giovedì 16 febbraio 2012

I Chipolopolo sul tetto d’Africa


Si è conclusa domenica la 28esima edizione della Coppa delle Nazioni africane (meglio nota al pubblico europeo come Coppa Africa). Un’edizione dalle mille sorprese, dove tutto è stato insolito.
A cominciare dai paesi ospitanti, il Gabon e la Guinea Equatoriale, che hanno organizzato la manifestazione per la prima volta. Ma le vere sorprese erano cominciate molto prima, già nella fase di qualificazione. Infatti molte delle squadre più blasonate del continente hanno clamorosamente mancato la qualificazione alla fase finale. Se sulle sorti dell’Egitto, vincitore delle ultime tre edizioni, hanno pesato oltremodo gli eventi politici che hanno sconvolto la nazione egiziana e tutto il Nordafrica negli ultimi mesi (eventi che non hanno comunque impedito alle due nazioni più interessate da disordini locali, la Tunisia e la Libia, di qualificarsi), ha molto sorpreso l’assenza di altre nazioni come il Camerun, la Nigeria, il Sudafrica. Il risultato è stato che solo cinque delle sedici nazionali qualificate avevano vinto precedentemente la coppa e solo una (la Tunisia nel 2004) l’aveva fatto negli ultimi vent’anni. Ma soprattutto l’assenza delle squadre citate spianava la strada alle due grandi favorite del torneo, la Costa d’Avorio e il Ghana che venivano indicate da tutti come le finaliste predestinate della competizione. Quest’anno sembrava l’occasione giusta per una di queste due squadre per legittimare il proprio predominio sul continente.

 Ma si sa che nei grandi tornei i pronostici non vengono quasi mai rispettati. E alla fine a sollevare il trofeo al cielo sono stati i giocatori dello Zambia, che partiva con il titolo di possibile outsider del torneo, avendo raggiunto i quarti di finale due anni fa, ma per la quale era difficile prevedere anche nella più ottimistica delle previsioni un risultato migliore delle semifinali. I Chipolopolo (proiettili di rame), come sono chiamati i giocatori della nazionale dell’Africa australe, hanno stupito tutti dimostrando un’organizzazione tattica impeccabile, sotto la guida di una vecchia volpe come il francese Hervé Renard, e grazie anche alle doti naturali di rapidità nelle ripartenze, hanno messo al tappeto uno dopo l’altro tutti gli avversari con un gioco non certo spettacolare ma straordinariamente efficace. Lo Zambia ha dimostrato di essere una squadra solidissima già nelle prime partite andando a vincere il gruppo A, che ha visto il flop del Senegal, per poi sconfiggere il Sudan nei quarti di finale. Ma è dalle semifinali che i giocatori zambiani hanno realizzato il miracolo, battendo una dopo l’altra le due favorite: prima il Ghana per uno a zero in semifinale, quindi in finale è arrivata la vittoria ai calci di rigore sulla Costa d’Avorio delle stelle Drogba, Kalou, Yaya Touré e Gervinho. 

 
Il trionfo dello Zambia, oltre che storico poiché è il primo nella competizione, ha anche un grande significato simbolico per il luogo nel quale è avvenuto. La finale infatti si è giocata a Libreville e il pensiero dei giocatori in campo e degli appassionati non poteva che tornare a vent’anni fa, quando nel 1993 un terribile incidente aereo a pochi chilometri proprio dalla capitale del Gabon metteva tragicamente fine alla vita di tutta la nazionale dello Zambia, in volo per giocare una partita di qualificazione ai mondiali. Si trattava di una delle squadre africane più forti di quegli anni, che l’anno dopo avrebbe incredibilmente raggiunto, con una squadra completamente ricostruita, la finale della Coppa Africa, persa contro la Nigeria. L’ultima, prima di quest’anno. In questo senso è stato bellissimo vedere festeggiare in campo con i giocatori anche Kalusha Bwalya, attuale dirigente della Federcalcio zambiana e stella di quella nazionale, per puro caso scampato alla tragedia (i tifosi italiani lo ricordano per la tripletta che ci rifilò nello storico 0-4 subito ai Giochi Olimpici di Seoul ’88). Ad ogni modo la vittoria dello Zambia è stata la rivincita del calcio africano in senso puro, con una formazione che ha dimostrato di essere “squadra”, su una squadra come la Costa d’Avorio piena di stelle provenienti dai campionati europei, ma ancora una volta dimostratasi incapace di fare quel passo decisivo per la vittoria una volta arrivata in finale. I giocatori dello Zambia sono praticamente degli sconosciuti (solo due giocano in Europa in campionati piccoli come quello svizzero o la serie b russa!) ma la squadra ha messo in luce dei talenti invidiabili come il capitano Christopher Katongo e i giovani Mayuka, Chamanga e Kalaba. Giocatori che potrebbero fare comodo a molte squadre europee.

 
Un grande trionfo per una nazione, una grande occasione fallita per un’altra, la Costa d’Avorio e per Drogba in particolare, per il quale si vociferava di un possibile addio alla nazionale alla fine del torneo. Chissà che ora non ci ripensi. Sicuramente la sconfitta ivoriana pesa molto sulle spalle del giocatore del Chelsea, trascinatore della squadra che ha però fallito proprio in finale un rigore che avrebbe potuto dare la vittoria ai suoi (salvo poi rifarsi, ma inutilmente, nella serie finale).

 
Per il resto, è stata confermata l’idea della Coppa africa come festa di popolo e dei popoli africani, un torneo colorato e festoso dove il pubblico è sempre protagonista. Anche se in questo caso gli stadi sono rimasti più vuoti del solito. Ma comunque la cornice intorno alle partite ha riscattato un livello tecnico della competizione non certo eccelso (la stessa finale è stata emozionante e tesa sul piano agonistico ma non bella). Ed è stata comunque una grande festa nazionale per i due paesi ospitanti, fermatisi entrambi ai quarti di finale che rappresenta comunque un risultato di grande prestigio (soprattutto per la Guinea Equatoriale che era uno dei tre Paesi al debutto assoluto nella manifestazione, insieme al Niger e al Botswana).

L’occasione per tutte le squadre per rifarsi e per gli appassionati per seguire un’altra Coppa africa non tarderà: la competizione infatti passa dagli anni pari a quelli dispari, per evitare la concomitanza con i Mondiali e quindi, pur rimanendo a cadenza biennale, avremo una nuova edizione già l’anno prossimo. Appuntamento quindi in Sudafrica nel 2013 per una nuova festa del calcio africano e congratulazioni ai Chipolopolo campioni d’Africa!


/Fabio/

martedì 14 febbraio 2012

Introduzione al capitolo XVI de "I promessi sposi"

Riportiamo di seguito l'introduzione della tesi di laurea "Il posto de' vergognosi:analisi del capitolo XVI dei promessi sposi" di Elisa Carati. Buona lettura!

Sfogliando una monografia su Alessandro Manzoni mi sono imbattuta in una considerazione
quanto mai veritiera: il critico afferma che si può avere l’impressione di «averlo
metabolizzato», di conoscerlo appieno senza bisogno di scavare più a fondo nelle sue opere.
È come se Manzoni rimanesse nei ricordi delle persone come un autore che più nulla ha da
dire oltre a una storia di due promessi sposi che alla fine riescono a unirsi. Archiviato,
conosciuto da tutti coloro che abbiano ricevuto una discreta istruzione.
A chi si prende la briga di analizzarlo approfonditamente la questione apparirà però ben
diversa perché Manzoni risulta un autore complesso e dalle molte sfaccettature, un autore
che evolve proiettando i frutti della maturazione nelle sue opere.
I Promessi Sposi sono l’approdo di un lavoro lungo e meticoloso eseguito sulla lingua, sullo
stile, sui contenuti, sul contesto e sull’ideologia che li sorregge. Un romanzo di una
semplicità trasparente ma creata ad hoc; il punto d’arrivo di un progetto ben delineato nella
mente dell’autore. Solo attraverso considerazioni come questa si può capire come I Promessi
Sposi abbiano sempre qualche cosa da dire al lettore attento e (soprattutto) caparbio:
qualcosa che era sfuggito a una lettura superficiale, un rinvio che se guardato con interesse
rivelerà la sua appartenenza a una tessitura molto più articolata e calcolata.
Così prende avvio la mia tesi, volta ad analizzare il capitolo XVI dell’opera, “quello
dell’osteria di Gorgonzola”, a riprova che leggere I Promessi Sposi senza pregiudizi non è
affatto questione da nulla.
Sfogliando pagine di critici autorevoli del Manzoni e dei Promessi Sposi mi sono resa conto
che questo capitolo figura spesso e volentieri solamente di scorcio. Poche pagine sull’osteria
di Gorgonzola e sul mercante bastano a liquidarlo per dedicare maggiore attenzione ad altri
episodi che sicuramente meritano un’osservazione molto più approfondita.
Oltretutto esso è situato in una posizione per così dire “difficile”, racchiuso fra tre colossi del
romanzo: il capitolo XIV in cui Renzo all’osteria della Luna piena fa il matto sotto gli effetti
del vino; il XV che lo vede braccato dagli sbirri e dal notaio; il XVII, la fine della fuga, la notte
di riflessioni e la salvezza oltre l’Adda.
Ciò nondimeno il XVI capitolo, seppur palesemente di passaggio, è fondamentale ai fini del
Manzoni per una serie di ragioni che, punto per punto, ho cercato di cogliere nel corso del
presente lavoro.
In effetti il capitolo parla molto, e non solo dell’osteria che incontra Renzo a Gorgonzola:
ogni singolo punto evoca tematiche e sfumature che nel corso del capolavoro riemergono
ora con maggiore ora con minore evidenza. In primo luogo si affacciano temi fondamentali
quali la fuga, la strada, la deformazione e l’inganno in cui sono campioni i potenti e (qui
soprattutto) i servi dei potenti; secondariamente ci si presenta un felicissimo Manzoni ritrattista
impegnato nello schizzo spassoso di personaggi secondari perfettamente riusciti in
un unico gesto che li rappresenta. Infine, e forse argomento più rilevante fra i tanti, spicca la
crescita di uno dei personaggi principali, Renzo, che in un sol capitolo è capace di dimostrare
al lettore che cosa ha imparato dalla lezione appena inflittagli dal destino avverso. È proprio
qui che l’autore ce lo presenta come Lucia, la monaca di Monza oppure l’Innominato (per
fare i nomi più celebrati), ovvero come personaggio “problematico” che cresce e matura in
una costante evoluzione.
Il capitolo XVI ce ne dà conferma. È un piccolo frammento di tutto il romanzo, importante
poiché si delinea come certificato della sua problematicità e il lettore ha la fortuna di avere
tra le mani un segnale così forte da parte di Manzoni proprio all’inizio di tutte le peripezie.
Come è evidente, sebbene la critica ci abbia posto limitato studio, il capitolo non è affatto
privo di interesse. L’obbiettivo sarà, quindi, dare un quadro semplice ma vivace di una
sequenza alquanto “rivelatrice” dei Promessi Sposi.

Elisa Carati

domenica 12 febbraio 2012

Accenni sulla questione del tempo nella Nascita della tragedia- Parte III

Così come distante dall’arte vanno tenute le sfere della morale e della politica. Le parole di Nietzsche possono rendere l’idea del giudizio che egli dà di un modo di fare cultura che è familiare a tutt’oggi: la cultura alessandrina (moderna, si potrebbe dire) «ha bisogno, per poter esistere durevolmente, di una classe di schiavi» e «non c’è niente di più terribile di una classe di schiavi che abbia imparato a considerare la sua esistenza come un’ingiustizia e che si accinga a fare vendetta non solo per sé, ma per tutte le generazioni». Un’arte che si faccia specchio di tali istanze morali, politiche, è un’arte debole, pronta a difendere un ideale di uomo in inevitabile decadenza, un ideale che non è in grado di farsi carico del peso dell’esistenza preferendo scaricarlo su una non meglio precisata, e comunque insufficiente, caratterizzazione dell’uomo come essere di conoscenza e garantito da diritti che si autoimpone in modo arrogante e arbitrario. Se Apollo mediante il principium individuationis può rivestire di bellezza ideali come la patria e lo stato, e d’altra parte lo stesso Nietzsche parla a più riprese di una cultura tedesca o greca, non è però alla dimensione mondana che l’arte debba rivolgersi, né tantomeno deve essa farsi strumento di battaglie politiche. L’arte esprime l’uno originario e con esso l’intera vòlta dell’esistenza. È un errore tipicamente moderno trarre dalla tragedia solo insegnamenti morali circa una peculiare unità di mondo ordinato e conchiuso. Nietzsche rifiuta un’arte costruita per uno spettatore che si pone in una prospettiva a metà morale e a metà critico-erudita, l’arte non è rispecchiamento dell’attualità politico-sociale, non è strumento di divertimento e di intrattenimento.
Nietzsche, mediante la tragedia di Sofocle e di Eschilo, esige una rinascita dello spirito tragico che giustifichi il giusto e l’ingiusto, entrambi. La questione viene spostata da un’arte che si fa portabandiera di una morale decadente a un’arte che, in quanto campo privilegiato dell’estetica, sia in grado di giustificare il mondo, la vita, l’esistenza, tutto, e niente. L’arte deve assumere un senso metafisico ampio e profondo che superi il piano della conoscenza socratica. Un’ennesima polemica Nietzsche la rivolge contro coloro che non sanno parlare la lingua della musica come lingua madre, vedendo in essa un semplice simulacro fatto di percezioni musicali. Se l’apollineo permette alla musica di farsi immagine bella del mondo, la musica deve però permettere una visione più intima e porsi come osservazione mediante un «occhio spiritualizzato e rivolto nell’intimo» delle del mondo. Se la tragedia si riveste di una valenza apollinea, è però necessario secondo il filosofo prussiano andare maggiormente in profondità verso una sapienza dionisiaca. Il potere visivo deve non fermarsi alle superfici, ma piuttosto penetrare nell’intimo con l’aiuto della musica. Con estetica dunque Nietzsche non intende una dimensione legata ai soli sensi, ma ciò che è in grado di trascendere la particolarità per cogliere il nucleo essenziale dell’esistenza. L’estetica giustifica tutto, il giusto e l’ingiusto, la morale dunque, la metafisica, l’ontologia. Vi è un farsi carico da parte dell’estetica della necessità di giustificare l’eterno divenire dell’uno originario. Decisivo il fatto che è l’eternità la dimensione temporale in cui si gioca tale cruciale partita.
Nel Tentativo di autocritica: «i miei occhi del resto non sono rimasti estranei a quello stesso compito cui osò accostarsi per la prima volta quel libro temerario- cioè a vedere la scienza con l’ottica dell’arte e l’arte invece con quella della vita». L’arte sostituisce la morale come disciplina in cui si coagula una metafisica avente come compito quello di giustificare mondo ed esistenza. «Io sono convinto dell’arte come del compito più alto» come «attività metafisica di questa vita», l’arte è un compito che deve giustificare quella saggezza di Sileno così devastante se presa seriamente come Nietzsche non può non fare. A re Mida, il quale chiede al satiro Sileno quale sia la cosa più desiderabile per l’uomo, Sileno risponde: «”Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è- morire presto”». Il masso cui arte ed estetica devono rendere conto è niente meno che la potenza del nichilismo. L’istinto sovrano dell’uomo nietzschiano deve farsi carico di ciò, e per farlo è la dimensione estetica che deve primariamente considerare. Vi è la necessità, nel guardare la tragedia, di «oltrepassare quello sguardo», di udire e «oltrepassare l’udito», di aspirare all’infinito. L’estetica oltrepassa la dimensione dei sensi per farsi giustificazione metafisica.
È un risultato inevitabilmente portato al fallimento, quello di Nietzsche, proprio perché assume la dimensione temporale dell’eternità come parametro di guida dell’estetica. Tempo significa trascendenza, significa riferimento ad altro, all’attimo precedente e a quello successivo, significa fluire, e Nietzsche ne è assolutamente consapevole nella sua caratterizzazione dell’eterno. La contraddizione di tempo ed eterno è elemento essenziale dell’uno originario così come lo stare insieme di apollineo e dionisiaco. Nietzsche vuol farsi carico dell’uno originario e del niente tracciato da Sileno, il che è perfettamente conforme al suo istinto sovrano. Il fatto però che assuma la dimensione temporale dell’eternità come elemento caratterizzante della giustificazione estetica della metafisica, mina alla base quel compito che il filosofo prussiano si pone. Il tempo è la dimensione della scienza, del divenire, al di là del fatto che venga pensato come divenire sequenziale o vissuto o in altro modo. Forse non è sufficiente dire che l’arte si pone al di fuori del tempo della mondanità per il tempo dell’eternità. Forse si deve affermare che l’arte rinuncia al tempo, così come all’eterno, perché il tempo e l’eterno sono le dimensioni dell’andare oltre, dell’andare in profondità, dell’oltrepassare lo sguardo. L’andare oltre rende inevitabile assumere la legislazione che l’oltre propone all’occhio, allo sguardo, all’arte. L’andare in cerca della profondità, per quanto sia essa niente come Sileno e Nietzsche sanno, è un consegnarsi al compito, alla ricerca, è un considerarsi necessitanti di miglioramento, ovvero di quell’elemento socratico che Nietzsche continuamente nega. È inevitabile che la caratterizzazione di Nietzsche dell’arte come legata all’eterno lo porti ad affermare di dover vedere la scienza con gli occhi dell’arte e questa con quelli della vita. Ma cosa significhi vedere l’arte con gli occhi della vita è francamente misterioso. L’arte, diversamente da quanto Nietzsche afferma, va vista con gli occhi dell’arte. Proprio l’arte è il campo che non va oltre, proprio il guardare un quadro non richiede altro che il guardarlo. L’arte non è un momento di simboli, di trascendenze. Se così fosse, si consegnerebbe a ciò verso cui sarebbe diretta, al suo compito, al suo fine. L’eterno ritorno, per quanto non abbia una direzione progressiva, ha pur sempre un indirizzo. Nietzsche rischia di vedersi trasformato il suo istinto sovrano in un istinto suddito.

Andrea Togni

venerdì 10 febbraio 2012

Verso Euro 2012: Olanda

Storia

Parlare dell'Olanda significa trattare una pietra miliare nella storia del calcio, una scuola di pensiero, un modo di giocare rivoluzionario, che ha reso gli oranje un punto di riferimento imprescindibile per tutti gli amanti di questo sport. Purtroppo la nazionale olandese non può vantare di grandi vittorie: nessun mondiale, nonostante tre finali giocate ed un solo europeo, quello dell'88, in 9 edizioni disputate.
L'esordio avvenne il 30 aprile 1905 in Belgio: rotonda vittoria per 4 a 1 nel derby dei Paesi Bassi; solo due anni dopo la nazionale olandese subì quella che è tutt'ora la sua peggiore sconfitta, primo aprile 1907 un pesante 12-2 a domicilio per mano (o meglio piede) dell'Inghilterra.
Prima degli anni '70, gli oranje sicuramente non appartenevano all'élite del calcio: solo due partecipazioni ai mondiali degli anni '30, senza peraltro ottenere buoni risultati, e mai presenti agli europei prima del 1976, a cavallo fra i due leggendari mondiali del 1974 e 1978, il periodo d'oro della nazionale olandese, che assunse il soprannome di arancia meccanica.
A livello di club, l'Olanda comandava l'Europa con Feyenord ma soprattutto Ajax, vincitori di molte coppe europee, basti pensare alle tre coppe campioni consecutive conquistate dai lancieri tra il 1971 e il 1973. Era indubbiamente la squadra più forte del periodo e probabilmente una delle più forti dell'intera storia del calcio, a cui venne attribuito il merito di aver rinnovato questo sport con ciò che definiamo “calcio totale”: pressing alto, palla rubata nella metacampo avversaria, corsa a ritmi elevatissimi, ma soprattutto la fusione dei ruoli, tutti attaccano, tutti difendono e si sacrificano per il bene della squadra. Il collettivo prima di tutto, condito però dal talento di singoli quali Neeskens, Nanninga, Rensenbrink ma soprattutto Johan Cruijff, perfetto esempio di classe, velocità e fantasia, un “numero 10” ribelle, che sulla sua casacca portava il mitico 14, simbolo indelebile di una sfavillante carriera. Due finali nei due mondiali del '74 e del '78, entrambe giocate magnificamente ma entrambe perse con grandi rimpianti, rispettivamente contro Germania dell'ovest e Argentina.
Nel 1976, alla loro prima partecipazione europea, gli oranje furono sconfitti dalla Cecoslovacchia in semifinale, ma raggiunsero il traguardo del terzo posto, battendo la Jugoslavia 3-2 ai supplementari con doppietta di Geels.
Dopo il 1978, l'Olanda attraversò un decennio buio: fermata ai quarti nel 1980 e non partecipante agli europei del '84. Ma si sa, dopo la tempesta c'è sempre il sereno, e grazie alla seconda generazione di fenomeni olandesi, che rese leggendario il grande milan di Sacchi, gli arancioni tornarono grandi a cavallo degli anni '80 e '90: Rijkaard, Gullit, ma soprattutto quel grandissimo talento che risponde al nome di Marco Van Basten, furono in grado di trascinare la loro nazionale alla tanto attesa vittoria europea il 25 giugno 1988 contro la corazzata russa.
Nel 1992 gli oranje dovettero arrestare la loro corsa di fronte ad una sorprendente Danimarca, che trionfò in semifinale 4-5 ai rigori dopo il 2-2 nei tempi regolamentari.
Furono ancora i rigori che fermarono l'Olanda nel 1996: quarti di finale, oranje sconfitti 5-4 dalla Francia, dopo lo 0-0 maturato nei 120'.
Una maledizione i rigori per l'arancia meccanica, dato che negli europei di casa del 2000, dopo un roboante 6-1 nei quarti contro la Jugoslavia, l'Olanda dovette arrendersi all'Italia, in una partita quasi epica: due rigori sbagliati dagli oranje nei tempi regolamentari rispettivamente da F. De Boer e Kluivert, poi 3-1 per gli azzurri ai rigori con una grandissima prestazione, la migliore in carriera, per Francesco Toldo.
Ma prima o poi gli dei del calcio restituiscono ciò che hanno tolto, così i rigori sorrisero agli olandesi nei quarti di finale di euro 2004: Svezia battuta 5-4 prima di arrestare il proprio percorso contro i padroni di casa del Portogallo in semifinale, sconfitta di misura, 2-1.
Nel 2008 gli oranje stravincono il proprio girone di ferro (Italia, Francia, Romania) chiudendo a punteggio pieno, ma vengono sconfitti da un'incredibile Russia ai quarti di finale per 3-1. Un europeo certo non esaltante, ma che ha iniziato a mettere in luce la terza generazione di fenomeni oranje, che raggiungerà la finale del mondiale 2010 in Sud Africa.

Il cammino verso Euro 2012

L'Olanda, inserita nel gruppo E dei gironi di qualificazione con Svezia, Ungheria, Finlandia, Moldavia e San Marino, ha ottenuto un percorso quasi netto: 9 vittorie su 10 partite disputate, una sola sconfitta, peraltro ininfluente contro la Svezia, all'ultima giornata per 3-2, con il primo posto e la qualificazione matematicamente già acquisita: nessuna difficoltà quindi per gli oranje, prima squadra a staccare il biglietto per euro 2012 già dopo 7 partite.
Importante segnalare la roboante vittoria 11-0 contro San Marino (che ha concluso il girone a 0 punti) il 2 settembre 2011: questa corrisponde anche alla vittoria più larga ottenuta dagli oranje nella loro storia.
Con un girone di qualificazione affrontato con una facilità di gioco e di vittorie impressionante, ma sopratutto con una squadra fenomenale, reduce dalla finale mondiale del 2010, penso che l'Olanda sia indubbiamente una delle squadre favorite per la vittoria finale: se avrà quel pizzico di fortuna che non guasta mai e nella sua storia è sempre mancata, con i suoi valori tecnici espressi ottimamente tra gli altri dai vari Sneijder, Robben, Van Persie, Kuyt e Huntelaar, potrà senza dubbio arrivare in finale e vincere l'europeo.

Partite dell'Olanda agli Europei

Euro '76: QF Cecoslovacchia-Olanda 3-1
F. terzo posto Jugoslavia-Olanda 3-2 dts

Euro '80: I.gir Olanda-Grecia 1-0
II.gir Germania Ovest-Olanda 3-2
III.gir Olanda-Cecoslovacchia 1-1

Euro '88: I.gir Olanda-URSS 0-1
II.gir Inghilterra-Olanda 1-3
III.gir Irlanda-Olanda 0-1
SF. Germania Ovest-Olanda 1-2
F. URSS-Olanda 0-2

Euro '92: I.gir Olanda-Scozia 1-0
II.gir CSI-Olanda 0-0
III.gir Olanda-Germania 3-1
SF Olanda-Danimarca 2-2 4-5 dts

Euro '96: I.gir Olanda-Scozia 0-0
II.gir Svizzera-Olanda 0-2
III.gir Olanda-Inghilterra 1-4
QF Francia-Olanda 0-0 5-4 dts

Euro 2000: I.gir Olanda-Rep. Ceca 1-0
II.gir Danimarca-Olanda 0-3
III.gir Francia-Olanda 2-3
QF Olanda-Jugoslavia 6-1
SF Italia-Olanda 0-0 3-1 dts

Euro '04: I.gir Germania-Olanda 1-1
II.gir Olanda-Rep. Ceca 2-3
III.gir Olanda-Lettonia 3-0
QF Svezia-Olanda 0-0 4-5 dts
SF Portogallo-Olanda 2-1

Euro '08: I.gir Olanda-Italia 3-0
II.gir Olanda-Francia 4-1
III.gir Olanda-Romania 2-0
QF Olanda-Russia 1-3

Una chicca per voi...godetevela!! http://www.youtube.com/watch?v=2HwcqE6N8Vo
>>FEDE

mercoledì 8 febbraio 2012

D. H. Lawrence critico del romanzo: la sincerità

Il seguente articolo rientra nella sezione "Discorsi Tesi", il cui obiettivo è presentare in breve il risultato di una ricerca, appunto la tesi di laurea, per fornirvi interessanti spunti da seguire per saperne di più sul tema trattato: ovviamente i pezzi non hanno lo scopo di darvi un quadro esauriente (che sarebbe impossibile fornire in poche righe, dato che ci è voluta un'intera tesi) ma dare il la per vostre future ed eventuali ricerche. Ecco il discorso della laurea triennale di Roby <^>, novembre 2011. Buona lettura!


ROMANZI, VITA E SINCERITÀ

Per comprendere appieno cosa Lawrence intenda quando afferma che il romanzo deve rappresentare la vita con sincerità, è fondamentale chiarire anzitutto il modo in cui egli concepisce la vita stessa. Come si legge in “Art and Morality”, l’universo è per lui un oceano che fluisce senza sosta in una direzione ignota, trascinato dal flusso delle relazioni che ciascuno di noi intrattiene con tutto ciò che lo circonda, sia che si tratti di un altro essere vivente, sia che si tratti di un essere inanimato. Perché si possa parlare di vera vita, però, queste relazioni devono essere pure e sincere, basate cioè sul rispetto di sé e dell’altro. Ciò è possibile, secondo Lawrence, soltanto se si ascolta il proprio istinto, fonte della più pura sincerità. Questa è dunque la prima accezione della parola, che tanto ricorre nei saggi analizzati: la sincerità di una relazione è stabilita dalla cosiddetta “quickness of the quick”, la velocità di ciò che è veloce, espressione che troviamo nel saggio “The Novel”. Soltanto se ci si relaziona agli altri con la velocità e l’immediatezza dell’istinto, che è paragonato da Lawrence a una fiamma che arde dentro di noi ed esprime la nostra personalità, sarà possibile intrattenere relazioni sincere e pure.
D’altro canto, proprio la velocità garantisce il continuo cambiamento cui le relazioni sono sottoposte. Per mantenere il precario equilibrio su cui si reggono, il romanzo deve tenere conto di questo cambiamento: la vecchia fase della relazione non deve trascinarsi stancamente nel presente, ma al contrario essere sostituita da una nuova fase, che si basa su un equilibrio completamente nuovo fra diversi aspetti e valori.
Il romanziere quindi non dovrà indugiare su relazioni ormai passate, come fanno Proust e Joyce, che secondo Lawrence recuperano il passato semplicemente per rivestirlo di un’aura quasi sacrale, senza realmente relazionarlo col presente, mentre dovrà necessariamente rappresentare tutti gli elementi che concorrono a bilanciare la relazione, sia che si tratti di sentimenti piacevoli o convenienti, come l’amore, sia che si tratti invece di sentimenti disdicevoli e irrazionali, quali l’odio e il rancore.
Se invece propende per un valore, il romanziere cadrà nell’errore commesso da molti, tra cui il russo Tolstoj, che in Anna Karenina ha sbilanciato l’equilibrio della relazione tra Anna e Vronskji, fondato su un sincero amore passionale, scegliendo di condannare l’adulterio a favore dell’amore fedele, come viene concepito dalla morale cristiana. In questo modo, però, non solo non è stato sincero nei confronti della relazione, ma anche e soprattutto nei confronti del romanzo e di se stesso: secondo Lawrence, infatti, dalle pagine del romanzo emerge un vero e proprio culto dell’amore passionale da parte dell’autore; facendo trionfare le convenzioni morali egli ha perciò rinunciato alla propria dignità di uomo e al proprio onore, spegnendo quella fiamma che ardeva dentro di lui in modo così evidente per conformarsi a regole di comportamento che per Lawrence non hanno più ragione di esistere.
Non può che esserci falsità, dunque, in un’opera in cui la vita viene ridotta a un’interpretazione morale soggettiva che rispetta le convenzioni imposte dalla società e dalla cultura ufficiale e pretende di essere assoluta. È il caso dei romanzi di stampo naturalista, che presentano sempre un inizio, uno svolgimento e una conclusione, secondo una concezione meccanicistica della realtà che prevede che ogni evento risponda a una legge ineluttabile, spiegata dalle parole rassicuranti del narratore. Questo tipo di rappresentazione è falsa perché parziale e convenzionale secondo Lawrence; inoltre, non è più possibile in un’epoca come il primo Novecento in cui ogni certezza del passato è stata sostituita dalla crisi di tutti i valori morali e culturali. Se non c’è più la possibilità di spiegare la realtà in modo meccanicistico allora non ha nemmeno più senso mentire a se stessi e continuare a rappresentarla in tal modo.

CRITICA E SINCERITÀ
Un’altra occasione in cui Lawrence parla della necessità di essere sinceri è la stesura del saggio su John Galsworthy nel 1927, in cui attacca la prevalente convinzione che la critica sia una scienza esatta, basata su regole rigorose da applicare ai testi, a propria volta concepiti quasi come essere viventi dotati di qualità oggettive indiscutibili.
Secondo Lawrence, invece, il parametro di una disciplina come la critica letteraria, che non ha assolutamente nulla a che fare con la scienza, non può essere la ragione, ma l’emozione sincera provata nell’atto di lettura. Si tratta dunque di una sorta di creazione artistica assolutamente personale, che solo chi si occupa d’arte e letteratura può veramente portare a termine. Altrimenti la critica sarà soltanto uno sproloquiare, come lo definisce Lawrence, sullo stile e la forma, che per lui non hanno alcuna importanza se il contenuto non è significativo e competente, cioè se non è dato con sincerità.








Roby <^>

lunedì 6 febbraio 2012

From Hell: il meccanismo della paura (Seconda Parte)

Come accennato in precedenza, grande importanza viene data da Moore alla documentazione, la sua precisa cura dei dettagli e delle fonti, interamente riportate e approfondite pagina per pagina nell’appendice finale dell’opera, avvicina From Hell più ad un saggio che ad un opera di consumo come il fumetto. Emblematico esempio del perché Alan Moore sia considerato il più grande autore del genere, colui che è riuscito a traghettare con ampio merito il fumetto all’interno dei canoni dell’arte letteraria, accanto ad opere fondanti del pensiero umano.
 
Detto questo, la fonte principale è il libro del giornalista inglese Stephen Knight Jack the Ripper: The final solution, frutto delle rivelazioni fatte all’autore da tale Joseph Norman Sickert, presunto figlio del pittore Walter Sickert e di Alice Crook, presunta figlia di Annie Crook che, a suo dire, l’avrebbe avuta addirittura dal principe Albert Victor della Casa Reale. Il libro di Knight non fu il primo a trattare del celebre complotto reale, ma fu quello che seppe dare per la prima volta un corpo coeso a tutte le dicerie fino ad allora presenti sul caso dello Squartatore.
 
Il libro, va detto, è un insieme di ipotesi e racconti imprecisi, su tutti quello fondante di Sickert, che più volte, dopo la pubblicazione dell’opera, rilasciò pubblicamente nuove incredibili rivelazioni confessategli dal padre, una più assurda dell’altra, compresa una clamorosa smentita totale al Sunday Times (dichiarò d’essersi inventato tutto, tranne il fatto di discendere da Walter Sickert e di essere erede al trono d’Inghilterra per parte materna). Se non è la storia nel suo complesso ad essere vera (ma, senz’altro,verosimile), lo sono le singole componenti: la ricostruzione della storia e del simbolismo massonico, e i vari riferimenti celati nella misteriosa Londra, sono tutti precisamente riportati (tanto da poter dire che From Hell è una guida turistica imprescindibile per chi vuole recarsi in viaggio nella capitale inglese, moto più di quanto non lo ossa essere Il codice Da Vinci per Parigi); l’ambiente sociale della Londra dell’epoca e i curiosi e celebri individui che l’abitavano (non solo il già citato Walter Sickert, che fu pure tra i sospettati per i delitti di Whitechapel, ma anche Oscar Wilde, o il celeberrimo Elephant man John Merrick); e perfino la storia personale del dottor William Gull, probabilmente il vero Jack lo squartatore, complotto reale o meno.
 
A Moore non interessa la verità sul caso dello Squartatore, la storia suggestiva gli permette di catturare l’attenzione del pubblico, i disegni estremamente precisi e realistici di Eddie Campbell –quasi delle fotografie- e la precisione delle fonti e dei riferimenti lo catapultano dentro la crudele realtà della trama, ma il vero obiettivo del genio di Northampton è quello, solito e ricorrente, di fornire una riflessione sulla società moderna. V for Vendetta è uno spaccato delle paure dovute all’ascesa della destra di Reagan e Tatcher negli Anni Ottanta, Watchmen racconta la deriva del sogno americano e la crudele ipocrisia nella quale esso affoga, La lega degli straordinari gentlemen è un’allegoria della caduta dell’impero britannico e dell’ascesa di quello statunitense, che racchiude in sé i germi del Novecento. E così From Hell ci mostra il mondo di oggi, il morboso accanimento con il quale osserviamo e ci saziamo della cronaca nera attraverso i media, con il quale asseriamo le nostre idee sull’omicidio di Sarah Scazzi e insceniamo processi e comminiamo condanne, il modo in cui ci mettiamo dalla parte dei buoni e scaviamo quel solco magmatico che serve a dividerci dai cattivi. Quello che Moore vuole dirci è che tutto è cominciato lì: Jack lo squartatore è stato il primo vero fatto di cronaca nera della storia del mondo, il primo vero assassino-pop, precursore dei Charles Manson, dei Mostri di Firenze, degli Erika e Omar e delle Amanda Knox, un simbolo sul quale hanno scritto libri, girato film e, ovviamente, scritto fumetti.
 
Valerio Moggia.

sabato 4 febbraio 2012

CHE COS’E’ IL CENSIMENTO? VE LO SPIEGA UN RILEVATORE ISTAT- Parte II


4) SI POSSONO CENSIRE ANCHE GLI ANIMI? LA GENTE CIRCA IL CENSIMENTO. Non è una novità che quando si svolge un servizio di apertura totale al pubblico esso non possa riservare delle imprevedibili sorprese, e non per forza positive, ma neppure del tutto negative. In primis, una regola senza la quale non si va da nessuna parte: un’infinita gentilezza coniugata ad una pazienza da dispensare in dosi gargantuesche… e se non bastasse? Calma, tranquillità, disponibilità e – specialmente – sorridere sempre, anche nei momenti no. Può succedere di tutto, e di tutto ciò che può succedere l’importante è “farne personalmente tesoro”: puoi trovare la gentilezza nella sua espressione più sconfinata come l’ostilità più gretta; se non l’ignoranza più asinina (per non definirla sesquipedale) ma ingenua e bonaria barcamenarsi con lo snobismo più ostentato a cui si potrebbe mai assistere in una vita, e persino; malfidati cronici che – anche dopo aver ricevuto la conferma tramite una telefonata col municipio che ciò che stai a fare è legale e che il c. è un obbligo di ogni cittadino – rimangono a galleggiare nel loro brodo di dubbiosa ipocrisia decidendo di non aiutarti a collaborare finché non si decidono palesandolo con un’impercettibile smorfia sul volto (come a significare: «Uffa!»): prima ti domandano [anche maleducatamente ma spesso e volentieri] presuntuosamente «A che c***o serve sta roba?» per poi troncare il tutto con un secco e spensierato «Tutto qui?»… sei fortunato se non ti capita di peggio, e tieni conto che – se ti chiedono scusa – puoi ritenerti sì davvero fortunato, il che sarebbe già troppo! Ma sì, basta con lo sputare sentenze, sono sempre persone che nei loro più sinceri dubbi o nella loro più falsa ostentazione hanno paura (o te lo fanno credere) di fidarsi di uno sconosciuto che comunque vanta di quel minimo di credenziali utili al fine di svolgere serenamente il suo lavoro… È vero, «Il mondo fa schifo» – ti diranno sempre costoro – e possono capitare a tutti le giornate no in cui si perdono le staffe sembrando irriconoscibili persino ai propri occhi: l’importate è progredire interiormente e lasciarsi il passato alle spalle! Questa mia esperienza l’ho personalmente interpretata come un momento di maturazione nel quale – una volta tirate le somme – i miei ricordi più dolci e vivi saranno sempre quelli legati alle persone positive che hanno incrociato il mio cammino in questo incredibile (in tutti i sensi) periodo! Persone positive di cui finora ho solo accennato.




5) CONLUSIONE: IL MIO CONPENSO MORALE. Oltre a ricavarne un compenso economico,
questa breve seppur intensa mansione mi ha fruttato moltissimi insegnamenti che occuperanno per sempre il primo posto entro il mio bagaglio personale di esperienze di vita. Ho imparato, rafforzato e messo in pratica quel valore che già la mia famiglia mi aveva in tenera età insegnato e che credevo ignaro fino ad allora aver compreso totalmente – l’etica del lavoro – anche se
l’insegnamento più grande me l’hanno fornito – più di altri in particolare – proprio coloro che in
questi tempi vengono spesso e volentieri trascurati (se non sbeffeggiati): gli anziani. Parlarci
assieme dei problemi di tutti giorni e delle speranze che nutrono nei giovani di buona volontà ha un che di eccezionale poiché mi sentivo più arricchito dentro! Sono la nostra miniera d’oro
d’esperienza! Noi veniamo appunto arricchiti da costoro che – a loro volta – rivivono in noi i
momenti della loro giovinezza, certamente meno agiata della nostra, ma non certamente scevra di speranze per una vita più dignitosa ed anche per un’Italia più unita, la stessa in cui hanno preso parte a molti censimenti mentre assistevano impotenti a cambiamenti il più delle volte alienanti e barbari sempre e solo nei loro confronti. Nel 1861 è stata fatta l’Italia che oggi abbiamo il compito di rafforzarla interiormente per un futuro che a buon diritto esigiamo “roseo” circa le prospettive di lavoro per noi giovani e “sicuro” per i nostri anziani che per tutta la vita hanno solamente potuto buttar giù bocconi amari mentre assistevano inermi alla brutalità dell’uomo quando si scaglia contro suo fratello. Ho rafforzato il rispetto per coloro che – alla mia età – pativano sotto la miseria e la guerra! Mai più tutto questo! Viva un’Italia in pace con se stessa! La nuova Italia nasce da qui!




Andrea Danile, rilevatore ISTAT 0150070005 presso il Comune di Arconate (Mi)

giovedì 2 febbraio 2012

La politica oggi...?

Io faccio parte di quella generazione nata alla fine della guerra fredda cresciuta nella ricchezza e spensieratezza, forse solo apparente, degli anni '90. Troppo spesso questa generazione è stata accusata di mancanza di valori, di indifferenza, di essere irrispettosi e immorali. Però molti che ci accusano di questo, una quarantina di anni fa erano in giro per le strade a gridare slogan come “Vietato vietare” o “L'utero è mio e lo gestisco io”. Ironico vero? Ma anche ammettendo che queste accuse siano vere(e in alcuni casi lo sono) chiediamoci il perchè; quel è il mondo politico in cui ci troviamo a vivere? Cercando una risposta a queste domande ci troviamo di fronte al fatto che le ideologie ormai non ci sono più. A prevalere è la logica del tifo: non si valuta l'idea ma la persona che la dice. Una volta c'era la distinzione tra DC e PCI, oltre ai vari altri partiti che occupavano un posto abbastanza chiaro nella scena politica italiana. Poi a un certo punto il giocattolo si è rotto: ci si è accorti che era tutto un magna magna, tangenti, corruzione, favori di palazzo infestavano la politica; inoltre la caduta del blocco sovietico ha causato un terremoto ideologico nei nostrani “eterni secondi” del PCI. Quello che c'era a metà anni '90 in Italia era un clima di insoddisfazione generale verso il passato e di stanchezza verso la politica, la gente voleva il cambiamento. In questo periodo scende in campo Berlusconi, self made man, proprietario di tre televisioni, pieno di donne e di milioni. Con un discorso pieno di retorica che faceva leva su luoghi comuni, inizia il processo che cambierà la politica italiana. In questo processo si vedeno nuovi partiti e nuove alleanze politiche, sia a destra che a sinistra, in cui erano confluite persone che nella prima repubblica erano di fazioni opposte e ciò provoca una crisi di identità alle vecchie ideologie e classificazioni le quali però non spariscono del tutto ma vengono sostituite. Infatti credo che tutte le categorie politiche attuali si possono riassumere in berlusconiani e antiberlusconiani. Berlusconi è il protagonista della politica degli ultimi 18 anni e non certo per le sue (in)capacità di statista; la causa di questo è da ricercare in parte nel suo ego ma anche nell'evidente incapacità delle sinistre di far politica sia al governo sia all'opposizione. Dal 1996 ad oggi hanno vinto due elezioni ma questi due periodi di governo non sono stati in grado di cambiare niente ed anzi hanno preparato il terreno per la marcia trionfale di Berlusconi alle elezioni successive( e questo è dimostrato dai dati elettorali). Una volta all'opposizione poi non hanno fatto altro che denigrare Berlusconi e le sue disgustose uscite senza però occuparsi cose concrete. Negli ultimi anni abbiamo avuto anche qualche esempio di movimenti extraparlamentari che qualche idea accettabile potevano pure averla ma poi sono scaduti regolarmente nella scarna polemica contro i politici; non si riesce a capire che un'idea deve essere buona in assoluto, senza bisogno di dire che quello che fa l'altro è sbagliato. Ciò che tutti i politici fanno è polemizzare contro la parte avversa senza guardare se stessi e questo mi fa veramente incazzare e scusate il termine. Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi governa è una frase che va benissimo per i tempi nostri ma che in realtà è presa da un'opera del 1973, La solitudine del satiro di Ennio Flaiano. Ora questo fa capire come le cose non siano molto cambiate negli ultimi 40 anni nonostante le contestazioni giovanili, pregnate di ideologie o almeno così piace pensare a chi le ha fatte, e nonostante la svolta politica degli anni '90. La continua, noiosa diatriba tra berlusconiani e antiberlusconiani ha portato allo svuotamento ideologico della politica italiana ed ormai destra e sinistra esistono solo per convenzione, ma non riflettono i valori che hanno avuto nella storia; la tendenza alla sparizione tra destra e sinistra c'era già a partire almeno dagli anni '80 (o forse da molto prima) ma si è poi accentuata nei due decenni successivi, fino a raggiungere il culmine oggi con la politica degli inciucci e dei governi mischiati; infatti ci si trova nella condizione in cui le alleanze di primi sono completamente saltate. PD e PDL siedono entrambe nella maggioranza e gli alleati di ieri sono all'opposizione, più per volontà di far casino che per convinzione. Questa coalizione non è negativa in sè: è giusto che in momenti di crisi le varie forze politiche accantonino le divergenze per pensare al bene del paese. Peccato che la coalizione attuale non lo fa. Ci si trova dalla stessa parte e forse era l'unica soluzione possibile, ma sicuramente era la cosa che accontentava gli interessi di tutti i politici, e di altre forze anche internazionali, non per forza quelli dei cittadini. Ovviamente però l'unico potere che ha l'attuale maggioranza è il potere di dire sì a Monti. Non si può rifiutargli l'appoggio perchè se cade Monti si va alle elezioni e il rischio, soprattutto a sinistra, è che spunti fuori qualcuno che faccia saltare gli equilibri dei partiti soppiantando gli attuali leader. Ed è meglio stendere un velo pietoso sulle scenate varie della lega che ha rispolverato i soliti vecchi stupidi slogan(mai del tutto abbandonati) tipo Roma ladrona, abbasso i poteri forti ecc. ma in quanto parlamentari i loro stipendi non li paga forse Roma? E dei poteri forti non fanno parte anche loro(o perlomeno ne facevano parte fino a un paio di mesi fa)? Si tratta qui del classico sputo nel piatto in cui si mangia. E perchè non parlare del PDL? L'investitura di Alfano come se fosse un personaggio dalle idee nuove quando invece nei discorsi e nei fatti è ed è sempre stato un (neanche tanto) bel cagnolino ammaestrato, fedele a Berlusconi. Del terzo polo non parlo perchè non ho ancora capito che cos'è nè mi fanno troppo commuovere le lacrime della Fornero che tanto i sacrifici lei non li fa. Ci sarebbe anche il bel conflitto di interessi di Passera e altre cose. Insomma è cambiato tutto ma in realtà non è cambiato niente: non c'è più morale contessa. E non è più l'ironico riferimento al volere degli operai di avere il figlio dottore, che Paolo Pietrangeli gli ha dato nei lontani anni '60, ma è un perfetto riferimento, questa volta svuotato completamente dall'ironia, della situazione politica attuale e del recente passato. Di problemi ce ne sono molti e le soluzioni non sono semplici; non voglio commentare il movimento dei forconi e lo sciopero dei tir poichè sono fenomeni che conosco troppo poco per poter dare un giudizio positivo o negativo, voglio però fare una considerazione sulle manifestazioni e sui movimenti popolari in genere: io sono favorevole se sono pacifici e sostengono proposte concrete e fattibili e purtroppo non tutte le manifestazioni hanno questi requisiti. Allo stesso modo credo che il governo non debba fare orecchie da mercante e ignorare le manifestazioni adducendo motivazioni più o meno plausibili; bisogna condannare i gesti di violenza ma bisogna anche saper capire e dialogare sui motivi che spingono la gente pacifica in piazza cosa che questo governo, come anche i precedenti, non sembra fare.
Ci sono molti problemi ma sia chiaro ci si può risollevare. Naturalmente io non ho la soluzione; sui problemi a carattere istituzionale dico solo che ritengo indispensabile il cambiamento della legge elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari oltre che dei loro stipendi e anche il cambiamento vero ai vertici dei principali partiti. Queste cose però non bastano a risolvere tutti i problemi e il punto su cui voglio insistere è il cambiamento sui valori della politica. Io sono convinto che il cambiamento deve partire dal basso e dalle cose più piccole e banali. Non possiamo farci sedurre dal pessimismo, dalla rassegnazione, e soprattutto dalle facili critiche. Dobbiamo agire seguendo la moralità che c'è dentro di noi; dobbiamo seguire la nostra coscienza. Coscienza è un termine che non va di moda: troppo religioso, troppo vecchio eppure troppo importante per zittirla con una martellata come invece spesso si fa. Bisogna avere dei valori positivi che seguano una morale, anche quella cristiano-cattolica, ed è necessario partire dalle cose piccole che non hanno nulla a che fare con i grandi problemi, ma che per questo sono più facili da compiere nel modo giusto. Se non gettiamo rifiuti per terra o non beviamo prima di guidare non si abbassa lo spread, non creiamo posti di lavoro nè incrimentiamo il PIL, però facciamo la cosa giusta e abituiamo noi stessi a seguire le regole e le leggi; partendo da qui saremo poi capaci di gestire nel migliore dei modi le responsabilità a cui la vita ci metterà di fronte. Cambiare il mondo non è solo possibile ma anche doveroso, però è un processo lento e prima del mondo dobbiamo cambiare noi stessi partendo dalle cose più piccole e insignificanti. L'unica cosa che conta è fare la cosa giusta, sempre. Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare(A. Einstein).