte della giovane ateniese. Nel bosco infatti Elena confessa tutto il proprio amore a Demetrio, sottolineando il potere che il giovane ha di attirarla “mi attiri tu, la tua dura calamita che è il tuo cuore”, arrivando addirittura ad affermare che proverà gioia se ad ucciderla sarà la mano che ama tanto; come risposta ottiene soltanto un profondo disgusto da parte di Demetrio nei suoi confronti e una perplessità che il giovane ateniese ha verso gli atteggiamenti adoranti della ragazza contrapposti all’asprezza del suo comportamento, atteggiamenti che non dovrebbero stupire quanti conoscono la teoria girardiana.
Sulla relazione tra Elena e Demetrio, non possiamo fare a meno di notare che Elena svolge il ruolo di servo e Demetrio detiene la padronanza, nella cosiddetta “doppia mediazione”: Demetrio sa di possedere il servo, quindi altro non è che un masochista, un padrone annoiato, cui solo l’insuccesso può far passare la perpetua delusione del perpetuo successo: Demetrio ha bisogno di un mediatore invulnerabile a tutti i suoi tentativi; lo trova in Ermia.
Anche nel rapporto tra Ermia e Demetrio, l’indifferenza della ragazza verso il giovane gioca un ruolo importante: più Ermia respinge Demetrio, più il giovane è attratto da lei. Infatti quando si confida con l’amica Elena, la giovane ateniese mostra un certo disgusto nei riguardi di Demetrio, il quale più lei lo guarda torva, lo maledice, lo odia, più le viene dietro, arrivando a chiederle “perché rimproveri chi ti ama tanto?”
Sul ruolo dell’indifferenza, parole di Girard sono illuminanti: “L’indifferenza non è mai semplicemente neutra, non è mai mera assenza di desiderio. Appare sempre a chi la osserva come la facciata esteriore di un desiderio di se stessi. Ed è questo presunto desiderio che si fa imitare. (…)L’indifferente sembra possedere l’aurea padronanza, della quale tutti noi cerchiamo il segreto”.
Ermia, innamorata di Lisandro, rappresenta per Demetrio una sicura fonte di insuccesso. Il masochista, nel nostro caso Demetrio, prova per la donna che lo ama, Elena, disgusto, mentre si rivolge appassionatamente a chi lo disprezza umiliandolo, Ermia, che ha agli occhi di Demetrio un’autonomia praticamente divina: in questa doppia mediazione, è Ermia che ha il ruolo del padrone e Demetrio che si presenta come schiavo, inevitabilmente attratto dal padrone che lo respinge e lo disprezza e che rivolge il proprio sguardo altrove, verso Lisandro.A partire dalla doppia mediazione si possono sviluppare figure più complesse: in questo caso abbiamo due doppie mediazioni: quella che coinvolge Elena e Demetrio e quella che riguarda Demetrio e Ermia, con un punto di collegamento rappresentato da Demetrio stesso; dalla somma di queste due doppie mediazioni, nasce una figura più complessa. In generale abbiamo che anziché prendere come mediatore uno schiavo, il soggetto sceglie un terzo individuo, creando così dei “triangoli a catena”: il personaggio che faceva la parte di mediatore nel primo triangolo, fa la parte di schiavo nel secondo; in “Sogno di una notte di mezza estate”, Demetrio, che nel primo triangolo della doppia mediazione fa la parte del padrone-mediatore, nel secondo triangolo della doppia mediazione è lo schiavo.

>>FEDE

lunedì 16 aprile 2012

IL CRISTIANESIMO IN ARMENIA


L’Armenia come la conosciamo oggi è una nazione dalla storia relativamente giovane, ma che per contro può vantare una tradizione culturale, spirituale e mistica millenaria. Probabilmente la maggior parte delle persone conosce questa piccola repubblica caucasica soltanto come una delle tante repubbliche ex-sovietiche, che ci sembrano perlopiù tutte uguali e di scarso interesse da un punto di vista prettamente culturale. Una cosa che pochi sanno, ad esempio, è che l’Armenia è la prima e la più antica nazione cristiana della Storia. La data chiave nella storia di questo Paese è l’anno 301, in cui il Cristianesimo è diventato religione di Stato. Ma la nazione armena ha una storia ben più antica e purtroppo spesso travagliata, in tempi antichi e anche più recenti. Questo perché è una terra che si trova in una posizione, la  zona del Caucaso, da sempre crocevia tra popoli e nazioni diversissime tra loro con le quali l’Armenia ha mantenuto sempre rapporti alterni di armonia e di grande conflitto. Storicamente la Grande Armenia (questo il nome col quale si indica l’Armenia storica, che aveva un’estensione molto maggiore rispetto all’attuale repubblica armena) si è trovata in mezzo a grandi imperi, come quello romano e poi quello bizantino a Occidente e quello persiano a Oriente. Soprattutto con i persiani i problemi e i conflitti non sono mancati, tanto è vero che l’Armenia è stata più volte occupata dalla Persia nel corso della sua storia.
 
Dopo il 301, un’altra data importantissima per l’Armenia cristiana è quella del 405, anno nel quale venne inventato l’alfabeto armeno (esattamente come il cirillico per il russo, anche la lingua armena ha un alfabeto esclusivamente proprio) a cui fece immediatamente seguito la traduzione in armeno della Bibbia. È da qui che prende il via la grande tradizione dei manoscritti armeni che va di pari passo con la tradizione mistico-letteraria. Moltissimi sono gli autori di testi mistico-spirituali venerati dalla chiesa armena, il più importante dei quali è San Gregorio di Narek. 

 
È opportuno sottolineare un aspetto importante riguardo alla chiesa armena: per prima cosa gli armeni non sono ortodossi come i greci o i russi. Il culto principale prende il nome di Chiesa apostolica armena, dotata di una propria guida, il Catholicos di tutti gli armeni, che risiede nella città sacra di Echmiadzin poco distante dalla capitale Yerevan. A questa si affianca la Chiesa cattolica armena che però storicamente è meno radicata sul territorio armeno ed è principalmente il culto della diaspora armena, ovvero di molte comunità armene insediate all’estero, soprattutto in Libano dove ha sede il Patriarca di Cilicia, guida suprema dei cattolici armeni. A Venezia, l’isola di San Lazzaro ospita a partire dal ‘700 un importantissimo monastero benedettino di rito armeno, quello dei monaci mekhitaristi.

L’evento della storia del popolo armeno che però viene ricordato in tutta Europa ormai da qualche anno coincide con la pagina più nera della storia armena: il genocidio perpetrato dal governo dei Giovani Turchi contro tutte le minoranze presenti sul territorio dell’ex-impero ottomano, en particolare contro gli armeni che furono rastrellati e uccisi in massa a più riprese tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900. La fase “storica” del genocidio armeno viene solitamente fissata al 1915, anno in cui vennero effettuati rastrellamenti e eccidi in massa come quello di Aleppo nell’attuale Siria. Tra i tanti armeni imprigionati e uccisi c’erano anche grandi esponenti di quella scuola poetica mistico-spirituale a cui ho fatto riferimento, tra i quali Daniel Varujan, grande poeta tradotto anche in italiano.

 
La stagione delle grandi persecuzioni si concluse con l’annessione all’Unione Sovietica nel 1920. L’Armenia che nel 1991 è uscita dall’Ex Urss è una nazione con una popolazione di circa 3 milioni  e mezzo e con un territorio decisamente ridotto rispetto a quello della Grande Armenia. Tant’è vero che molti dei simboli dell’identità armena, come il monte Ararat sul quale secondo la tradizione atterrò l’arca di Noè e la città di Ani,uno dei luoghi più sacri per la chiesa armena, si trovano oggi all’interno dei confini turchi. Ma l’Armenia, con le sue valli profonde e il profilo montagnoso, è rigonfia di gioielli architettonici, di chiese interamente scavate nella roccia, molte delle quali sono siti patrimonio dell’UNESCO nonostante spesso siano lasciate in declino e si trovino in luoghi sperduti. Simbolo supremo della cristianità armena, onnipresenti in tutte le chiese ma anche nelle piazze delle città sono i Khachkar, croci scolpite in pietra con un piccolo rosone alla base, talvolta raffigurate sulle pareti delle chiese con ai fianchi due leoni. Simboleggiano la morte e la resurrezione.


/Fabio/ 


venerdì 13 aprile 2012

Verso euro 2012: Ucraina

Storia

La nazionale di calcio nasce nel 1992 esordendo il 29 aprile in una sconfitta interna contro l'Ungheria(1-3). In precedenza i calciatori ucraini giocavano nell'URSS, ma dopo il 1992 e la breve esperienza della CSI, la nazionale russa fu indicata dalla FIFA e dall'UEFA come unica erede dell'URSS. In ogni caso L'Ucraina ha fornito alcuni dei giocatori più rappresentativi di quella nazionale, basti pensare che 3 fra i primi 5 marcatori sono ucraini: Oleh Blochin(miglior marcatore di sempre, con 42 reti, che vanta anche il record di presenze 112) Oleh Protasov e Viktor Kolotov. Inoltre tra i 20 convocati sovietici all'Europeo 1988 ben 9 erano ucraini, tra i quali anche Mychajlycenko che ricordiamo in forza alla Sampdoria dello scudetto. Anche l'allenatore di quella nazionale era ucraino: Lobanovs'kyj, considerato una vera e propria leggenda in Ucraina, tanto che Shevchenko, dopo aver vinto la Champions league con il Milan, lo omaggiò deponendo sulla sua tomba( era morto l'anno prima) la propria medaglia. Lobanovs'kyj inoltre fu un grande giocatore e allenatore della Dinamo Kiev, sicuramente la squadra più forte e famosa dell'Ucraina. Il club della capitale è stato anche protagonista di quella che è passata alla storia come Partita della morte: nel 1942 il paese era sotto l'occupazione nazista; conoscendo la fama della squadra i tedeschi decisero di giocare una partita tra una selezione ucraina composta da 8 giocatori della dinamo più 3 della Lokomotiv contro una selezione di soldati tedeschi, così il 9 agosto allo stadio Zenith di Kyev si affrontarono il Flakelf (la squadra della Luftwaffe) contro la Star(gli ucraini). Il primo tempo si concluse sul 3-1 per i padroni di casa; i militari tedeschi andarono nello spogliatoio ucraino ordinando ai calciatori di perdere la partita. Le minacce sembravano avere effetto tanto che i tedeschi riuscirono a pareggiare ma poi lo Start ebbe un moto di orgoglio e vinse la partita 5-3. Molti di quei giocatori pagarono caro quella vittoria: uno fu torturato e ucciso con l'accusa di essere una spia, gli altri furono portati nel lager di Sirets o uccisi di lì a un mese; i sopravvissuti furono solo due: Sviridoski e Goncharenko; proprio a quest'ultimo la Dinamo Kiev ha dedicato un monumento con la scritta “A uno che se lo merita”. Parlando invece di gioie più puramente sportive la Dinamo Kiev è stato il primo di un paese del blocco orientale a vincere una competizione UEFA la Coppa delle Coppe 1974-1975 e la successiva supercoppa Europea vinta contro la corazzata del Bayern Monaco; la squadra ebbe come protagonista Blochin che si guadagnò il pallone d'oro proprio quell'anno e allenata dal già nominato ct Lobanovs'ky entrambi erano presenti anche undici anni dopo quando la Dinamo vinse la sua seconda Coppa delle Coppe nella stagione '85-'86. Anche in ambito nazionale la Dinamo Kiev ha vinto moltissimo 13 campionati dell'URSS e 13 campionati dell'Ucraina, attualmente però il predominio nazionale gli è conteso dallo Shaktar Donetsk. A livello di nazionale l'Ucraina non ha fatto faville, infatti non ha mai giocato un Europeo e ha esordito ai mondiali solo nel 2006 riuscendo ad arrivare ai quarti di finale che rappresenta comunque un ottimo risultato per un'esordiente. Quello di quest'anno sarà anche l'esordio al campionato Europeo.

Cammino verso Euro 2012

L'Ucraina in quanto paese ospitante si è qualificata d'ufficio pertanto non ha giocato partite ufficiali, ma nelle amichevoli viene da un trend di 5 risultati utili consecutivi avendo vinto quattro partite contro Estonia, Bulgaria, Austria e Israele e pareggiando contro la Germania per 3-3. La squadra ha come ct il grande Blochin il quale ha decretato come obiettivo minimo il passaggio del turno, per farlo si affida all'esperienza di giocatori come Andriy Shevchenko, Anatoliy Tymoshchuk e Olexandr Shovkovskiy, ma anche a dei giovani come Yaroslav Rakitskiy, Andriy Yarmolenko e Yevhen Konoplyanka. La nazionale ospitante è stata inserita nel gruppo D dove affronterà Inghilterra, Francia e Svezia. Sebbene negli utlimi anni queste nazionali siano forti più di nome che di fatto, sono tutte e tre decisamente superiori ai gialloblu e quindi con ogni probabilità la nazionale casalinga non riuscirà a passare il turno e se riuscisse a fare 3 o più punti sarebbe da considerare un successo.

martedì 10 aprile 2012

Girard, Shakespeare e il desiderio mimetico-Parte I

«Con migliaia di libri su Shakespeare che ingombrano gli scaffali delle biblioteche, chiunque si accinga a scriverne uno nuovo, è tenuto a cominciare adducendo una valida giustificazione. La mia storia sarà quella solita: una passione irrefrenabile per il suo teatro. […] Se l’imitazione è certamente presente nel desiderio, e contamina il nostro impulso ad acquisire e a possedere, non si limita però ad avvicinare le persone: le allontana anche, e il paradosso è che può fare le due cose simultaneamente. […] Shakespeare ha scoperto così presto la realtà di questo fenomeno, che il modo cui vi si accosta nelle prime opere appare ingenuo, per non dire caricaturale».
Così René Girard apre la sua opera Shakespeare. Il teatro dell’invidia, sottolineando il filo conduttore che verrà seguito in tutto il testo: la ricerca dei caratteri del desiderio mimetico nel teatro shakespeariano, a partire da I due gentiluomini di Verona fino alle estreme elaborazioni de Il racconto d’inverno e La tempesta, passando per commedie come Sogno di una notte di mezza estate, e tragedie come Giulio Cesare; le caratteristiche fondamentali del desiderio mimetico sono tutte presenti: il desiderio triangolare, la competizione, la gelosia, l’invidia, il masochismo, l’indifferenza, fino alla consapevolezza che l’interiorità dell’individuo, lungi dall’essere autonoma, è essenzialmente interindividuale.
E’ evidente quindi come la scelta da parte di Girard di proporre un saggio su Shakespeare non sia casuale: lo scrittore di Stradford-upon-Avon presenta elegantemente tutte le caratteristiche del desiderio mimetico, descritte da Girard nel suo saggio Menzogna romantica e verità romanzesca. Le mediazioni del desiderio nella letteratura e nella vita e già ritrovate in altri autori come Cervantes, Stendhal, Flaubert, Dostoevskij e Proust. Ed è proprio questa capacità di presentarci il desiderio come qualcosa di non spontaneo ma derivante da imitazione, che accomuna questi scrittori e che li fa accedere alla verità romanzesca; ed è proprio ciò che li accomuna che interessa a Girard (che in questo senso si allontana profondamente dalla maggior parte dei critici letterari contemporanei, che sono soliti cercare in un autore ciò che lo rende assolutamente unico e singolare): d’altronde tutti i grandi autori, sono più moderni di noi, perché svelano i segreti del nostro vivere sociale, della nostra cultura, che ci sembra libera ma che in realtà è profondamente condizionata da numerosi tabù, espressi solo dai più grandi geni letterari. Infatti noi siamo comunemente portati ad avere una concezione romantica del desiderio, cioè riteniamo che esso nasca e si sviluppi in modo spontaneo nell’individuo: questa idea era già presente nel Rinascimento e quel grande genio letterario di Shakespeare già la derideva nelle sue opere, dimostrando così la sua grande modernità.

La scelta di Sogno di una notte di mezza estate

“A midsummer nigth’s dream” è una delle più famose commedie di Sahkespeare; l’opera è molto amata per la presenza di numerosi fattori che contribuiscono a renderla così affascinante: la commistione di aristocrazia e plebe, sebbene tenute sempre distanti sia dal punto di vista fisico (Teseo, Ippolita e i quattro giovani incontrano gli artigiani solo nel momento della recita della tragedia di Piramo e Tisbe, organizzata da parte degli artigiani stessi in onore delle nozze di Teseo), sia dal punto di vista linguistico (i registri usati dalle due classi sociali sono profondamente diversi); la presenza di una forte comicità, incarnata dalla figura di Puck, spirito pasticcione e dispettoso che crea un sacco di equivoci, ma anche dagli artigiani stessi; l’atmosfera suggestiva del sogno e l’ambientazione della parte centrale dell’opera nel bosco, abitato da creature e spiriti magici.
Al di là di questi motivi, che mi hanno fatto apprezzare l’opera sin dalla prima lettura, la commedia presenta altri importanti spunti, soprattutto se letta alla luce della teoria girardiana sul desiderio e in contrapposizione ad una possibile lettura freudiana del testo: Freud fonda il desiderio sul valore oggettivo dell’oggetto, per questo è in lui fondamentale l’aspetto della sessualità, sul quale si fondano poi il complesso di Edipo e conseguentemente tutti i vari istinti, pulsioni e passioni ed infine la sofferenza, come conseguenza immediata del desiderio.
In questo senso, la commedia shakspeariana dovrebbe essere letta alla luce di un desiderio lineare, che i protagonisti dovrebbero avere verso i rispettivi oggetti del desiderio e che porterebbe Elena a soffrire per il rifiuto di Demetrio, Oberon a gioire per la conquista del paggetto, Demetrio a lottare con Lisandro per il cuore di Ermia. Eppure, sparsi lungo il testo troviamo numerosi indizi che rendono la lettura secondo un’ottica girardiana più plausibile:

a) Nella maggior parte dell’opera Demetrio e Lisandro sono innamorati della stessa donna: dapprima di Ermia, fino al momento in cui Puck spreme erroneamente il succo magico sugli occhi di Lisandro poi di Elena, quando anche Demetrio viene stregato dal medesimo succo, fino al ristabilimento finale dell’armonia finale, quindi solo negli ultimi due atti Lisandro e Demetrio non sono più presentati come rivali;
b) La trasformazione di Bottom, che ci viene presentato come voglioso di assumere tanti ruoli teatrali diversi, sembrerebbe essere il prodotto del processo mimetico;
c) La profonda devozione di Elena verso Demetrio, chiaramente manifestata lungo tutta la commedia, nonostante il ragazzo la respinga, ricorda molto da vicino il meccanismo della dialettica servo-padrone e del masochismo, alimentato dall’indifferenza di Demetrio nei confronti della giovane;
d) L’invidia di Elena verso Ermia, altro filo conduttore di buona parte dell’opera, nasce dall’uguaglianza tra le due ragazze: entrambe sono nobili, ateniesi, belle e giovani, eppure Ermia ha l’amore sia di Lisandro, sia di Demetrio.
e) Le azioni, le parole dei protagonisti, non sono atti o gesti spontanei e gratuiti:ciò sembra essere rappresentato fisicamente grazie al succo magico, che con il suo effetto, permette ad una persona dapprima indifferente, di innamorarsi di un’altra, come accade con Demetrio e Elena, la regina della fate e Bottom, già ridotto da Puck a un uomo con la testa d’asino.
Si potrebbe quindi ipotizzare, che il succo, altro non sia che la rappresentazione figurata del
mimetismo nel desiderio.

Girard ha dedicato grande attenzione alla lettura dell’opera, presentando poi nel suo saggio le conclusioni da lui tratte. Tuttavia ho cercato il più possibile di non farmi influenzare dall’analisi completa che Girard ha svolto nel suo saggio su Shakespeare e di trovare autonomamente le caratteristiche del desiderio mimetico nella commedia, analizzando le relazioni che legano tra loro i quattro amanti e concentrandomi in modo particolare su un personaggio che racchiude tutte le fondamentali dinamiche del desiderio mimetico, Elena, tralasciando altri importanti spunti di riflessione per ovvie ragioni di brevità.

La trama di Sogno di una notte di mezza estate

La vicenda è contenuta in una struttura spazio-tempo divisa in modo simmetricamente perfetto: il primo e il quinto atto si svolgono ad Atene, il secondo, il terzo e il quarto (tranne l’ultima scena) si svolgono nel bosco dalla sera al mattino successivo.
La commedia è costituita da nove scene: la prima ha luogo presso la corte di Teseo, duca di Atene, che annuncia il matrimonio con Ippolita, regina delle Amazzoni. Alla sua presenza giungono Ermia, Egeo, padre della ragazza, Lisandro e Demetrio, entrambi innamorati della giovane: si apre una disputa tra i due rivali: da una parte Lisandro è appoggiato da Ermia, innamorata a sua volta del giovane; dall’altra Demetrio è sostenuto da Egeo, che lo ritiene il miglior marito per la figlia.
La seconda scena si svolge in città: dei falegnami decidono di recitare la commedia di Piramo e Tisbe in onore delle nozze del duca e si dividono tra loro le parti.
Le cinque scene successive, che si svolgono nel bosco, costituiscono un blocco, che occupa i tre quinti della commedia: Ermia e Lisandro decidono di scappare nel bosco per sposarsi segretamente; Demetrio, avvertito della loro fuga da Elena, amica di Ermia, li insegue, accompagnato suo malgrado da Elena, innamorata di Demetrio.
Ma il bosco è anche il regno delle fate e degli spiriti e dei loro regnanti Oberon e Titania, in lotta tra loro per avere un paggetto: per poter conquistare l’ambito oggetto del desiderio, Oberon ordina al servitore Puck di spremere sugli occhi di Titania il magico succo, che la farà innamorare della prima creatura che vedrà al suo risveglio.
Anche gli artigiani decidono di provare la loro recita nel bosco: Puck, volendosi prendere gioco degli uomini rozzi, fa spuntare ad uno di loro, Bottom, una testa d’asino, spaventando in tal modo i presenti alle prove.
Nel frattempo Oberon, amareggiato per il modo in cui Demetrio tratta Elena, ordina a Puck di far si che il giovane ateniese ami a sua volta la ragazza; ma Puck commette un errore e spreme il magico succo sugli occhi di Lisandro, che ripudia Ermia per Elena¸anche Demetrio viene poi stregato dal succo e si innamora di Elena: tra la convinzione di Elena, che i ragazzi si stiano prendendo gioco di lei, e la disperazione di Ermia per la perdita di Lisandro, si sviluppa una forte rivalità tra i due giovani e tra le due ateniesi con reciproci scambi di accuse.
Al suo risveglio Titania si innamora di Bottom e Oberon ha campo libero per sottrarle il paggetto; intanto l’armonia tra gli innamorati viene ristabilita grazie a Puck, che rimedia all’errore compiuto in precedenza; anche Titania viene risvegliata dall’effetto del succo e fa pace con Oberon e la testa d’asino viene rimossa dal corpo di Bottom.
Le ultime due scene ci riportano ad Atene: la prima, in città tra gli artigiani, dapprima preoccupati per l’assenza di Bottom, poi di nuovo felici per il suo ritorno; la seconda a corte, dove viene inscenato lo spettacolo di Piramo e Tisbe e vengono annunciati i tre matrimoni.

>>FEDE

venerdì 6 aprile 2012

Inscrutabilità del riferimento in Quine e Casalegno

Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi), ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di /Fabio/, aprile 2012. Buona lettura!

INSCRUTABILITÀ DEL RIFERIMENTO IN QUINE E CASALEGNO
L’argomento sul quale ho concentrato la mia attenzione è il confronto tra le posizioni di Quine e Casalegno sul tema dell’inscrutabilità del riferimento. Com’è noto, la nozione di riferimento gode di una lunga e consolidata tradizione nella storia della filosofia del linguaggio. Essa stabilisce un legame fondamentale tra il linguaggio e la realtà extralinguistica. Quando parliamo di riferimento delle espressioni linguistiche, parliamo della capacità dei termini del linguaggio di rimandare, appunto, a oggetti o classi di oggetti della realtà extralinguistica e quindi della possibilità, per noi parlanti, di designare oggetti o classi di oggetti, di descrivere la realtà tramite il linguaggio. Per fare un esempio, il riferimento del predicato “essere rosso” è l’insieme di tutti gli oggetti che sono rossi.
Nella prima parte della mia tesina ho cercato di ricostruire alcune tappe salienti della storia della nozione di riferimento a partire dal pensiero di Frege, per il quale la nozione di riferimento è fondamentale poiché il riferimento dei singoli termini del linguaggio costituisce il contributo che essi portano nel formare il significato degli enunciati, che per Frege è un valore di verità, vero o falso. Ho analizzato anche la posizione dei neopositivisti che non contrasta con quella di Frege, per arrivare infine a Quine che per primo mette in discussione la nozione di riferimento introducendo il concetto di inscrutabilità.
Quando dice che il riferimento è inscrutabile, Quine non vuole intendere che i termini del linguaggio siano privi di riferimento, né che sia impossibile stabilire correttamente il riferimento dei termini. L’idea di Quine è che non è possibile stabilire in maniera certa e univoca a cosa si riferiscono i termini del linguaggio.
Possiamo capire cosa intende Quine con un esempio. Immaginiamo che uno studioso si trovi a contatto con alcuni parlanti di una lingua sconosciuta, della quale non esistono vocabolari o interpreti e che debba tradurre un’espressione “Gavagai” di questa lingua in italiano. Se ad esempio egli osserva, sulla base dei comportamenti verbali dei parlanti, che essi assentono sempre a “Gavagai” quando vedono un coniglio nelle vicinanze, allora potrebbe concludere che “coniglio” è una traduzione corretta di “Gavagai”. Ma in realtà le situazioni in cui un parlante vede un coniglio sono le stesse situazioni in cui vede anche altre entità, come ad esempio una parte non staccata di coniglio. Nella suddetta situazione quindi, sia “coniglio” sia “parte non staccata di coniglio” sono traduzioni accettabili di “Gavagai”. “Coniglio” e “parte non staccata di coniglio” hanno però in italiano un’estensione diversa, poiché “coniglio” si riferisce ai conigli
e “parte non staccata di coniglio” si riferisce alle parti non staccate di coniglio. Proprio da ciò scaturisce l’inscrutabilità del riferimento: dalla possibilità di tradurre un’espressione di una lingua con due o più espressioni di un’altra lingua aventi estensione diversa per i parlanti di quella lingua. Nel caso specifico, il problema è quello di stabilire quale sia il riferimento di “Gavagai”. A cosa si riferisce “Gavagai”? Ai conigli, alle parti non staccate di coniglio o a entrambe le cose? È opportuno specificare che Quine pone comunque un limite al fenomeno dell’inscrutabilità del riferimento. “Gavagai” può sì riferirsi tanto ai conigli quanto
alle parti non staccate di coniglio nella situazione considerata, ma non può riferirsi ad altre entità come i gelati o gli elefanti.
Casalegno ribalta la prospettiva quiniana estremizzando la nozione di inscrutabilità. La sua idea è che già dal discorso di Quine emerge un altro tipo di inscrutabilità, che non è quella descritta da Quine e che Casalegno chiama inscrutabilità quiniana. Questo altro tipo di inscrutabilità è l’inscrutabilità totale. Per inscrutabilità totale Casalegno intende semplicemente che una qualunque espressione linguistica può riferirsi a qualsiasi entità. Quindi nel caso considerato in precedenza, “Gavagai” può riferirsi ai conigli o alle parti non staccate di coniglio ma anche ad altre entità come i gelati o gli elefanti. L’inscrutabilità totale nel discorso di Quine, secondo Casalegno, scaturisce dal fatto che Quine pone come unica condizione per la correttezza di un
manuale di traduzione che il suddetto manuale mantenga inalterato nella traduzione il significato stimolo di alcuni enunciati (per significato stimolo di un enunciato Quine intende l’insieme delle situazioni che spingono un parlante ad assentire o a dissentire da quell’enunciato). Non viene posto invece da Quine nessun vincolo sulla traduzione di singole parole. Quindi, conclude Casalegno, qualunque traduzione di singole parole è accettabile purché sia contenuta all’interno di un manuale che rispetti il principio quiniano di correttezza. È molto facile per Casalegno, fatte queste considerazioni, ipotizzare l’esistenza di un manuale di traduzione dall’italiano all’italiano che rispetti il vincolo quiniano di correttezza e che consenta anche di tradurre a d esempio, “coniglio” con “gelato”.

/Fabio/

martedì 3 aprile 2012

IL POSTO DE' VERGOGNOSI: ANALISI DEL XVI CAPITOLO DEI PROMESSI SPOSI- Parte IV

Conclusioni

Come nell’Introduzione già avevo sottolineato, la critica manzoniana poco si è occupata di questo capitolo (...) I rimanenti capitoli della tesi hanno dimostrato che si possono trarre anche da sezioni di minor rilievo considerazioni interessanti e anche fondamentali all’interno di tutta l’orditura del romanzo.
La fuga di Renzo si è mostrata saldamente collegata a quella parallela dei due promessi dal loro paese natale. Nello stesso segmento è emerso altresì il nesso con un altro episodio di rilievo, il coro della folla che, in tutto e per tutto, somiglia a quello che circondava Lodovico a conclusione del duello finito in tragico assassinio.
Procedendo nella lettura, mi sono addentrata nel vivacissimo mondo della ritrattistica manzoniana, cercando di captare le minime sfumature di parola nelle descrizioni concise e estremamente realistiche delle figurine che Renzo incontra lungo la corsa per uscire da Milano. Anche il modo di Renzo nel relazionarsi con esse diventa motivo di indagine perché dimostra, con l’uso sapiente dei termini, l’accortezza che il protagonista si accinge ad usare, memore dei clamorosi sbagli fatti in occasioni precedenti. Prudenza e avvedutezza si incanalano in quel processo di graduale educazione del personaggio che, fin da ora, comincerà a lavorare all’interno della sua coscienza.
La strada che Renzo intraprende rivela, poi, il suo carattere fisico e metaforico, finendo col rimandare a un percorso in senso ampio: il personaggio è costretto da forze esterne a non camminare lungo la via maestra, esattamente come nella sua vita (ovvero in tutto il romanzo). A causa di don Rodrigo, infatti, Renzo e Lucia sono indotti ad arrivare al loro fine ultimo, il matrimonio, attraverso vie secondarie, percorrendo a zig zag la strada principale, ovvero incrociandola ma non potendola mai percorrere.
Ancora, fa nuovamente capolino il processo di maturazione di Renzo, che in definitiva permea tutto il capitolo. Egli si scaltrisce ed elabora stratagemmi e malizie per arrivare all’Adda senza destare sospetti, con intuizioni anche sorprendenti.
Quello sull’osteria è forse la parte più estesa del mio lavoro, proprio perché qui si concentra gran parte dell’importanza di tutto il capitolo. Le figure in gioco sono Renzo, l’oste, gli avventori provinciali e il mercante, e ognuno ha le sue idee e i suoi fini: Renzo non farsi scoprire, l’oste deve confermare la categoria degli osti, gli avventori si mostrano come un gruppo di pecoroni che abboccano a ogni storia e cambiano opinione a seconda del vento che tira ed infine il mercante, fulcro del passaggio, narratore improvvisato ma molto abile con le tecniche dell’affabulazione, portatore del punto di vista dei potenti (in veste di servo del potere) sui tumulti di Milano nonché tipica espressione delle mentalità piccolo‐borghese dei ceti mercantili.
La deformazione, l’amplificazione e la faziosità sono sbattute in faccia al lettore senza scrupolo, tanto da diventare quasi blasfemia sulla bocca di un mercante tutto teso a difendere un interesse utilitaristico ed individuale. È capace di alterare i fatti con il solo mezzo della parola, ben gonfiata per ottenere la reazione sperata in chi lo ascolta, ovvero che l’udienza stia infine dalla sua parte e finisca per abbracciare la sua ottica opportunistica.
Le ultime osservazioni sono fatte su Renzo e il suo iter, materiale e interiore. Il punto di partenza è quello che dà il titolo alla tesi, il posto de’ vergognosi, dal quale immediatamente si intuisce il palpabile cambiamento che si è messo in moto nel giro di qualche ora. Renzo adesso è più attento, emblematicamente sceglie di sedersi nel posto che all’osteria è riservato a quelli che vogliono mantenersi nella discretezza, a differenza di quello scelto all’osteria della Luna piena la sera precedente.
Da questa postazione assiste, spettatore, alla farsa messa in scena dal mercante che arriva fino a toccare la sua diretta esperienza. La rappresentazione interamente alterata di quello che gli è successo a Milano lo indurrà a pensare e riflettere in solitudine nel capitolo successivo e quindi a compiere un ulteriore passo avanti nella sua personale evoluzione.
L’analisi su Renzo, però, non si ferma qui perché quello che avviene in questo capitolo e nel successivo è un passaggio irrinunciabile ma non conclusivo nella maturazione del personaggio.
Tirando le fila del discorso, possiamo dire che anche in un capitolo di passaggio come il XVI tutto è saggiamente inserito in un equilibrio del particolare all’interno del globale disegno assolutamente perfetto.
Andrea Riccardi ha definito i Promessi Sposi come una “Bibbia laica”. Io la interpreto così: i contenuti del romanzo sono certamente importanti e forti, ma spesso anche essenzialmente elementari e semplici ed è quindi la visione totale del mondo e il modo di trasmettercela che
hanno fatto di un romanzo una Bibbia laica, tanto coinvolgente e convincente quanto lo è
stata quella cristiana.

Elisa Carati